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Benvenuti al blog di Helga Schneider

Premio Ceppo marzo 2015.JPG

Inedito

Il caffè era pronto. Karl aprì la finestra per prendere la bottiglia del latte che la donna delle pulizie era solita lasciare sul davanzale. Respirò a pieni polmoni l’aria fresca.
Per un attimo si sporse in avanti e guardò dabbasso, nell’oscuro abisso di quattro piani. In fondo a destra si apriva un angusto cortile nel quale le pertiche per battere i tappeti sembravano forche pronte per l’azione del boia. Un gatto dal pelo fulvo faceva acrobazie su un muro di mattoni rossi.
Karl alzò lo sguardo verso la finestra di fronte, a non più di tre metri di distanza. La ragazza era là, e fumava una sigaretta. Indossava qualcosa di lucido e nero, una  setosa sottoveste che copriva a malapena un trentesimo del suo corpo. Lui sapeva che mestiere faceva, lei stessa un giorno glielo aveva rivelato con disarmante franchezza.
‘Puttana, ma bella’, si disse. Straordinariamente bella, con quel corpo sottile e proporzionato. Ma puttana.
“Hallo” fece lei, soffiando via il fumo e togliendo con la punta dell’indice un filino di tabacco dalle labbra. Un gesto banale, ma compiuto da lei diventava molto  erotico. Karl rispose con un fiacco cenno della mano.
“Che fai?” chiese lei.
Lui scrollò le spalle: “Niente…”
“Sei solo?”
“Sì.” L’aspirina non faceva ancora effetto.
“Vuoi che venga a trovarti?”
Era la prima volta che gli rivolgeva una simile proposta. Karl ridacchiò, perplesso: “A quest’ora?”
“Le dieci del mattino è una bellissima ora” ribatté lei.
“Non sono in forma” ammise lui.
“Baldoria stanotte?”
“Qualcosa del genere.”
“Conosco un rimedio.”
“Uovo sbattuto con senape?”
“Vengo da te. Oppure vieni tu da me.”
“No, forse un’altra volta.”
“Se cambi idea mi trovi al portone accanto al tuo”, disse lei. “Secondo piano. Sul campanello c’è scritto Preisler.”
“Non vengo”, fece lui.

“Mi chiamo Liljana.”
Il corridoio odorava di cera da pavimenti, una voce stucchevole parlava alla radio. Spiegava come usare al meglio i tagliandi per i prodotti tessili. Ormai non erano razionati solo gli alimentari, le saponette e il carbone, ma anche scarpe, reggipetti, canottiere, mutande, cappotti e quant’altro l’uomo civilizzato usa per coprirsi.
Lei lo condusse in camera e spense la radio.
Indossava ancora la sottoveste nera e calzava pantofole rosa col tacco alto e   pompon di pelo applicati sulle punte.
“Ti piacciono?” domandò, sollevando un piede.
“Cosa? Ah, sì…”
“Vengono dalla Turchia” spiegò lei.
Parlava tedesco con una lieve inflessione di una lingua che Karl non riusciva a identificare.
“Regalo di uno di Ankara” aggiunse. “Un cliente habitué. Turco con passaporto tedesco. Falso.”
“Non dovresti dirmi certe cose” disse Karl.
“Mi fido di te.”
“Fai male, non mi conosci. Oltretutto, frequentare soggetti con passaporto falso potrebbe essere pericoloso anche per te.”
“Pericoloso…” replicò lei, sprezzante. “Dimmi una sola cosa che in questo paese non sia diventata pericolosa. Pericolosa, ma anche squallida e opprimente. Un regime imperniato sul culto di un ridicolo ometto coi baffi che ha la fissazione della razza ariana e della donna bionda con gli occhi azzurri, il bacino robusto e cosce lunghe come trampoli… Ma lo sai quanti maschi ariani vengono a cercare donne come me, con gambe non certo lunghissime, occhi scuri e capelli neri?”
Karl la fissò, disorientato.
Liljana lo invitò a sedersi sul letto. Lui si appoggiò appena sulla sponda. Il mal di testa stava passando.
“Sei bello”, disse lei.
Karl mascherò l’imbarazzo: “Da che paese vieni?”
“Lituania. Sono clandestina.”
