Benvenuti al Blog di Helga Schneider
Vanity Fair
10.09.2009
10.09.2009
IL SESSO DELLE LARVE
Helga Schneider, del nazismo che le distrusse l’infanzia, ha già raccontato l’orrore. Ma in questo libro infrange un tabù: le prostitute dei lager. Con qualche domanda. Per esempio: “Perché un uomo cerca una donna, e magari le muore addosso?”
di Isabella Mazzitelli – foto Alberto Giuliani
Helga Schneider è una bella donna di 71 anni, un po’ angosciata da una vecchiaia che si vede poco, perché depistata da unagrande cura di sé e da una grande vitalità. La sua casa bolognese è minuscola, un essenziale contenitore di quellochele sta a cuore, le sue opere di grafica sature di colori, i suoi libri saturi della passione che la anima, per la scrittura, per la verità, per la giustizia.
Le guardo le mani e non riesco a non pensare che hanno stretto quelle di Adolf Hitler. Stretto per modo di dire: come ha raccontato in uno dei suoi libri, il Führer aveva dita mollicce. Lei lo incontrò quando aveva solo 7 anni. Era stata costretta a scendere nel bunker di Berlino, ultimo rifugio di Hitler, per un’iniziativa di propaganda del ministro Goebbels.
Stringendo quelle mani si sfiora la storia, questo è il punto, ed è tanto più emozionante se si considera che al tempo era una semplice bambina e ora è una persona come tante, non una storica di professione. Categoria gente comune, dunque, ma di eccezionale talento morale.
Lei di questo vive, la necessità di testimoniare: ogni aspetto del nazismo deve essere indagato, portato alla luce affinché la verità non marcisca in compagnia della menzogna. Ne va della sua vita, questo è chiaro, perché Helga Schneider è stata travolta dal nazismo, ma non si è mai arresa. Nata in Slesia nel 1937, padre austriaco, artista, rapidamente inghiottito dalla guerra e risputato a cose fatte, a quattro anni fu abbandonata insieme al fratello, di uno e mezzo, dalla madre, invasata del nazismo al punto di fare l’ausiliaria delle SS e la guardiana nei campi di concentramento. I figli? Peggio per loro, anzi peggio per Helga, invisa a una nuova matrigna al punto di essere internata in un istituto di correzione per bambini difficili e poi in un collegio per ragazzi indesiderati.
Avrebbe potuto essere una vita catastrofica, non lo è stata: è stata “solo” eccezionalmente difficile. La scrittura è stata la salvezza, anche quando i manoscritti venivano respinti. Dal 1995, anno di pubblicazione con Adelphi del Rogo di Berlino – il suo esordio, un caso letterario – Schneider è una scrittrice di successo, che ha pubblicato undici libri spaziando dalla vita vissuta ai titoli per bambini. L’ultimo è un asciutto romanzo, La baracca dei tristi piaceri.
Perché questa volta ha scelto come tema i bordelli nei campi di sterminio?
“Perché se ne sa poco, è ancora un tabù e voglio che cada. Dal dopoguerra i tedeschi hanno fatto veramente un lavoro profondo, onesto e impressionante su loro stessi, sull’identità nazionale, sulle colpe del nazismo, ma questo aspetto vergognoso è stato tralasciato, se ne sa pochissimo. L’anno prossimo uscirà il primo libro di uno storico, potrei vantarmi di aver affrontato l’argomento prima. Il punto è che se da un lato il nazismo considerava la prostituzione un grave reato per motivi di igiene razziale, dall’altro, probabilmente per aumentare la produzione bellica con l’incentivo - diciamo così – erotico, Himmler fece costruire 10 bordelli, chiamati ipocritamente Sonderbau, “Edifici speciali”, nei grandi campi di concentramento. Qui prigioniere reclutate soprattutto dal lager femminile di Ravensbrück furono costrette a prostituirsi.”
E’ un libro molto duro.
