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Benvenuti al Blog di Helga Schneider

   adelphi rogo

Il rogo di Berlino
Helga Schneider
di 
Maristella  
 
Tutta la produzione libraria di Helga Schneider, riguarda la riscrittura della propria vita ed in particolare delle esperienze vissute durante l’infanzia e la prima giovinezza, esperienze che non hanno solo una valenza personale ma, essendo incastonate in un contesto storico che getta ancora lunghe e cupe ombre sul presente, assumono un valore collettivo politico e morale, apportando eccezionali testimonianze, illuminanti per una comprensione di un’epoca così travagliata dallo sconvolgimento della scala dei valori umani e della vastità ed intensità del dolore che fu inflitto e subito. Sul piano privato, sappiamo ormai, dalle tante interviste rilasciate dall’autrice e dal suo sito Internet, che la piccola Helga ed il suo fratellino Peter, furono abbandonati dalla madre, fervente nazista, che preferì arruolarsi nelle SS ed occuparsi dei campi di concentramento nazisti piuttosto che allevare e proteggere i figli. Con il padre impegnato nella guerra e la madre irrimediabilmente perduta tra le spire di Ravensbruck prima ed Auschwitz-Bierkenau poi, a elargire ai prigionieri le sue qualità di guardiana, i due bambini vengono presi in carico dalla nonna che accorre a Berlino dalla Polonia per occuparsi di loro. Ma il padre, tornato per una breve licenza, si innamora e si risposa. I bambini andranno così a vivere con la matrigna Ursula, mentre il padre ripartirà per il fronte e la nonna ritornerà in Polonia dissentendo sul nuovo matrimonio del figlio. Ursula svilupperà da subito un’incondizionata tenerezza per il piccolo Peter che renderà un bambino estremamente viziato e prepotente mentre, nei confronti di Helga, sarà intollerante e malevolente. Helga conoscerà la tristezza e la severità di una clinica per “bambini difficili” e la solitudine del collegio fino a che, rientrata a Berlino, ne vedrà l’immane distruzione ad opera delle bombe degli Alleati. La Schneider ci riporta, crudi e toccanti, i ricordi di questa infelice infanzia con gli occhi e le parole della bambina che fu, proiettandoci nell’inferno di una realtà vissuta da chi, nato dalla parte degli aggressori, fu una delle tante vittime dell’intensa violenza messa in atto per porre fine alla guerra e cercare di annientarli. Helga vivrà quel tempo agghiacciante, all’interno dell’oscuro scantinato del suo palazzo, così come tanti altri berlinesi. Fuori, una città polverizzata, stravolta dalle bombe e devastata dagli incendi fino a trasformarsi in un uno spaventoso e lugubre rogo. Una città ormai popolata soltanto da cadaveri che si putrefanno ammorbando l’aria e da grossi ratti, gli unici che, nutrendosi di resti umani, possono avere cibo a volontà. Senza luce, né gas, né acqua, senza nulla per sfamarsi Helga vive la sofferente realtà della popolazione civile del suo Paese, della popolazione civile di tutte le guerre. Vive l’abbruttimento e l’annientamento fisico e morale delle gente, vive la morte che ti sfiora ad ogni passo, vive la depredazione feroce della sua e dell’altrui infanzia, soffocata dalla privazione, dalla durezza delle imposizioni e dalle violenze. Attraverso uno dei suoi ricordi, di cui parlerà ampiamente nel libro “Io, piccola Ospite del Fuhrer”, Helga ci trascinerà a visitare l’ultima tetra dimora di Hitler, all’interno delle viscere del Male, dove percepirà, con i suoi occhi innocenti, l’oscuro tramonto di quell’insensato potere. Con una scrittura semplice, ma sempre intensa e capace di trasmettere forti emozioni Helga Schneider ci rivelerà un’amara e spietata verità lastricata di ferite talmente profonde ed incancellabili che porteranno alla conclusione bruciante e penosa che nessuno può sopravvivere alla guerra, neppure i vivi.
 