“Hai del fegato a essere così sincera. Di chi è il nome sulla targhetta della tua porta?”
“Dell’amico che mi presta l’appartamento.”
“Non potrebbe” le fece notare. “Ci sono pene severissime per chi affitta ai clandestini.”
Lei gli diede un colpetto sul braccio: “Smettila di fare la brava SS.”
“Non sono poi così bravo come pensi.”
“Lo so, amico, te lo leggo negli occhi.”
“Non mi piace che mi si legga negli occhi!” protestò lui.
Lei lo accarezzò sulla guancia. “Da me non hai nulla da temere.”
Karl rabbrividì. Si ritrasse e chiese: “Cosa fa il tizio che ti presta la casa?”
“Possiede delle terre in un posto che si chiama Templin. Viene a trovarmi ogni dieci giorni. Prima telefona sempre. Un gentiluomo.”
“Gentiluomo…” ripeté Karl con un sorrisetto ironico. Poi le chiese il motivo per il quale aveva lasciato il suo paese.
Lei spiegò che la Lituania rischiava di essere annessa all’Unione Sovietica, così aveva deciso di cambiare aria.
“Chi ti ha dato queste informazioni?”
“Un… amico” rispose, vaga.
“Che genere di amico?”
“Cos’è? Un interrogatorio?”
“Scusa. No.”
A un tratto Karl ebbe voglia di ritornare al suo appartamento. La ragazza gli piaceva, anche troppo, ma c’era qualcosa in lei che lo turbava, lo confondeva.
“Tolgo il disturbo” decise, e si alzò. “Non so perché sono venuto.”
Lei rispose con una dolcezza che lo colpì: “Tu sai perché sei venuto.”
Gli si parò davanti, gli prese una mano e la fece scivolare dietro la sottoveste e  sotto una coppa del suo reggiseno. Karl sussultò come se avesse toccato il fuoco.
“Hai… una sigaretta?” balbettò, sentendosi perduto.
“Sì. Ma è turca.” La accese e gliela mise tra le labbra.
Karl fumava nervosamente, gli sembrava di sentire ancora sul palmo il caldo turgore di quel seno. Era bastato così poco per cadere in trappola!
“Non darti pensiero”, disse lei.
Lui non capiva.
“Di ciò che hai sentito toccandomi. La pelle è una grande apertura verso l’altro, lo sapevi?”
“No…”
“Se tra due persone esiste affinità chimica, la pelle fa da miccia perché scatti l’attrazione fisica. Ma può anche innescare il sentimento di un’amicizia molto particolare. A me è capitato.”
“Devo andare”, disse lui, sempre più a disagio.
“Vieni…” mormorò lei, conducendolo di nuovo verso il letto. “Successe quando studiavo all’università di Vilnius e…”
“Andavi all’università?” la interruppe, incredulo.
“Tu vedi in me solo una prostituta”, si rammaricò lei.
“Non è vero!”
“Frequentavo la facoltà di medicina. Durante una festa di Capodanno nacque  fra me e un compagno di studi una forte alchimia. Intendo – a livello spirituale, niente di fisico.” Sorrise, trasognata.
“Cominciò una storia bellissima, delicata, fatta di reciproco rispetto ma anche di grande confidenza, a tal punto che ci sembrava di vederci riflessi l’uno nell’altra.”
Karl ascoltava, affascinato.
“Purtroppo, nell’amicizia fra un uomo e una donna può arrivare un momento in cui ci si illude di suggellare il rapporto con il sesso. Dico ‘purtroppo’ perché nel nostro caso, invece di arricchire la relazione, la impoverì. Era come se divorasse a poco a poco la purezza dei sentimenti di un tempo, finché un giorno ci accorgemmo che ormai riuscivamo a comunicare solo attraverso il sesso. L’amicizia era morta.”
“Come finì?”
“Ci lasciammo. Stetti malissimo e a lungo. Avrei voluto tornare indietro e riavere la sua amicizia, rinunciando al sesso, e lui provava la stessa cosa. Ma…” Guardò davanti a sé con espressione triste. “Non funzionò.”
Karl era molto colpito da quel racconto. Si chiese chi avesse davanti.
Rimasero qualche momento senza parlare, poi lei gli scivolò accanto. Le loro spalle si sfiorarono. Sul letto le lenzuola erano fresche di bucato.
