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Benvenuti al Blog di Helga Schneider 

 

  

 

I miei vent'anni copertina

Il nuovo libro di Helga Schneider, intitolato I miei vent’anni, è una vera sorpresa. La scrittrice di origine austriaca, nata nel 1937  e residente in Italia da molti anni, è famosissima per i suoi bestseller legati alla storia della Germania sotto il nazismo, periodo in cui la piccola Helga è cresciuta. I suoi due romanzi autobiografici – Il rogo di Berlino e Lasciami andare, madre – sono la voce di una bambina e poi di una donna che ha vissuto il trauma del regime totalitario di Hitler sulla propria pelle, abbandonata da una madre che voleva diventare sorvegliante ad Auschwitz e testimone della Berlino bombardata, della fame e delle violenze.
 
Dopo dodici libri che ruotano intorno a un periodo storico così funesto, il suo tredicesimo romanzo cambia registro. I miei vent’anni è il racconto autobiografico, sincero e spietato, delle sorti di Helga dopo Berlino, dopo un’adolescenza tormentata dai dissidi con il padre e la matrigna che la detesta, fino alla sospirata libertà di prendere in mano la propria vita.
 
La storia inizia a Salisburgo, alla metà degli anni Cinquanta, in un’Europa che sta lentamente riscoprendo il piacere di vivere dopo le devastazioni della guerra. Costretta dalla vita a cavarsela da sola, Helga si ingegna fra mille lavoretti per sopravvivere e le sue grandi passioni: il teatro, ma soprattutto la scrittura. L’amore per un giovane francese conosciuto a Salisburgo, Pierre, la condurrà a Parigi, mentre le sue ambizioni la porteranno a Vienna. Come tutti i ragazzi, vivrà amicizie importanti, innamoramenti e tradimenti. Incluso un fidanzato fedifrago italiano, Giacomo. Non è un resoconto trionfalistico: questo libro è il racconto autentico di sconfitte brucianti, affrontate a testa alta. Questa giovane donna d’altri tempi sorprende e appassiona con le sue avventure narrate con grande freschezza, e soprattutto suscita simpatia. Perché nella vita capita a tutti di cadere: ciò che conta è sapersi rialzare e non smettere mai di credere nei propri sogni.
 
Elle.it ne ha parlato con Helga Schneider.
 
-Come definirebbe questo romanzo autobiografico?
 
«Doloroso, avventuroso, coraggioso e molto sincero. Non è stato facile decidere di raccontare questo periodo della mia vita. Sono scappata di casa, ho fatto teatro, ho dovuto posare nuda per uno scultore, ho lavorato al Casanova Bar… Mi sono domandata se i miei lettori avrebbero accettato questa Helga Schneider! I miei vent’anni sono stati così, e ho voluto raccontarli con grande sincerità».
 
-In questo libro, ci racconta anche come è nata anche la sua passione per la scrittura…
 
«Sì, ho iniziato a scrivere a Salisburgo, prendendo a noleggio una macchina da scrivere. In realtà, raccontare quello che vedevo è sempre stato un mio desiderio. Fin dai tempi della cantina a Berlino, al nonno che mi chiedeva perché mi soffermassi a osservare, avevo risposto “guardo tutto per non dimenticare niente”».
 
-Anche in questo libro, le descrizioni dei luoghi e delle persone sono estremamente precise e vivide. È più facile scrivere romanzi di fiction o autobiografici?
 
«La fiction richiede un grande lavoro di documentazione sul periodo storico di cui si parla, per poi passare alla scrittura narrativa. L’autobiografia per me si scrive “da sola”. Ho una memoria fotografica, che mi ha sempre aiutato molto. Ricordo tutti i dettagli del pullman che mi ha portata a Salisburgo, la mia cameretta, le notti a Vienna nel dormitorio dell’Esercito della Salvezza tormentata dalle cimici…».
 
-In questo libro, grandi passioni ma anche colpi di sfortuna. È stato difficile rievocarli?
 
«Scrivere è terapeutico. Mi sono liberata in qualche modo del dolore che ho provato per l’abbandono di Pierre e della grande delusione che mi ha dato il tradimento di Giacomo. Ma anche dell’amarezza del rifiuto che ho subito con il mio primo romanzo e degli anni del teatro, che non mi hanno portata a niente. Ho rimesso ordine e mi sono liberata di ricordi negativi».
 