 
Il rogo di Berlino
Helga Schneider
Adelphi
 
Recensione di Chiarloni A. – L’Indice 1995, n. 8
 
A lungo rimosso, il tema delle sofferenze dei civili tedeschi nell’ultima guerra è emerso sul finire degli anni settanta nell’alveo di una rivisitazione soggettiva – e dunque meno ideologica – delle memorie familiari. Nell’immediato dopoguerra il giudizio morale sui bombardamenti di Dresda e Berlino si risolveva – anche da parte tedesca, come ricorda Stig Dagermann nel suo reportage “Autunno tedesco” (1946, trad. italiana Il Quadrante, 1987) – con una risposta che era al tempo stesso una definizione di responsabilità della Germania: “Tutto è cominciato a Coventry”. Ma nel 1983, con “Bruder Eichmann”, Reinhardt Kipphardt riproponeva il problema mettendo provocatoriamente sullo stesso piano la Shoah con i bombardamenti sui civili tedeschi e giapponesi: “atrocità simili”, in quanto “prodotto di un’ubbidienza acritica del singolo al sistema”. E la discussione non è certo chiusa, anche perché non può prescindere da una questione di fondo, relativa al “consenso”: se sia cioè possibile separare il “popolo” dall’organismo statale, e quindi dalla macchina bellica di un certo regime. Ora l’intensa testimonianza di Helga Schneider mette dolorosamente a fuoco l’intersezione tra individuo, storia nazionale e linguaggio offrendo nuovi elementi di riflessione.
Abbandonata dalla madre – nazista fanatica – nella prima infanzia, Helga conosce la rigida disciplina dei collegi hitleriani ma anche – grazie alle relazioni della famiglia – il privilegio di un soggiorno riservato alla gioventù ariana nel grande bunker della Cancelleria del Reich. Sono, queste, pagine assai interessanti perché da un’inconsueta prospettiva infantile il lettore viene immesso in quella sequenza di uffici, refettori, camerate e lavanderie che costituivano una sorta di città sotterranea in cui vivevano centinaia di persone al seguito del Führer. Ma Berlino è ormai in fiamme e gli ultimi anni della guerra Helga li vive sepolta in una cantina, con la matrigna e il fratello minore. Ora non c’è tregua all’angoscia e all’orrore. Non si tratta solo di fame e sete, di cimici e ratti. I bambini sopravvivono sottoterra tra gli escrementi e i cadaveri dei suicidi, o dei vecchi morti di stenti. Ricordate “Giochi proibiti”? Qui il fratellino di Helga dichiara tronfio: “Quando sarò grande voglio fare il bandito e uccidere tutti gli uomini”.
Poi arriva la primavera del 1945 e con lei i russi, spesso ubriachi, in cerca di orologi e di corpi di donne. Agguantata anch’essa, Helga viene risparmiata ma in quella cantina assiste alla violenza. Tra le ultime immagini: l’esile salma di un’amica più grande stuprata, rinchiusa in un armadietto da bagno e trasportata fuori dalla cantina, per poterle dare una sepoltura decente.
La rievocazione della Schneider, che dal 1963 vive in Italia, è recente. Che cosa l’ha spinta a ripercorrere quella tragica esperienza infantile? L’indagine sulla propria identità è alla base di molta letteratura autobiografica degli ultimi anni, ma nel lento emergere di queste memorie c’è il segno di una lacerazione ulteriore, successiva all’infanzia. Dopo la guerra, nel 1971, Helga Schneider riesce a rintracciare la madre a Vienna. Sopraffatta dalla gioia essa accorre, vuol capire, perdonare. Ma si trova di fronte una donna fiera del suo passato di SS, nostalgica del nazismo. Schiantata dalla delusione, Helga sfugge rifiutando ogni contatto.
La riflessione sul passato la scava dentro ma ci vorranno ancora vent’anni prima che la scrittura prenda corpo. Poi, in un’estrema negazione della lingua materna, Helga Schneider redige in italiano il memoriale della sua infanzia. La condanna del nazismo è ferma, severa. Il messaggio e limpido. Ma per il lettore resta inscritto nel cono d’ombra delle immagini di quei bombardamenti sulla popolazione di Berlino: “Bombe e fuoco. Fuoco e annientamento. Annientamento di cose, corpi, leggi, tradizioni e conquiste civili”.
 