Liljana lo guardò serio, in silenzio. Fu il momento in cui in Karl iniziarono a mescolarsi ansia e paura, ma anche un irresistibile impulso a lasciarsi andare. Quasi in un gesto di estrema resistenza, disse: “Io sono venuto solo per…”
“Per parlare?”
Karl fissò la punta delle sue scarpe. Si sentiva smarrito.
Lei ebbe un sorriso indulgente: “Lo so, tesoro, lo so.”
Il caffè era pronto. Karl aprì la finestra per prendere la bottiglia del latte che la donna delle pulizie era solita lasciare sul davanzale. Respirò a pieni polmoni l’aria fresca.
Per un attimo si sporse in avanti e guardò dabbasso, nell’oscuro abisso di quattro piani. In fondo a destra si apriva un angusto cortile nel quale le pertiche per battere i tappeti sembravano forche pronte per l’azione del boia. Un gatto dal pelo fulvo faceva acrobazie su un muro di mattoni rossi.
Karl alzò lo sguardo verso la finestra di fronte, a non più di tre metri di distanza. La ragazza era là, e fumava una sigaretta. Indossava qualcosa di lucido e nero, una  setosa sottoveste che copriva a malapena un trentesimo del suo corpo. Lui sapeva che mestiere faceva, lei stessa un giorno glielo aveva rivelato con disarmante franchezza.
‘Puttana, ma bella’, si disse. Straordinariamente bella, con quel corpo sottile e proporzionato. Ma puttana.
“Hallo” fece lei, soffiando via il fumo e togliendo con la punta dell’indice un filino di tabacco dalle labbra. Un gesto banale, ma compiuto da lei diventava molto  erotico. Karl rispose con un fiacco cenno della mano.
“Che fai?” chiese lei.
Lui scrollò le spalle: “Niente…”
“Sei solo?”
“Sì.” L’aspirina non faceva ancora effetto.
“Vuoi che venga a trovarti?”
Era la prima volta che gli rivolgeva una simile proposta. Karl ridacchiò, perplesso: “A quest’ora?”
“Le dieci del mattino è una bellissima ora” ribatté lei.
“Non sono in forma” ammise lui.
“Baldoria stanotte?”
“Qualcosa del genere.”
“Conosco un rimedio.”
“Uovo sbattuto con senape?”
“Vengo da te. Oppure vieni tu da me.”
“No, forse un’altra volta.”
“Se cambi idea mi trovi al portone accanto al tuo”, disse lei. “Secondo piano. Sul campanello c’è scritto Preisler.”
“Non vengo”, fece lui.
“Mi chiamo Liljana.”
Il corridoio odorava di cera da pavimenti, una voce stucchevole parlava alla radio. Spiegava come usare al meglio i tagliandi per i prodotti tessili. Ormai non erano razionati solo gli alimentari, le saponette e il carbone, ma anche scarpe, reggipetti, canottiere, mutande, cappotti e quant’altro l’uomo civilizzato usa per coprirsi.
Lei lo condusse in camera e spense la radio.
Indossava ancora la sottoveste nera e calzava pantofole rosa col tacco alto e   pompon di pelo applicati sulle punte.
“Ti piacciono?” domandò, sollevando un piede.
“Cosa? Ah, sì…”
“Vengono dalla Turchia” spiegò lei.
Parlava tedesco con una lieve inflessione di una lingua che Karl non riusciva a identificare.
“Regalo di uno di Ankara” aggiunse. “Un cliente habitué. Turco con passaporto tedesco. Falso.”
“Non dovresti dirmi certe cose” disse Karl.
“Mi fido di te.”
“Fai male, non mi conosci. Oltretutto, frequentare soggetti con passaporto falso potrebbe essere pericoloso anche per te.”
“Pericoloso…” replicò lei, sprezzante. “Dimmi una sola cosa che in questo paese non sia diventata pericolosa. Pericolosa, ma anche squallida e opprimente. Un regime imperniato sul culto di un ridicolo ometto coi baffi che ha la fissazione della razza ariana e della donna bionda con gli occhi azzurri, il bacino robusto e cosce lunghe come trampoli… Ma lo sai quanti maschi ariani vengono a cercare donne come me, con gambe non certo lunghissime, occhi scuri e capelli neri?”
