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IL FOGLIO.IT
Pietro Favari
Altro che nazi-porno – Il dramma delle prostitute nei lager
Una di loro, Frau Kiesel, é la protagonista del recente romanzo di Helga Schneider “La baracca dei tristi piaceri”, edito da Salani, che con feroce verità e con una scrittura di intenso rigore stilistico rievoca gli orrori vissuti dall’anziana “Bordellfrau”. Raccolti da una scrittrice, Sveva, come monito che la strategia antica del sesso forzato e della violenza sulle donne non é finita con il nazismo, ma continua a essere usata come arma di guerra.
Helga Schneider racconta le donne costrette a vendersi dentro i lager
il Piccolo — 27 gennaio 2010 sezione: CULTURA – SPETTACOLO
Chi non ha letto ”Lasciami andare, madre” non sa che cos’è l’orrore. Sì, perché Helga Schneider, in quel libro terribile e splendido, racconta la sua storia di figlia di una donna che ha abbandonato la famiglia per dedicarsi agli ideali nazisti. E che non ha mai rinnegato Hitler e i campi di concentramento. Adesso, ritorna a squarciare il velo del silenzio con un romanzo-testimonianza che lascia senza fiato. Si intitola ”La baracca dei tristi piaceri”, lo pubblica Salani (pagg. 205, euro 14 ). Racconta la storia, sempre passata sotto silenzio, delle prigioniere dei lager che erano costrette a prostituirsi. E che finivano, poi, per restare segnate da quella spaventosa esperienza, se sopravvivevano.
Servizi0 di Paola Calvetti su
RaiTRe Linea Notte
4 Dic. 2009 – Helga ospite di Corrado Augias
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-43bdc02c-2a03-4d11-8213-18656d2cfb0e.html


lunedì 21 dicembre 2009

NARRATIVA: Prostitute nei Lager, un romanzo di Helga Schneider
COSI’ LE SS “curavano” i gay
di GIULIA BORGESE
Questo è un romanzo terribile. Ci racconta infatti una storia vera e assolutamente disumana, una storia accaduta soltanto una sessantina di anni fa, in Europa, di cui poco finora si è parlato. Forse anche perché le protagoniste sono state particolarmente restie a parlarne. A svelarcela è una persona che l’ha vissuta da ragazza e non è mai più riuscita a dimenticarsela neppure adesso che è vecchia e non ricorda bene cosa le è successo ieri, o un’ora fa.
Pagina dopo pagina, senza tralasciare un solo particolare, Frau Kiesel nella sua casa di Berlino passa in rassegna per la scrittrice Sveva tutto quello che accadeva nel bordello di Buchenwald, voluto da Himmler nel 1942. Dietro Sveva si nasconde Helga Schneider, l’autrice del Rogo di Berlino (Adelphi), la sua autobiografia di bambina tedesca abbandonata con il fratellino dalla madre che aveva voluto diventare guardiana del campo femminile di Ravensbrück, e che la zia — segretaria di Goebbels — aveva pensato bene di portare in visita nel bunker di Hitler.
«Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e ben curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile… Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: ‘Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. D’ora in poi farai la puttana per cani e porci’», ricorda Frau Kiesel , tra una tazza di caffè e una fetta di torta di mele.
È solo l’inizio di questa nuova opera della Schneider sugli orrori del nazismo: La baracca dei tristi piaceri ( Salani, pp. 205, € 14). La baracca era frequentata sia dai detenuti sia dalle SS. I detenuti che si mettevano in fila per fare 15 minuti di miserabile sesso «ci disprezzavano profondamente, eppure sapevano bene che, tranne tre o quattro, noi non eravamo prostitute. Mi crede se le dico che difficilmente ho notato in qualcuno di loro un briciolo di solidarietà? ».
Erano «ombre prostrate dai lavori forzati… ma ecco che non resistevano al bisogno di sfogarsi con una donna!». E così accadeva che qualcuno morisse subito dopo «il servizio».
Tra le SS alcuni toccavano le donne indossando guanti di pelle nera, altri — e Frau Kiesel solleva la sottana per provare la veridicità di quel che dice — segnavano col sigaro acceso la loro preda, altri ancora, impotenti, si fermavano a raccontare piangendo le tragiche vicende della loro infanzia e adolescenza. Ma il peggio era — e questo la vecchia signora sembra proprio che non riesca a tradurlo in parole — quando il medico criminale, il danese Carl Vaernet che sosteneva di poter guarire gli omosessuali, mandava alle prostitute i giovani che aveva operato «con successo», per vedere — spiando da una apposita finestrella — se i suoi pazienti erano davvero in grado di testimoniare la riuscita della sua «cura».
La prostituzione coatta, una micidiale forma di violenza, faceva dunque parte delle strategie politiche del governo di Hitler: è necessario che lo si sappia perché non accada mai più. Eppure, è il commento amarissimo di Helga Schneider, «la violenza sulle donne è antica come il mondo, ma nel 2009 avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri».
L’ALBERO DI GOETHE
Helga Schneider
Salani Editore
Una verità storica scomoda