“Tutti i miei libri sono legati dal filo rosso della violenza. D’altra parte sono stata testimone del nazismo, che era violenza pura. Sono stata una bambina circondata dalla violenza: la fame nera lo è, così pure la paura nelle cantine, l’abbandono, il rifiuto della tua famiglia… E naturalmente è violenza vedere a 7 anni, come è successo a me, i soldati dell’Armata Rossa che stuprano le ragazzine di 16. Insomma, “dovevo” scrivere anche questo libro, perché la violenza contro le donne, contro queste povere donne, merita giustizia da parte della storia. Ma non è stato semplice documentarsi, è un tema sul quale a tutti faceva comodo tacere. Anche trovare donne sopravvissute a quell’ignominia, e non travolte, non è facile.”
Chi andava con quelle prostitute? Sembra impossibile immaginare prigionieri macilenti che fanno sesso.
“Era un perverso sistema di premiazione che dava i suoi frutti. Me lo sono chiesto anch’io: forse il genere maschile è davvero molto condizionato dall’istinto sessuale. Come mai in un lager, appena hai un bonus, o due marchi, vai a cercare una donna, e magari le muori letteralmente addosso dopo il piacere? Come mai questo istinto primordiale regge oltre la disperazione e la fame? E’ una domanda aperta. Ci andavano con vergogna? Reagivano al sopruso della prigionia? Quindici minuti con una donna in un ambiente riscaldato sono meglio di qualsiasi cosa? Che cosa pensavano quegli uomini? “Sono ancora un essere umano, anche se sono ridotto a una larva, potrei ancora procreare”, forse.”
Chi erano le ragazze che facevano le marchette nei lager?
“Beh, puntualizziamo; a loro non entrava in tasca un marco, venivano “solo” registrate minuziosamente le prestazioni delle prostitute per forza. Che erano scelte, soprattutto a Ravensbrück, tra le internate più “presentabili”. In genere facevano parte della categoria delle “asociali”, che voleva dire tutto e niente. Per essere bollata come tale e spedita in un lager bastava pochissimo. Le ingannavano facendo intravedere una possibilità di vita migliore. Dicevano che avrebbero avuto acqua calda, lenzuola, cibo, e che sarebbero state libere dopo 6 mesi. Sospendiamo il giudizio, è comprensibile che in quelle condizioni una donna accetti pensando: “Non può essere peggio di così”.
Le promesse venivano mantenute?
“Erano tutti inganni, naturalmente: nessuna veniva mandata a casa dopo sei mesi, la maggior parte per reggere allo schifo diventava alcolista, molte prendevano la sifilide… Quando le donne erano distrutte nel corpo e nello spirito, le rispedivano a Ravensbrück per le sperimentazioni. Diventavano cavie, morivano. E’ comprensibile che chi è sopravvissuta, nel dopoguerra non volesse far sapere, parlare, ricordare. Erano donne disprezzate, feccia, agli occhi delle anime belle, indegne di essere capite e assolte. Tra l’altro, non erano state riconosciute nemmeno come vittime del nazismo, perché formalmente erano andate volontarie. Io ho trovato testimonianze, ho ricostruito storie, mi sono documentata fra molte difficoltà. Tuttora nei dieci campi dove esistevano i Sonderbau non c’è un cartello a ricordarlo, è una vergogna storica per cui i tedeschi non si sentono pronti. Ma non è l’unica, non è finita, non creda: ho ancora una lunga lista di bubboni del nazismo.”
La sua passione per la verità è quella di un’irriducibile.
“I miei mi hanno regalato un’infanzia tremenda, ma alla fine sono riuscita a trasformare tutto in letteratura, e per di più in una lingua – l’italiano – che non è la mia. Vivo qui dal ‘63, ce l’ho fatta. Se non avessi avuto quel carattere ostinato, ribelle e caparbio che in casa mi accusavano di avere, niente sarebbe stato possibile. Lo dico sempre ai ragazzi quando vado nelle scuole: “Tutto serve, io non considero la mia vita tragica, e guardo sempre al futuro, voi tirate fuori le energie.” A un certo punto mi sono ritrovata vedova del mio marito italiano, senza un soldo, in cassa integrazione e con un figlio da mantenere: andavo nelle lavanderie a stirare le camicie – sono sempre stata brava a stirare – e la sera tornavo a casa e scrivevo Il rogo di Berlino.”
Quando ha smesso di stirare camicie?
“Quasi subito: ebbi un bell’anticipo dalla casa editrice e poi vinsi 10 milioni di Lire con un premio letterario, a Rapallo. Quando mi diedero l’assegno tornai in albergo, piansi, me lo misi nel reggiseno per paura che me lo rubassero, e dormii così. La mia vita era cambiata.”