I vostri commenti 
Emiliano (20-09-2013)
Lettura che è un must per tutti. Il tema e l’ambientazione sono unici e la prospettiva della seconda guerra mondiale dagli occhi di una bambina di Berlino è affascinante ed imperdibile. Scrittura molto semplice, quasi elementare, ma in bocca di una bambina risulta credibilissima. Un vero pugno nello stomaco.
Voto: 5 / 5 
 
Gondrano (22-07-2013)
Il periodo fine 1944 – metà 1946 visto attraverso gli occhi di una ragazzina berlinese. La disfatta tedesca tradotta in macerie, fame, miseria, malattie e cadaveri, cadaveri ovunque, mentre la propaganda goebbelsiana favoleggia, attraverso gli altoparlanti pubblici, di armi ed armate invincibili. E poi gli stupri russi. Molto crudo, è estremamente interessante e coinvolgente vivere quotidianamente l’agonia di Berlino e del Reich dall’insolito punto di vista “interno”.
Voto: 5 / 5 
 
Roberta (20-05-2013)
Romanzo autobiografico struggente e commovente allo stesso tempo. La distruzione di Berlino nella Germania nazista é vista con gli occhi di una bambina, Helga, suo malgrado costretta a vivere in una cantina e a condividere spazi angusti con differenti persone, fra cui la matrigna e l’indisponente fratellino. Niente di nuovo, verrebbe da dire, rispetto a quanto i testi scolastici ci hanno insegnato, ma quando a raccontarlo é una bambina l’orrore e il ribrezzo diventano incontenibili! Purtroppo, o per fortuna, col passare degli anni, ci si dimentica di quanti e quali segni la guerra abbia lasciato; ma più di ogni altro fa ammutolire il pensiero di quanti e quali segni possa aver lasciato nella mente e nel cuore di chi l’ha vissuta in prima persona. Chiarezza e semplicità espositiva in un romanzo intelligente, sensibile, emotivamente coinvolgente. Eccellente spunto di riflessione per tutti. Consigliatissimo!
Voto: 5 / 5 
 
Nikita (28-04-2013)
Un bellissimo libro sugli orrori che lascia la guerra. Una città distrutta, la piccola Helga si ritrova praticamente a vivere in cantina con l’odiata matrigna e l’impertinente fratellino Peter. Il padre è al fronte.Per fortuna c’è il nonno acquisito che sembra l’unico a volergli bene. Tra bombardamenti, la paura dentro la cantina e lo stress di dover condividere l’angusto spazio con altri inquilini, in balia sempre di un attacca aereo la protagonista dovrà poi vedersela con l’arrivo dei russi e delle loro violenze. Libro altamente consigliato, è una biografia.
Voto: 5 / 5 
 