L’albero di Goethe racconta di un gruppo di ragazzi tedeschi internati nel campo di concentramento nazista di Buchenwald, legati da un’amicizia salda ma costantemente minata da mille pericoli. E’ doveroso precisare che la loro potrebbe essere la storia di altre centinaia di migliaia di giovanissimi, che in quegli anni furono esposti alla violenza e alla barbarie dei campi di concentramento e costretti a vivere esperienze devastanti per la loro futura maturazione fisica, affettiva, psicologica, sessuale e morale.
Secondo una ricerca di Helena Kubica, dei 1.500.000 internati nel solo campo di Auschwitz, 234.000 furono bambini e adolescenti delle origini più disparate, tedeschi compresi.
Malgrado affronti un tema molto arduo, ho immaginato L’albero di Goethe per lettori giovani: ragazzi che non hanno alcuna esperienza diretta della guerra e dei campi di concentramento. Per me, che da bambina ho vissuto una guerra devastante, è confortante sapere che i nostri ragazzi non vivono sulla loro pelle gli orrori dei conflitti armati.
Tuttavia, guardando alcuni anni fa le immagini della ex Jugoslavia e ascoltando chi parlava di “pulizia etnica”, di campi di concentramento e di sterminio, la maggior parte di noi ha pensato: “Quì non potrebbe mai accadere”.
Ma da dove viene questa certezza?
(Helga Schneider)
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lunedì 21 dicembre 2009

NARRATIVA: Prostitute nei Lager, un romanzo di Helga Schneider
COSI’ LE SS “curavano” i gay
di GIULIA BORGESE
Questo è un romanzo terribile. Ci racconta infatti una storia vera e assolutamente disumana, una storia accaduta soltanto una sessantina di anni fa, in Europa, di cui poco finora si è parlato. Forse anche perché le protagoniste sono state particolarmente restie a parlarne. A svelarcela è una persona che l’ha vissuta da ragazza e non è mai più riuscita a dimenticarsela neppure adesso che è vecchia e non ricorda bene cosa le è successo ieri, o un’ora fa.
Pagina dopo pagina, senza tralasciare un solo particolare, Frau Kiesel nella sua casa di Berlino passa in rassegna per la scrittrice Sveva tutto quello che accadeva nel bordello di Buchenwald, voluto da Himmler nel 1942. Dietro Sveva si nasconde Helga Schneider, l’autrice del Rogo di Berlino (Adelphi), la sua autobiografia di bambina tedesca abbandonata con il fratellino dalla madre che aveva voluto diventare guardiana del campo femminile di Ravensbrück, e che la zia — segretaria di Goebbels — aveva pensato bene di portare in visita nel bunker di Hitler.
«Stava lì, l’aguzzina delle SS, capelli biondi e ben curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile… Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: ‘Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. D’ora in poi farai la puttana per cani e porci’», ricorda Frau Kiesel , tra una tazza di caffè e una fetta di torta di mele.
È solo l’inizio di questa nuova opera della Schneider sugli orrori del nazismo: La baracca dei tristi piaceri ( Salani, pp. 205, € 14). La baracca era frequentata sia dai detenuti sia dalle SS. I detenuti che si mettevano in fila per fare 15 minuti di miserabile sesso «ci disprezzavano profondamente, eppure sapevano bene che, tranne tre o quattro, noi non eravamo prostitute. Mi crede se le dico che difficilmente ho notato in qualcuno di loro un briciolo di solidarietà? ».
Erano «ombre prostrate dai lavori forzati… ma ecco che non resistevano al bisogno di sfogarsi con una donna!». E così accadeva che qualcuno morisse subito dopo «il servizio».
Tra le SS alcuni toccavano le donne indossando guanti di pelle nera, altri — e Frau Kiesel solleva la sottana per provare la veridicità di quel che dice — segnavano col sigaro acceso la loro preda, altri ancora, impotenti, si fermavano a raccontare piangendo le tragiche vicende della loro infanzia e adolescenza. Ma il peggio era — e questo la vecchia signora sembra proprio che non riesca a tradurlo in parole — quando il medico criminale, il danese Carl Vaernet che sosteneva di poter guarire gli omosessuali, mandava alle prostitute i giovani che aveva operato «con successo», per vedere — spiando da una apposita finestrella — se i suoi pazienti erano davvero in grado di testimoniare la riuscita della sua «cura».
La prostituzione coatta, una micidiale forma di violenza, faceva dunque parte delle strategie politiche del governo di Hitler: è necessario che lo si sappia perché non accada mai più. Eppure, è il commento amarissimo di Helga Schneider, «la violenza sulle donne è antica come il mondo, ma nel 2009 avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri».
L’ALBERO DI GOETHE
Helga Schneider
Salani Editore
Una verità storica scomoda