-E dopo i vent’anni, arriveranno anche i trenta? Sappiamo che il libro si conclude con il suo viaggio in Italia, che segnerà il suo destino futuro…
 
«In effetti ci sto lavorando! È il mio nuovo progetto, non posso dire di più».
 
I miei vent’anni mi ha letteralmente conquistata: l’ho letto in due giorni. Non mi resta che aspettare il seguito.
 
Info: I miei vent’anni, di Helga Schneider – Salani, € 13,90   
 
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GRAZIA – 11-4 -2013 – LIBRI di Valeria Parrella
 
Addio 20 anni!
 
Dicono che Helga Schneider dimostri che è possibile fare letteratura senza separarla dall’esistenza. E difatti questo romanzo è un tassello che mancava alla sua vita, e a quella parte della sua opera che comprende le storie della visita al rifugio del Führer, l’abbandono della madre (arruolatasi nelle SS), il sesso forzato come “metodo coercitivo nazista”. Una donna che dice di sé: “Sapevo che sarei andata nel mondo ferita e sbagliata”.
 
 
ECO DI BERGAMO – 02 – 04 -2013
 
Vent’anni nel Dopoguerra
 
Helga Schneider è una donna e scrittrice impegnata, diventata nel tempo un punto di riferimento per la sua attività a difesa della pace e della memoria storica. Se nei suoi romanzi finora aveva ripercorso la sua infanzia a Berlino e gli orrori della seconda guerra mondiale, qui racconta, con la sua prosa nitida, gli anni del dopoguerra, “I miei vent’anni”, come dice il titolo, nei quali Helga cercava il suo posto nel mondo viaggiando attraverso l’Europa. Contagia i suoi lettori con il suo entusiasmo, accanto alla fatica, agli ostacoli da superare per realizzare il sogno di dedicarsi alla scrittura.
 
 
Nikita (01-05-2013)
Un acquisto obbligato per chi ha amato “Il rogo di Berlino” della stessa autrice. In questo libro autobiografico, la Schneider parla dei suoi 20 anni trascorsi in Austria, tra lavoretti saltuari e il sogno di diventare prima attrice e poi scrittrice. Tra (tanti) amori finiti male e amicizie che vanno e vengono, la lettura scorre che è un piacere. Il libro si apre con un’intervista alla scrittrice, in cui racconta cosa è successo subito dopo il suo arrivo in Austria dopo il ‘45. Certi retroscena però non sono spiegati. Mi piacerebbe che in futuro l’autrice scrivesse un altro romanzo in cui parla del suo viaggio in Italia e spiegasse che fine hanno fatto i suoi amici tipo Sigfried e provo curiosità anche nei confronti del padre, di Ursula e del fratello Peter. Insomma spero proprio in una continuazione.
Voto: 4 / 5
 
Romolo Ricapito (08-04-2013)
Con I Miei Vent’anni Helga Schneider propone un libro totalmente autobiografico, senza mediazioni, ideale seguito del romanzo Il Rogo di Berlino. Dopo la guerra ed essere stata bambina sotto i bombardamenti, Helga vive un nuovo dramma. La sua famiglia di origine, nella quale domina una orribile (per carattere) matrigna, un padre asservito ai voleri della donna e un fratello minore che si adegua al trend familiare, è ormai un luogo invivibile. Il nucleo “malato” le impedisce persino di fare visita all’amata nonna. Helga in Austria vive varie vicissitudini. E’ quasi più importante come la Schneider racconta i fatti dei fatti in sé. Il suo stile secco, avvincente, senza fronzoli rende la lettura un’esperienza bellissima. Helga vivrà l’amore vero con un ragazzo francese: ma il “mammismo” del quale è affetto il giovane renderà la relazione invivibile. Un po’ meglio andranno le cose con un amico omosessuale, schiavo anche questo di una figura femminile (la zia). In questo dopoguerra Helga si dimostra in grado di sopravvivere, con lavori da cameriera che le consentiranno di recitare anche a teatro, dove non viene pagata. La passione della recitazione non viene coltivata a fondo, forse perché la Schneider preferisce fare la scrittrice. La giovane donna allora inizia la stesura delle sue autobiografie dopo l’acquisto a rate di una macchina per scrivere. All’interno del lungo racconto, che si conclude bruscamente, si stagliano descrizioni accurate di figure di passaggio essenziali e di un piccolo volatile che diventa l’amico inseparabile di Helga. In tutto ciò ci sarà spazio ancora per l’amore, forse non ancora quello definitivo , mentre la meta finale di Helga resta l’Italia, paese nel quale trovare conforto per i suoi tormenti. Ad ogni modo la Schneider si rivela una vincente, perché donna capace di combattere per ottenere indipendenza e riscatto
Voto: 5 / 5
 