M.C. (16-04-2013)
In poco più di 200 pagine la Schneider racconta la vita – sua, di Berlino, della Germania, di una decina di compagni di sventura – negli anni fra il 1941 e il 1947. Sono anni terribili: non solo è in corso una guerra devastante, ma Helga è vittima anche di una situazione familiare disastrosa: la madre, una “Nazihure”, ha abbandonato i figli per lavorare come guardiana a Birkenau; il padre è al fronte, ma anche dopo il suo ritorno sarà completamente assente, incapace di dare affetto ai figli, di ricambiare anche solo in parte l’enorme amore e dedizione che essi provano nei suoi confronti; la matrigna è una figura veramente disgustosa che, ad esempio, pur di sbarazzarsi di Helga la manda in un ricovero per bambini malati di mente, inammissibili nel ritrattino della bella “razza ariana”. Qui la bambina subisce maltrattamenti psicologici e fisici e ne ricava complicati traumi a ogni livello. Il fratellino, cocco della matrigna, lo avrei preso volentieri a calci in ogni singola pagina. Ma Helga è, nonostante tutto, una bambina dolce e sensibile, matura per la sua età, non egoisticamente concentrata sulle proprie sofferenze ma attenta anche alle esigenze altrui. Solo uno sguardo coì partecipe, sommato ai limiti inevitabili della comprensione di una bimba che alla fine della storia ha 10 anni, potevano dare un quadro tanto sconsolante di Berlino. Che la Schneider ami la città è evidente dal dolore fisico che trapela dalle descrizioni delle rovine e del perenne rogo, che rende il cielo rosso e non lascia scendere la notte, ma soprattutto si riversa nelle ultime due pagine, davvero sofferte, che lasciano il lettore con un senso di smarrimento simile a quello provato dall’autrice. Berlino non brucia più ma un pezzo di vita è cenere per sempre.
Voto: 5 / 5 
 
taty (21-06-2012)
Libro stupendo che andrebbe letto nelle scuole per non ricordare!! per non cadere nell’inganno di pensare che la guerra sia la soluzione ai problemi! da leggere per evitare possa rimpiombare negli anni bui della seconda guerra mondiale. ul libro crudo ma vero, un libro che fa riflettere, commuovere.
Voto: 5 / 5 
 
Giampiero Rainer (15-10-2009)
La Germania che continuamente fà i conti con il proprio passato, spesso scorda o rimuove quello che è accaduto al proprio popolo.I continui sensi di colpa hanno cancellato i crimini dei “liberatori” : stupri di massa e bombardamenti ingiustificati. Sarebbe il caso che tutti gli ex-belligeranti si sedessero a riflettere e riconoscere le proprie colpe.Il libro di Helga potrebbe esser un primo passo…
Voto: 4 / 5 
 
alex (25-09-2009)
è un libro scritto senza esagerazioni; sembra proprio di sentir parlare una bambina. commovente.
Voto: 4 / 5 
 
Davide D. (09-01-2009)
splendido romanzo storico basato su avvenimenti reali dell’infanzia dell’autrice in una Berlino in fiamme sul finire del secondo conflitto mondiale. Assolutamente da consigliare.
Voto: 5 / 5 
 
nihil (26-09-2008)
Preziosa testimonianza di una bambina che non capisce la guerra ma la subisce registrando tutti gli orrori che essa comporta. Si sta sotto le bombe con lei e con lei si patisce la fane e la disperazione. Scritto senza retorica, ma come semplice testimonianza di come la guerra venga comunque subita;alla fine siamo tutti vittime. N.
Voto: 4 / 5 
 
Enrico (09-09-2008)
Un libro che più vai avanti con le pagine e più fa male, talmente genuino nel racconto della sofferenza di una bambina che vive gli orrori di quegli anni che ha volte ti stende e ti vien voglia di non voler più continuare la storia.. ma poi arrivi alla fine, ti commuovi e rimani con i mille perchè senza risposta legati all’uomo e la guerra, alla mente umana e al potere, a cosa dovremmo aver imparato dal passato ma ancora non ci siamo riusciti. Un libro che consiglio a tutti, da leggere quasi come un dovere morale.
Voto: 5 / 5 
 
isabella (02-09-2008)
é un libro commovente e molto forte. è una storia meravigliosa nel suo dolore, narrata con gli occhi di una bambina che vuole ricordare tutto. credo che sia una testimonianza importante, delicata e allo stesso cruda, estremamente critica e dignitosa.
Voto: 5 / 5 
 
LINDA (16-07-2008)
E’ un libro meraviglioso, pieno di dolore ma asciutto, senza retorica e pietismi. C’è tutta la forza di questa bambina disperatamente attaccata alla vita e della città di Berlino che si sgretola con lei. Lo stile è veloce, senza indugere nelle “belle lettere”. lo consiglio a tutti, di qualsiasi età.
Voto: 5 / 5 
 