Karl la fissò, disorientato.
Liljana lo invitò a sedersi sul letto. Lui si appoggiò appena sulla sponda. Il mal di testa stava passando.
“Sei bello”, disse lei.
Karl mascherò l’imbarazzo: “Da che paese vieni?”
“Lituania. Sono clandestina.”
“Hai del fegato a essere così sincera. Di chi è il nome sulla targhetta della tua porta?”
“Dell’amico che mi presta l’appartamento.”
“Non potrebbe” le fece notare. “Ci sono pene severissime per chi affitta ai clandestini.”
Lei gli diede un colpetto sul braccio: “Smettila di fare la brava SS.”
“Non sono poi così bravo come pensi.”
“Lo so, amico, te lo leggo negli occhi.”
“Non mi piace che mi si legga negli occhi!” protestò lui.
Lei lo accarezzò sulla guancia. “Da me non hai nulla da temere.”
Karl rabbrividì. Si ritrasse e chiese: “Cosa fa il tizio che ti presta la casa?”
“Possiede delle terre in un posto che si chiama Templin. Viene a trovarmi ogni dieci giorni. Prima telefona sempre. Un gentiluomo.”
“Gentiluomo…” ripeté Karl con un sorrisetto ironico. Poi le chiese il motivo per il quale aveva lasciato il suo paese.
Lei spiegò che la Lituania rischiava di essere annessa all’Unione Sovietica, così aveva deciso di cambiare aria.
“Chi ti ha dato queste informazioni?”
“Un… amico” rispose, vaga.
“Che genere di amico?”
“Cos’è? Un interrogatorio?”
“Scusa. No.”
A un tratto Karl ebbe voglia di ritornare al suo appartamento. La ragazza gli piaceva, anche troppo, ma c’era qualcosa in lei che lo turbava, lo confondeva.
“Tolgo il disturbo” decise, e si alzò. “Non so perché sono venuto.”
Lei rispose con una dolcezza che lo colpì: “Tu sai perché sei venuto.”
Gli si parò davanti, gli prese una mano e la fece scivolare dietro la sottoveste e  sotto una coppa del suo reggiseno. Karl sussultò come se avesse toccato il fuoco.
“Hai… una sigaretta?” balbettò, sentendosi perduto.
“Sì. Ma è turca.” La accese e gliela mise tra le labbra.
Karl fumava nervosamente, gli sembrava di sentire ancora sul palmo il caldo turgore di quel seno. Era bastato così poco per cadere in trappola!
“Non darti pensiero”, disse lei.
Lui non capiva.
“Di ciò che hai sentito toccandomi. La pelle è una grande apertura verso l’altro, lo sapevi?”
“No…”
“Se tra due persone esiste affinità chimica, la pelle fa da miccia perché scatti l’attrazione fisica. Ma può anche innescare il sentimento di un’amicizia molto particolare. A me è capitato.”
“Devo andare”, disse lui, sempre più a disagio.
“Vieni…” mormorò lei, conducendolo di nuovo verso il letto. “Successe quando studiavo all’università di Vilnius e…”
“Andavi all’università?” la interruppe, incredulo.
“Tu vedi in me solo una prostituta”, si rammaricò lei.
“Non è vero!”
“Frequentavo la facoltà di medicina. Durante una festa di Capodanno nacque  fra me e un compagno di studi una forte alchimia. Intendo – a livello spirituale, niente di fisico.” Sorrise, trasognata.
“Cominciò una storia bellissima, delicata, fatta di reciproco rispetto ma anche di grande confidenza, a tal punto che ci sembrava di vederci riflessi l’uno nell’altra.”
Karl ascoltava, affascinato.
“Purtroppo, nell’amicizia fra un uomo e una donna può arrivare un momento in cui ci si illude di suggellare il rapporto con il sesso. Dico ‘purtroppo’ perché nel nostro caso, invece di arricchire la relazione, la impoverì. Era come se divorasse a poco a poco la purezza dei sentimenti di un tempo, finché un giorno ci accorgemmo che ormai riuscivamo a comunicare solo attraverso il sesso. L’amicizia era morta.”
“Come finì?”