————————————
NARRATIVA: Prostitute nei Lager,
un romanzo di Helga Schneider
COSI’ LE SS “curavano” i gay
di GIULIA BORGESE
Questo è un romanzo terribile. Ci racconta infatti una storia vera e assolutamente disumana, una storia accaduta soltanto una sessantina di anni fa, in Europa, di cui poco finora si è parlato. Forse anche perché le protagoniste sono state particolarmente restie a parlarne. A svelarcela è una persona che l’ha vissuta da ragazza e non è mai più riuscita a dimenticarsela neppure adesso che è vecchia e non ricorda bene cosa le è successo ieri, o un’ora fa.
Pagina dopo pagina, senza tralasciare un solo particolare, Frau Kiesel nella sua casa di Berlino passa in rassegna per la scrittrice Sveva tutto quello che accadeva nel bordello di Buchenwald, voluto da Himmler nel 1942. Dietro Sveva si nasconde Helga Schneider, l’autrice del Rogo di Berlino (Adelphi), la sua autobiografia di bambina tedesca abbandonata con il fratellino dalla madre che aveva voluto diventare guardiana del campo femminile di Ravensbrück, e che la zia — segretaria di Goebbels — aveva pensato bene di portare in visita nel bunker di Hitler.
«Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e ben curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile… Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: ‘Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. D’ora in poi farai la puttana per cani e porci’», ricorda Frau Kiesel , tra una tazza di caffè e una fetta di torta di mele.
È solo l’inizio di questa nuova opera della Schneider sugli orrori del nazismo: La baracca dei tristi piaceri ( Salani, pp. 205, € 14). La baracca era frequentata sia dai detenuti sia dalle SS. I detenuti che si mettevano in fila per fare 15 minuti di miserabile sesso «ci disprezzavano profondamente, eppure sapevano bene che, tranne tre o quattro, noi non eravamo prostitute. Mi crede se le dico che difficilmente ho notato in qualcuno di loro un briciolo di solidarietà? ».
Erano «ombre prostrate dai lavori forzati… ma ecco che non resistevano al bisogno di sfogarsi con una donna!». E così accadeva che qualcuno morisse subito dopo «il servizio».
Tra le SS alcuni toccavano le donne indossando guanti di pelle nera, altri — e Frau Kiesel solleva la sottana per provare la veridicità di quel che dice — segnavano col sigaro acceso la loro preda, altri ancora, impotenti, si fermavano a raccontare piangendo le tragiche vicende della loro infanzia e adolescenza. Ma il peggio era — e questo la vecchia signora sembra proprio che non riesca a tradurlo in parole — quando il medico criminale, il danese Carl Vaernet che sosteneva di poter guarire gli omosessuali, mandava alle prostitute i giovani che aveva operato «con successo», per vedere — spiando da una apposita finestrella — se i suoi pazienti erano davvero in grado di testimoniare la riuscita della sua «cura».
La prostituzione coatta, una micidiale forma di violenza, faceva dunque parte delle strategie politiche del governo di Hitler: è necessario che lo si sappia perché non accada mai più. Eppure, è il commento amarissimo di Helga Schneider, «la violenza sulle donne è antica come il mondo, ma nel 2009 avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri».
un romanzo di Helga Schneider
COSI’ LE SS “curavano” i gay
di GIULIA BORGESE
Questo è un romanzo terribile. Ci racconta infatti una storia vera e assolutamente disumana, una storia accaduta soltanto una sessantina di anni fa, in Europa, di cui poco finora si è parlato. Forse anche perché le protagoniste sono state particolarmente restie a parlarne. A svelarcela è una persona che l’ha vissuta da ragazza e non è mai più riuscita a dimenticarsela neppure adesso che è vecchia e non ricorda bene cosa le è successo ieri, o un’ora fa.
Pagina dopo pagina, senza tralasciare un solo particolare, Frau Kiesel nella sua casa di Berlino passa in rassegna per la scrittrice Sveva tutto quello che accadeva nel bordello di Buchenwald, voluto da Himmler nel 1942. Dietro Sveva si nasconde Helga Schneider, l’autrice del Rogo di Berlino (Adelphi), la sua autobiografia di bambina tedesca abbandonata con il fratellino dalla madre che aveva voluto diventare guardiana del campo femminile di Ravensbrück, e che la zia — segretaria di Goebbels — aveva pensato bene di portare in visita nel bunker di Hitler.
«Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e ben curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile… Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: ‘Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. D’ora in poi farai la puttana per cani e porci’», ricorda Frau Kiesel , tra una tazza di caffè e una fetta di torta di mele.
È solo l’inizio di questa nuova opera della Schneider sugli orrori del nazismo: La baracca dei tristi piaceri ( Salani, pp. 205, € 14). La baracca era frequentata sia dai detenuti sia dalle SS. I detenuti che si mettevano in fila per fare 15 minuti di miserabile sesso «ci disprezzavano profondamente, eppure sapevano bene che, tranne tre o quattro, noi non eravamo prostitute. Mi crede se le dico che difficilmente ho notato in qualcuno di loro un briciolo di solidarietà? ».
Erano «ombre prostrate dai lavori forzati… ma ecco che non resistevano al bisogno di sfogarsi con una donna!». E così accadeva che qualcuno morisse subito dopo «il servizio».
Tra le SS alcuni toccavano le donne indossando guanti di pelle nera, altri — e Frau Kiesel solleva la sottana per provare la veridicità di quel che dice — segnavano col sigaro acceso la loro preda, altri ancora, impotenti, si fermavano a raccontare piangendo le tragiche vicende della loro infanzia e adolescenza. Ma il peggio era — e questo la vecchia signora sembra proprio che non riesca a tradurlo in parole — quando il medico criminale, il danese Carl Vaernet che sosteneva di poter guarire gli omosessuali, mandava alle prostitute i giovani che aveva operato «con successo», per vedere — spiando da una apposita finestrella — se i suoi pazienti erano davvero in grado di testimoniare la riuscita della sua «cura».
La prostituzione coatta, una micidiale forma di violenza, faceva dunque parte delle strategie politiche del governo di Hitler: è necessario che lo si sappia perché non accada mai più. Eppure, è il commento amarissimo di Helga Schneider, «la violenza sulle donne è antica come il mondo, ma nel 2009 avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri».
IL RESTO DEL CARLINO
Heike riprende a respirare
“Certe ferite sanguinano sempre”
Heike riprende a respirare
“Certe ferite sanguinano sempre”
di LORELLA BOLELLI
“Vorrei dimenticarlo e invece lo rivango al solo scopo di divulgare una cultura della pace che ancora fatica a imporsi.” Per Helga Schneider il passato é destinato a non spegnersi mai, a tornare doloroso e insistente come un’ossessione ma per un fine superiore che é quello di testimoniare l’orrore perché non si ripresenti più. E perché le giovani generazioni conoscano e rifuggano le aberrazioni del ‘900 che i libri di scuola stentano a raccontare con l’efficacia di chi le ha vissute sulla propria pelle. Così anche la sua ultima fatica letteraria, Heike riprende a respirare, (…) é rivolta proprio al pubblico dei più piccoli per farli riflettere sui guasti della guerra e sulle loro ripercussioni postume, sugli effetti devastanti che si propagano ben oltre la firma dell’armistizio o della resa, sulla ricostruzione che non é solo materiale ma anche psicologica. E i cui esiti spesso non sono consolanti.
Anche Heike é una reduce, una bimba che a sette anni ha vissuto da testimone oculare lo stupro perpetrato dai soldati sovietici sulla madre, poi ha visto la genitrice morire avvelenata per la vergogna della violenza. E ancora, il padre tornare dal fronte e accompagnarsi a una prostituta che l’ha ridotto sul lastrico…
Anche Heike é una reduce, una bimba che a sette anni ha vissuto da testimone oculare lo stupro perpetrato dai soldati sovietici sulla madre, poi ha visto la genitrice morire avvelenata per la vergogna della violenza. E ancora, il padre tornare dal fronte e accompagnarsi a una prostituta che l’ha ridotto sul lastrico…
FANTASIA O REALTA’?