Vincenzo (13-07-2008)
Molto molto bello. Ai giorni nostri “no il grasso del prosciutto non lo mangio” ci fa proprio riflettere. Lo proporrei come testo di narrativa negli istituti di scuola dell’obbligo….La 3° media sarebbe l’ideale.
Voto: 5 / 5 
 
Rokossovskij (23-06-2008)
Bel libro di memorie degli ultimi giorni del reich, visti principalmente da una cantina. Personalmente mi sono piaciute anche la prime pagine sulle difficoltà della bambina con la matrigna. Un limite? certamente alcune pagine sull’olocausto degli ebrei e certi dialoghi che fanno tanto ricordi “appiccicati” a posteriori (non necessariamente al libro, anche alla memoria stessa). Comunque bello.
Voto: 4 / 5 
 
Valentino (08-06-2008)
Il nazismo visto con gli occhi di una bambina….semplicemente meraviglioso.
Voto: 5 / 5 
 
Massimo F. (25-05-2008)
Cronaca accorata, emozionante e realistica di uno dei più grandi drammi del secolo scorso. Gli orrori visti e vissuti da una ragazzina: scrittura elementare, emozioni fortissime ma allo stato embrionale. Il lettore ha la sensazione che l’incredibile potenziale del racconto rimanga in buona parte inespresso.
Voto: 3 / 5 
 
virginio (19-03-2008)
E’ il libro più straziante e angosciante che abbia letto, ma dà anche l’idea di che dolori e atrocità possa soffrire un Uomo…..
Voto: 5 / 5 
 
dama (01-01-2008)
Sono rimasta folgorata da questo libro che consiglio veramente a tutti, soprattutto a chi, come me, ama particolarmente questo periodo storico. Per la prima volta ho colto l’altro lato della guerra, l’aspetto meno conosciuto di quanto è successo. E’ un libro a tratti crudele ma emotivamente intenso. Da leggere per poi riflettere su quanto di tragico è accaduto anche ai cosiddetti “ariani”.
Voto: 5 / 5 
 
Sara (07-09-2006)
Un libro meraviglioso, lucido, straziante. Da leggere assolutamente.
Voto: 5 / 5

Piccolo Adolf einaudi.JPG 

 

  

 

I miei vent'anni copertina

Il nuovo libro di Helga Schneider, intitolato I miei vent’anni, è una vera sorpresa. La scrittrice di origine austriaca, nata nel 1937  e residente in Italia da molti anni, è famosissima per i suoi bestseller legati alla storia della Germania sotto il nazismo, periodo in cui la piccola Helga è cresciuta. I suoi due romanzi autobiografici – Il rogo di Berlino e Lasciami andare, madre – sono la voce di una bambina e poi di una donna che ha vissuto il trauma del regime totalitario di Hitler sulla propria pelle, abbandonata da una madre che voleva diventare sorvegliante ad Auschwitz e testimone della Berlino bombardata, della fame e delle violenze.
 
Dopo dodici libri che ruotano intorno a un periodo storico così funesto, il suo tredicesimo romanzo cambia registro. I miei vent’anni è il racconto autobiografico, sincero e spietato, delle sorti di Helga dopo Berlino, dopo un’adolescenza tormentata dai dissidi con il padre e la matrigna che la detesta, fino alla sospirata libertà di prendere in mano la propria vita.
 
La storia inizia a Salisburgo, alla metà degli anni Cinquanta, in un’Europa che sta lentamente riscoprendo il piacere di vivere dopo le devastazioni della guerra. Costretta dalla vita a cavarsela da sola, Helga si ingegna fra mille lavoretti per sopravvivere e le sue grandi passioni: il teatro, ma soprattutto la scrittura. L’amore per un giovane francese conosciuto a Salisburgo, Pierre, la condurrà a Parigi, mentre le sue ambizioni la porteranno a Vienna. Come tutti i ragazzi, vivrà amicizie importanti, innamoramenti e tradimenti. Incluso un fidanzato fedifrago italiano, Giacomo. Non è un resoconto trionfalistico: questo libro è il racconto autentico di sconfitte brucianti, affrontate a testa alta. Questa giovane donna d’altri tempi sorprende e appassiona con le sue avventure narrate con grande freschezza, e soprattutto suscita simpatia. Perché nella vita capita a tutti di cadere: ciò che conta è sapersi rialzare e non smettere mai di credere nei propri sogni.
 