Lombardia oggi
Helga: una ragazza sola nella Vienna anni Cinquanta
Una ragazza che lavora per mantenersi, scappata da un padre disattento e da una matrigna cattiva, e cerca anche di coltivare i suoi sogni, diventare attrice, scrivere, con l’unica certezza che la vita che l’aspetta sarà comunque migliore di quella che ha lasciato. Oggi la storia di Helga Schneider non si noterebbe come invece nella Vienna degli anni Cinquanta, dove l’autrice approdò poco più che diciottenne cercando di sopravvivere a se stessa, tra amori fallimentari, povertà e desiderio di farcela, con la nostalgia di una nonna di cui le è stato negato anche l’indirizzo della casa di cura, e senza più pensare invece a quella madre che l’aveva abbandonata da piccola per arruolarsi nelle SS. Questa storia terribile e vera è già stata raccontata nel “Rogo di Berlino”, che ha appassionato i lettori che hanno sommerso la 75enne scrittrice austriaca di lettere di questo tenore: “Sappiamo tutto della bambina Helga abbandonata a quattro anni dalla madre, della guerra che ha vissuto a Berlino, della visita al bunker del Führer e infine del rimpatrio nel paese natio del padre, l’Austria, ma che ne è stato dell’adolescente e poi della ventenne Helga?”. Così è nato “I miei vent’anni” (Salani, pagg. 271, 13,90 €), seconda puntata dell’autobiografia di Helga Schneider: “Ho iniziato a scrivere per un’esigenza mia, quella di fissare e mettere in ordine questi ricordi, ma forse avrebbe dovuto essere anche un futuro lascito per mio figlio che, come i lettori, tuttora ignora quel tratto della vita che sono stati i vent’anni di sua madre”. Le pagine del memoir scorrono veloci, la scrittura è limpida e perfetta, si arriva al termine riavvolgendo il nastro della propria vita in cerca di un segno di giovinezza uguale negli anni Cinquanta come oggi.

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Amori e sogni del dopoguerra
Intervista a Helga Schneider
(In esclusiva per InfiniteStorie.it. 
 
I miei vent’anni è un’autobiografia d’eccezione, uno spaccato inedito degli anni Cinquanta. Nel periodo cruciale del dopoguerra, la giovane Helga Schneider cerca il suo posto nel mondo. È andata via dalla casa di suo padre e viaggia per l’Europa, guidata da una sola certezza: la vita che l’aspetta sarà sempre comunque migliore di quella che ha lasciato. E infatti i vent’anni di Helga, pur tra le difficoltà della ricostruzione e la conquista della normalità, sono pieni di leggerezza, sogni e voglia di indipendenza. Salisburgo, Vienna, Parigi, l’Italia sono i teatri delle sue esperienze; l’amore, il tradimento, la delusione, l’entusiasmo, la fatica di guadagnarsi da vivere e la passione per la scrittura, tutto si mescola in questo memoir in cui Helga Schneider racconta se stessa, ripercorrendo il proprio vissuto unico e universale insieme. Abbiamo intervistato l’autrice.
 
D. I miei vent’anni è un romanzo diverso dai suoi precedenti. Che cosa l’ha spinta a raccontare episodi della sua vita così intimi e privati?
 
H. Io penso che un’autobiografia debba aprirsi al lettore senza abbellimenti né ipocrisie, altrimenti è meglio scrivere un’opera di fiction.
 
D. La sua storia è davvero toccante, soprattutto quando parla dei legami familiari. Tra le persone che descrive nel libro colpisce in particolare la figura della nonna, vuole parlarci di lei?
 