“Ci lasciammo. Stetti malissimo e a lungo. Avrei voluto tornare indietro e riavere la sua amicizia, rinunciando al sesso, e lui provava la stessa cosa. Ma…” Guardò davanti a sé con espressione triste. “Non funzionò.”
Karl era molto colpito da quel racconto. Si chiese chi avesse davanti.
Rimasero qualche momento senza parlare, poi lei gli scivolò accanto. Le loro spalle si sfiorarono. Sul letto le lenzuola erano fresche di bucato.
Liljana lo guardò serio, in silenzio. Fu il momento in cui in Karl iniziarono a mescolarsi ansia e paura, ma anche un irresistibile impulso a lasciarsi andare. Quasi in un gesto di estrema resistenza, disse: “Io sono venuto solo per…”
“Per parlare?”
Karl fissò la punta delle sue scarpe. Si sentiva smarrito.
Lei ebbe un sorriso indulgente: “Lo so, tesoro, lo so.”

Copia di Premio Ceppo

la bambola decapitata.JPG

La bambola decapitata
Autore: Helga Schneider
Genere: drammatico.
di Marco Solferini

Siamo a metà degli anni novanta e Chiara è una giovane giornalista che vive a Roma.
Il padre è un ex chirurgo che pur avendo perso la moglie anni prima, ha cresciuto amorevolmente le due figlie nell’agiatezza di quell’alta borghesia il cui stile, danaroso, sembra toccare il concetto di «nuova» nobiltà che attraversò l’Italia in quegli anni.
L’attaccamento di Chiara per la figura paterna sconfina però, fin dalla tenerissima età, in un affetto quasi amoroso. Un attenzione il cui pudico sentimento di inappropriatezza la spinge a nasconderla, rimanendo all’opposto fedele ad un idea morbosa, quasi ossessiva, di vicinanza al padre.
Forse per questo non ha saputo coltivare una relazione seria nella sua vita privata.
Tuttavia, la sua esistenza pare oscillare sempre sul baratro degli eventi: una quiete in attesa della tempesta che si concretizza quando il padre si invaghisce di una donna molto più giovane. Una bellezza dell’est europeo più interessata ai suoi soldi e allo stile di vita che con essi otterrebbe.
Chiara decide allora di lasciare la casa paterna poichè trova insopportabile la convivenza con quella donna. Abbandona quindi quell’attico in pieno centro dove godeva di ogni comodità per prendere un appartamento e cominciare la sua vita da single.
Ma è un compito difficile perchè attorno a lei ruotano molte persone che lei stessa influenza con la macchinosità di un burattinaio che sembra voler scegliere al posto degli altri e nel contempo mettere in prosa teatrale l’altrui vita scrivendone la sceneggiatura degli eventi.
Incontriamo la sorella Anna che ha sposato da tempo un ricco imprenditore molto più grande di lei, il Geometra Borgia che attraversa una profonda crisi amorosa essendo stato tradito e lasciato da sua moglie e poi il fotografo «viveur», la fidata domestica di famiglia, la collega di lavoro.
Uomini e donne che Chiara usa cercando di dominare le loro relazioni affettive. Indirizzarle. In particolare quella del padre che a suo parere deve assolutamente lasciare la donna dell’est. La profittatrice. Il tutto all’ombra del fatto che nel contempo questa sua smania decisoria di autogestione dell’altrui tempo e libero arbitrio sembra trovare un curioso riflesso in una bambola che viene del passato.
Un oggetto che lei ha mutilato più volte, infliggendole quelle ferite che forse sono il “transfer” in un linguaggio alla Dorian Gray della sua capricciosa sofferenza emotiva.
E quando tutto precipiterà e la bambola sarà decapitata cosa significherà per la vita di Chiara: verità, morte o rinascita?
«Aprì il cassetto e ne passò attentamente in rassegna il contenuto. Scelse il coltello più grande e affilato che avesse, alzò il braccio e con un colpo secco decapitò la bambola. La testa stranamente non aveva opposto resistenza, rotolando verso il bordo e precipitando sul suolo con un tonfo sordo». Tratto da «La bambola decapitata» di Helga Schneider, ed. Pendragon.