L’albero di Goethe racconta di un gruppo di ragazzi tedeschi internati nel campo di concentramento nazista di Buchenwald, legati da un’amicizia salda ma costantemente minata da mille pericoli. E’ doveroso precisare che la loro potrebbe essere la storia di altre centinaia di migliaia di giovanissimi, che in quegli anni furono esposti alla violenza e alla barbarie dei campi di concentramento e costretti a vivere esperienze devastanti per la loro futura maturazione fisica, affettiva, psicologica, sessuale e morale.
Secondo una ricerca di Helena Kubica, dei 1.500.000 internati nel solo campo di Auschwitz, 234.000 furono bambini e adolescenti delle origini più disparate, tedeschi compresi.
Malgrado affronti un tema molto arduo, ho immaginato L’albero di Goethe per lettori giovani: ragazzi che non hanno alcuna esperienza diretta della guerra e dei campi di concentramento. Per me, che da bambina ho vissuto una guerra devastante, è confortante sapere che i nostri ragazzi non vivono sulla loro pelle gli orrori dei conflitti armati.
Tuttavia, guardando alcuni anni fa le immagini della ex Jugoslavia e ascoltando chi parlava di “pulizia etnica”, di campi di concentramento e di sterminio, la maggior parte di noi ha pensato: “Quì non potrebbe mai accadere”.
Ma da dove viene questa certezza?
(Helga Schneider)
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Pagina dopo pagina, senza tralasciare un solo particolare, Frau Kiesel nella sua casa di Berlino passa in rassegna per la scrittrice Sveva tutto quello che accadeva nel bordello di Buchenwald, voluto da Himmler nel 1942. Dietro Sveva si nasconde Helga Schneider, l’autrice del Rogo di Berlino (Adelphi), la sua autobiografia di bambina tedesca abbandonata con il fratellino dalla madre che aveva voluto diventare guardiana del campo femminile di Ravensbrück, e che la zia — segretaria di Goebbels — aveva pensato bene di portare in visita nel bunker di Hitler.
È solo l’inizio di questa nuova opera della Schneider sugli orrori del nazismo: La baracca dei tristi piaceri ( Salani, pp. 205, € 14). La baracca era frequentata sia dai detenuti sia dalle SS. I detenuti che si mettevano in fila per fare 15 minuti di miserabile sesso «ci disprezzavano profondamente, eppure sapevano bene che, tranne tre o quattro, noi non eravamo prostitute. Mi crede se le dico che difficilmente ho notato in qualcuno di loro un briciolo di solidarietà? ».
Erano «ombre prostrate dai lavori forzati… ma ecco che non resistevano al bisogno di sfogarsi con una donna!». E così accadeva che qualcuno morisse subito dopo «il servizio».
Helga Schneider