“Ho cominciato con la mia autobiografia perché la storia personale era invischiata strettamente nelle vicende della storia con la S maiuscola ma sono gradualmente passata a libri testimoniali, ovvero che attingono a realtà a me molto vicine – nella fattispecie é la storia vera di una mia cugina – ma si snodano con la levità del romanzo e con una delicatezza di termini e linguaggio che rendono il racconto, pur nella durezza dei contenuti, adatto ai bambini e ai ragazzi.”
MA CONSIDERANDO LA CATENA DI TRAGEDIE INNESCATE ANCHE DAL DOPOGUERRA, VIEN DA DIRE CHE UN PASSATO COSì NON MUORE MAI…
“In realtà é così. Una guerra devasta per decenni e procura conseguenze che non vengono nemmeno immediatamente ascritte a quell’evento. Oggi in Germania il neonazismo e la xenofobia impazzano. Ma questi giovani non sanno che le ondate migratorie di turchi, italiani, indiani sono dovute proprio allo sterminio di intere generazioni procurato dal nazismo. Così quando la Germania si é trovata a dover ricostruire, aveva bisogno di braccia straniere.”
QUESTO A LIVELLO SOCIALE, MA GENERALMENTE COME SI CONVIVE CON QUEL DOLORE ATAVICO?
“Questa mia cugina sopravvisse al dolore della perdita della madre e, sostanzialmente, anche del padre, abbracciando gli alberi del giardino della sua casa distrutta dalle bombe. Da grande é rimasta un essere fragile. (…) Anch’io ho avuto strascichi infiniti che hanno allungato un’ombra oscura anche sui rapporti con mio figlio che non mi ha perdonato di avergli a lungo nascosto la vicenda di mia madre, della sua fuga dalla famiglia per abbracciare la causa criminale. Sono ferite dalle quali non si guarisce mai.
MA COME MAI NONOSTANTE LA CONSAPEVOLEZZA DEI GUASTI ANCHE A LUNGO TERMINE DI UNA GUERRA, LA CULTURA DELLA PACE STENTA A IMPORSI?
“La cosa grave é che la gioventù ricomincia a guardare al nazismo come a un mito da rinverdire. E ho ben da sgolarmi io a dire che non era per niente divertente essere giovani sotto quel regime che ti addestrava fin dagli otto anni a diventare un soldato. Oggi, rispetto ad allora, la guerra é solo più tecnologica e sofisticata ma le conseguenze saranno le stesse e tutto il mondo ne risentirà.”
RIESCE A INTRAVVEDERE QUALCHE SPERANZA?
“No, i fatti non me ne danno. I governi mandano a morire i propri soldati per ristabilire la pace, ma nel contempo crescono nuove generazioni disposte a farsi saltare in aria. Dunque…”
IL MESSAGGERO
01-04-2008
01-04-2008
Heike riprende a respirareù
Helga Schneider
Salani
Helga Schneider
Salani
Fiorella Iannucci
Non ha mai smesso di attingere alla sua infanzia, Helga Schneider. Anche, e soprattutto, quando scrive per i ragazzi, come in “Heike riprende a respirare”, il nuovo romanzo uscito per Salani, é già balzato nella classifica dei bestseller. (…”Veramente non lo sapevo. Sono una disgraziata: non guardo le classifiche. Ma sono davvero contenta”, ride la scrittrice).
Questo denso racconto della Schneider é un piccolo cammeo, insieme a una proposta coraggiosa, controcorrente. Di quelle, per intenderci, che fanno la differenza rispetto a una produzione editoriale di settore sempre più omologata.
Un libro-testimonianza che l’autrice tedesca, da anni residente a Bologna, ha presentato in Fiera in un incontro-conversazione con Silvana De Mari, dal titolo emblematico: “Le ferite della Storia e le cure della fatasia.”
Un libro-testimonianza che l’autrice tedesca, da anni residente a Bologna, ha presentato in Fiera in un incontro-conversazione con Silvana De Mari, dal titolo emblematico: “Le ferite della Storia e le cure della fatasia.”
“Heike” é il terzo libro che scrivo per i lettori più giovani (dopo “Stelle di cannella” e “L’albero di Goethe”, Salani. “E questo comporta un’accortezza particolare: bisogna dosare il linguaggio, avere il tono giusto. Non si possono traumatizzare i ragazzini”, dice la scrittrice. In realtà i precedenti romanzi della Schneider, da “Il rogo di Berlino” (Adelphi), a “Io, piccola ospite del Fuhrer” (Einaudi), nascondono tutti una sola amara verità: nessuno sopravvive alla guerra, neppure i vivi.