Con questo romanzo intelligente e malizioso, Helga Schneider ha confezionato un affresco straordinariamente veritiero dell’annoiata vita di quell’elite che negli anni novanta era la società benestante, alto borghese. Quella dei salotti intellettuali interessati al punto giusto. Facoltosi schiavi di uno stile di vita compassato tra scandali, aspettative e frustrazioni.
Percorsi di vita che a volte si intrecciano con il pathos della telenovela e trasformano la vita in un cocktail di sensazioni emotive e passionali, vissute all’ombra di tante piccole incompiutezze e luoghi comuni.
Un’indisciplinata classe di finta aristocrazia che in spregio al galateo dei costumi ha perfezionato un microcosmo populista di commedianti e drammaturghi tutti incasellati nel recitare il proprio ruolo che con la vita (quella con la maiuscola) ha ben poco da spartire. Quanto è povera l’alta società.
La fase più creativa della scrittrice è la perfetta coincidenza di questi personaggi con il realismo contemporaneo dell’epoca. Essi sono ben più che carta stampata. Una conclamata esistenza fatta di raffinate opportunità ben elaborate e stilisticamente definite.
Chiara è la viziata figlia di papà. In tutto e per tutto carica di luoghi comuni che vanno dalla parlata tutt’altro che originale fino a questa volontà trasparente di bambina vissuta in una casa di Ibsen che la porta ad essere egocentrica ben oltre i limiti consentiti.
«Come era riuscita a farla cadere dopo averla tormentata per tutto il giorno facendosi alla fine odiare?».
C’è una triste sciatteria che aleggia imperturbabile dietro questo carosello di eventi ed è la ritualità di un limbo che sembra riciclarsi, esportarsi, ricamarsi nel dettaglio su queste situazioni baciate dal comune denominatore di un punto di vista costruito sull’ostinazione.
Ma poi le persone scivolano via dalle trame di Chiara, come granelli di sabbia stretti nel pugno e ognuno ha il suo svolgimento che non dipende da lei. Ne viene influenzato, ma non controllato.
«Cenarono: lui fu affettuoso, anzi amorevole. Lei si sentiva confusa, stordita, ma nello stesso tempo rilassata e felice. Tutto era molto diverso da come si attendeva. Tuttavia, verso le dieci lui dichiarò di doverla lasciare».
Romanzo scritto con pregiata raffinatezza e garbata semplicità. Si insinua con gentilezza senza pretendere di insegnare nulla, ma limitandosi ad un buon racconto che pur rifiutando il giudizio lo propone al lettore affinchè compia le proprie valutazioni.
«Lei strinse nel pugno il foulard, già pentita di avergli detto di si».
Una sincerità espositiva che focalizza la narrazione partendo da Chiara (il suo egemone, quasi anarchico sentore omnicomprensivo) finendo in un ambiente fatto di feste, incontri, cene. Un «locus amoenus» dove aleggia un lusso patinato, dispendioso, addirittura fastidioso se concepito come una parentesi così dispersiva rispetto ai problemi della gente comune.
Persino le scelte della protagonista sembrano un piccolo ma insistente «j’accuse»: una punzecchiatura al moralismo. In fondo se Chiara lascia la grande casa lo fa per trovarsi un affitto molto decorso e per niente rinunciatario. Peraltro con non poche facilitazioni.
L’afflizione per i problemi altrui scoperchia delle vere e proprie patologie.
La sorella Anna è una donna che non vuole invecchiare prima ancora che dal punto anagrafico per quello che la vita ha da offrire. Questo suo aver seguito le tappe della crescita e dell’esistenza, bruciandole come ci si aspetta dall’ipocrisia del senso comune la conduce ad un amaro traguardo anticipato: sposata, con prole (a un uomo che forse non la trova più così attraente ed originale). Apparentemente «catalogata” senza più nulla da offrire al «nuovo” Anna è uno stereotipo molto esistente ancora oggi. Donne che sono finite ben prima dell’epilogo perchè ormai sembrano aver assolto al proprio ruolo. Essere cioè uscite dal gioco dell’aspettativa. Oggetto di osservazione, ma non più di complicità. Il quesito è: negazionismo plausibile del nuovo o accettazione di questa permuta che il benessere spesso richiama nel doversi accontentare di aver fatto il proprio tempo?