H. Mia madre mi ha abbandonata a Berlino quando avevo quattro anni, e da quel giorno un’unica figura femminile è stata per me un riferimento positivo: la mia nonna paterna. E lo è tuttora. Lei ha sostituito il calore e l’amore materno che mia madre mi aveva negato e me ne nutro ancora.
 
D. Nella narrazione risulta che l’amicizia sia stata e sia un valore molto importante, è davvero così?
 
H. Nel corso degli anni ho avuto amici e ne ho perduti. L’esperienza mi insegna che l’amico è una persona con la quale si percorre un tratto di strada insieme. Spesso però la vita stessa ci spinge in direzioni diverse impedendo che questa amicizia possa essere ancora coltivata. La lontananza fisica a lungo andare può allontanare anche il cuore. Ma poi, miracolosamente, ci si imbatte in amici che non incontravamo da anni, ed è come se li avessimo lasciati due giorni prima perché il sentimento è rimasto intatto. Siegfried, di cui parlo nel libro, è stato per qualche tempo un amico fraterno, indispensabile e irrinunciabile, al quale mi sono sentita molto legata. Ma le nostre strade si sono allontanate senza rimedio e ci siamo persi. Comunque, è difficile parlare dell’amicizia. Resta indiscutibile il vecchio proverbio ”Chi trova un amico trova un tesoro“.
 
D. Anche il lavoro ha rappresentato un importante elemento cui aggrapparsi in momenti di solitudine e difficoltà. Ci racconta qualche sua esperienza significativa?
 
H. Ero giovanissima quando sono scappata da una famiglia che non sentivo mia a causa della matrigna che mi rifiutava. Se una ragazza si trova sola al mondo senza sostegno parentale, le restano soltanto due possibilità: vendere il proprio corpo, e ci sono molti modi di farlo, o cercarsi un lavoro. Ed è ciò che ho fatto, non esitando a lavare i bicchieri nelle birrerie o servire ai tavoli di una trattoria, fare la badante di un signore molto anziano o la domestica per una vedova in là con gli anni. Nessun lavoro onesto è disonorevole. Ho fatto perfino l’annunciatrice nei night-cabaret viennesi. Più eclettici di così davvero non si può!
 
D. In I miei vent’anni troviamo tematiche forti e molti episodi dolorosi, ma leggiamo anche di avventure che, seppure abbiano risvolti penosi e a volte drammatici, sono tuttavia raccontate in toni lievi e freschi. Com’è possibile unire questi elementi così contrastanti tra loro?
 
H. L’anziano vive i momenti difficili e drammatici della sua esistenza con uno spirito diverso dal giovane, con una maggiore consapevolezza derivante dalla sua esperienza di vita. Scrivendo I miei vent’anni ho cercato di calarmi nell’età che avevo quando gli eventi e le situazioni di cui racconto sono accaduti, rivivendoli con lo spirito di allora. Mi piacerebbe sapere se ci sono riuscita.
 
D. Ha viaggiato parecchio nella sua vita, e nel suo memoir troviamo infatti diverse di queste tappe. Qual è la città a cui si sente più legata?
 
H. Mi sento maggiormente legata a Berlino dove ho trascorso la mia infanzia sotto la dittatura di Adolf Hitler. Ogni volta che ritorno a Berlino provo un senso di ”Heimat“, di appartenenza, e gioisco nel ritrovarla così civile e ben ricostruita.
 
D. L’amore per la scrittura l’ha accompagnata fin da giovane. Quando ha capito che non ne poteva fare a meno?
 
H. Forse l’ho capito già da bambina quando, appena finita la guerra, mi sono trovata per un momento sola nella nostra cantina, dove avevamo trascorso mesi drammatici con la fame e il terrore dei bombardamenti. Mi sono guardata attorno e alla domanda di mio nonno – mi chiedeva dalle scale se avessi dimenticato qualcosa – ho risposto: ”Sto guardando tutto per non dimenticare niente.“ E non ho dimenticato: cinquant’anni dopo venne pubblicato il mio libro autobiografico ed ebbe successo. Andrea Casalegno del Corriere della Sera lo definì come ”la denuncia più efficace del nazismo che sia mai uscita dalla penna di un adulto e dai ricordi di un bambino“.
 
6 maggio 2013