Heike riprende a respirare” é un libro che dimostra che la guerra non distrugge solo case e cose, ma spezza legami familiari, annulla principi, regole di vita, sogni, progetti, sentimenti, certezze. Le città e gli edifici si possono ricostruire in fretta, ma lo sfacelo culturale che segue la guerra rimane a lungo. E restano le macerie psicologiche.
E’ quello che accade a Heike, nel romanzo. Siamo a Berlino, nel 1945. Ed é il suono della campana e l’inizio delle lezioni, incipit del libro, a dare alla bambina, 10 anni appena, il senso di una ritrovata “normalità”. Eppure niente é come prima, e Heike lo sa: il padre disperso, la madre non é più la stessa dopo lo stupro subito dai soldati russi.
Heike vive nello scantinato della sua casa, distrutta da una bomba. Ed è solo uno spicchio di giardino, e il grande melo, a cui la bambina parla per ricevere risposte alle sue insicurezze, il luogo intatto della sua infanzia.
Tutto intorno, Berlino non é che un enorme cumulo di rovine. E’ la città degli orfani, dei reduci, dei profughi, la città delle tessere annonarie, del mercato nero, della cioccolata degli americani e della vodka dei russi.
Eppure non sono né la fame né le difficoltà materiali le prove più difficili per Heike. Ma le ferite dell’anima: il suicidio della madre, un padre ritornato, sì, ma completamente “cambiato”, l’affidamento a una donna che vede in lei solo la figlia morta…
Heike vive nello scantinato della sua casa, distrutta da una bomba. Ed è solo uno spicchio di giardino, e il grande melo, a cui la bambina parla per ricevere risposte alle sue insicurezze, il luogo intatto della sua infanzia.
Tutto intorno, Berlino non é che un enorme cumulo di rovine. E’ la città degli orfani, dei reduci, dei profughi, la città delle tessere annonarie, del mercato nero, della cioccolata degli americani e della vodka dei russi.
Eppure non sono né la fame né le difficoltà materiali le prove più difficili per Heike. Ma le ferite dell’anima: il suicidio della madre, un padre ritornato, sì, ma completamente “cambiato”, l’affidamento a una donna che vede in lei solo la figlia morta…
“La storia di Heike, anche se rielaborata, é in realtà quella di mia cugina. La madre, mia zia, si suicidò davvero. Fu violentata da un gruppo di soldati russi, e non riuscì a superare il trauma. Un ’segreto terribile’, quello dello stupro, che venne tenuto nasosto alla nonna fino alla fine.”
Lo scantinato di Heike é lo stesso dove ha vissuto. Il padre reduce tornò con tutti i suoi traumi: si mise con una giovane donna spregiudicata. E vendette il terreno e quel giardino tanto amato.
Fa una pausa la scrittrice: “Conservo una fotografia della zia davanti alla sua casa distrutta: con lei c’é la sua gatta bianca e insieme guardano quel cumulo di macerie. E’ una foto straziante.”
Fa una pausa la scrittrice: “Conservo una fotografia della zia davanti alla sua casa distrutta: con lei c’é la sua gatta bianca e insieme guardano quel cumulo di macerie. E’ una foto straziante.”
Ma é la forza che mette in tutte le cose, la sua voglia di guardare avanti, a prendere il sopravvento.
Le faccio una confidenza – dice di nuovo. Ho sentito proprio qualche giorno fa mia cugina, che abita ancora a Berlino. Le ho detto del lbro. Ha scherzato: “Non é che hai detto a tutti che parlo ancora con gli alberi, alla mia età?”
Sì, la signora Heike parla ancora con gli alberi, e anche con le lucertole. E’ una donna sensibilissima, che continua a portarsi dentro il suo trauma.
Le faccio una confidenza – dice di nuovo. Ho sentito proprio qualche giorno fa mia cugina, che abita ancora a Berlino. Le ho detto del lbro. Ha scherzato: “Non é che hai detto a tutti che parlo ancora con gli alberi, alla mia età?”
Sì, la signora Heike parla ancora con gli alberi, e anche con le lucertole. E’ una donna sensibilissima, che continua a portarsi dentro il suo trauma.