Il fotografo è un clichè. L’imbonitore illusionista che usa la moda come il prestigiatore il suo cilindro. Un trampolino di luci e di colori, sintetizzando l’abilità ingannatrice di Collodi per regalare un avventura tutt’altro che interessante e men che meno scontata. C’è un senso opprimente di spudoratezza telegrafata nella sua gestualità insistente nel voler sfruttare l’altrui noia esistenziale e l’epilogo è l’unico immaginabile.
«Giacomo continuava a immortalare Anna, folgorato dalla sua bellezza: la palpava con l’obiettivo, con l’obiettivo la carezzava e lei si lasciava carezzare. Scuoteva i capelli e rideva. Rideva con gli occhi, la bocca, i seni e i fianchi: con tutto il corpo».
La donna dell’est sintetizza un luogo comune in gran voga ancora oggi. Queste bellezze che sembrano vendersi al miglior offerente. Senza scrupoli morali si mettono in mostra ostentando un erotismo nelle forme accompagnato alla volgarità con cui le esibiscono. Una sessualità priva di sensualità. Senza alcun ritegno nel voler proporre la merce al compratore.
Il ricco chirurgo è un paradigma dell’insicurezza maschile che si lascia prendere da un infatuazione, annichilendo dietro questa droga afrodisiaca della donna giovane. Nell’illusione che tale relazione possa fermare il tempo. E in essa egli si perde, pur nella salvezza offertagli dall’amore per un altra anima che sembra altrettanto giovane, ma meno interessata a ciò che lui ha più che a quello che è.
«La bambola decapitata» è un ottimo romanzo. Scritto con eleganza espositiva e uno stile raffinato propone al lettore uno spaccato dell’alta borghesia tra vizi e virtù di un amore sempre più profano.

copertina rogo di berlino.JPG

Recensione a cura di Claudia Ciardi


“Perché piango? Io non lascio niente, tranne il buon vecchio Opa. Ma quanto fa male! Lascio una città che mi ha rifiutato tutto: una madre, un padre, la nonna. Una vita normale, un’infanzia serena. Una città che mi ha dato solo dolore, privazioni, terrore, solitudine, tristezza, angoscia e disperazione. Perché piango?”
“L’addio a Berlino” di Helga Schneider è una delle dichiarazioni d’amore più toccanti e appassionate che si possano rivolgere a una città. Helga, che da bambina si è trovata a vivere i mesi della caduta del Reich in una Berlino bombardata con eccezionale violenza e condannata a un’agonia lenta e terribile, scrive una testimonianza asciutta degli eventi che hanno segnato la sua infanzia e quella del fratello minore Peter.
Le corti di Berlino, spettrali e deserte, la vita di una città che è costretta ad abbandonare spazi e consuetudini, una ferita che si allarga e sanguina di infinita devastazione. Ovunque rovine e il “muto sconcerto” che si abbatte su tutto. L’immenso rogo di una città chiusa in un dolore attonito, assurda prigione di corpi dove la morte, nella veste di un’infaticabile sorvegliante, si è aggirata febbrilmente per mesi. Helga ha vissuto in una cantina, insieme alla famiglia e agli altri abitanti del suo palazzo, i mesi atroci dell’assedio di Berlino. La condanna a un’esistenza sotterranea, piena di privazioni. Inaudite condizioni di sopravvivenza. Gli stenti della fame e della sete e i pericolosi viaggi, nei brevi intervalli tra i bombardamenti, in cerca di qualcosa con cui andare avanti. Le urla di chi ha scelto a rifugio i sotterranei della metropolitana, i corpi sorpresi per strada dalle incursioni aeree, il fischio impressionante degli “organi” di Stalin. Cumuli di macerie, dappertutto, la vita saccheggiata a una città e alla sua comunità.
Di origini austriache, alla fine della guerra, in seguito al ritorno del padre, l’autrice rimpatria nel paese del genitore. Ma la tragedia di Berlino, gli anni nella città che dentro di sé ha espiato il dolore del mondo, i mesi nella cantina dove ha rischiato di morire non si possono dimenticare.
Si può dire addio a Berlino? Pianto di liberazione, pianto di nostalgia, pianto di un tempo che non può passare soltanto. Berlino è un’ossessione e un legame per la vita.