Elle.it ne ha parlato con Helga Schneider.
 
-Come definirebbe questo romanzo autobiografico?
 
«Doloroso, avventuroso, coraggioso e molto sincero. Non è stato facile decidere di raccontare questo periodo della mia vita. Sono scappata di casa, ho fatto teatro, ho dovuto posare nuda per uno scultore, ho lavorato al Casanova Bar… Mi sono domandata se i miei lettori avrebbero accettato questa Helga Schneider! I miei vent’anni sono stati così, e ho voluto raccontarli con grande sincerità».
 
-In questo libro, ci racconta anche come è nata anche la sua passione per la scrittura…
 
«Sì, ho iniziato a scrivere a Salisburgo, prendendo a noleggio una macchina da scrivere. In realtà, raccontare quello che vedevo è sempre stato un mio desiderio. Fin dai tempi della cantina a Berlino, al nonno che mi chiedeva perché mi soffermassi a osservare, avevo risposto “guardo tutto per non dimenticare niente”».
 
-Anche in questo libro, le descrizioni dei luoghi e delle persone sono estremamente precise e vivide. È più facile scrivere romanzi di fiction o autobiografici?
 
«La fiction richiede un grande lavoro di documentazione sul periodo storico di cui si parla, per poi passare alla scrittura narrativa. L’autobiografia per me si scrive “da sola”. Ho una memoria fotografica, che mi ha sempre aiutato molto. Ricordo tutti i dettagli del pullman che mi ha portata a Salisburgo, la mia cameretta, le notti a Vienna nel dormitorio dell’Esercito della Salvezza tormentata dalle cimici…».
 
-In questo libro, grandi passioni ma anche colpi di sfortuna. È stato difficile rievocarli?
 
«Scrivere è terapeutico. Mi sono liberata in qualche modo del dolore che ho provato per l’abbandono di Pierre e della grande delusione che mi ha dato il tradimento di Giacomo. Ma anche dell’amarezza del rifiuto che ho subito con il mio primo romanzo e degli anni del teatro, che non mi hanno portata a niente. Ho rimesso ordine e mi sono liberata di ricordi negativi».
 
-E dopo i vent’anni, arriveranno anche i trenta? Sappiamo che il libro si conclude con il suo viaggio in Italia, che segnerà il suo destino futuro…
 
«In effetti ci sto lavorando! È il mio nuovo progetto, non posso dire di più».
 
I miei vent’anni mi ha letteralmente conquistata: l’ho letto in due giorni. Non mi resta che aspettare il seguito.
 
Info: I miei vent’anni, di Helga Schneider – Salani, € 13,90   
 
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GRAZIA – 11-4 -2013 – LIBRI di Valeria Parrella
 
Addio 20 anni!
 
Dicono che Helga Schneider dimostri che è possibile fare letteratura senza separarla dall’esistenza. E difatti questo romanzo è un tassello che mancava alla sua vita, e a quella parte della sua opera che comprende le storie della visita al rifugio del Führer, l’abbandono della madre (arruolatasi nelle SS), il sesso forzato come “metodo coercitivo nazista”. Una donna che dice di sé: “Sapevo che sarei andata nel mondo ferita e sbagliata”.
 
 
ECO DI BERGAMO – 02 – 04 -2013
 
Vent’anni nel Dopoguerra
 
Helga Schneider è una donna e scrittrice impegnata, diventata nel tempo un punto di riferimento per la sua attività a difesa della pace e della memoria storica. Se nei suoi romanzi finora aveva ripercorso la sua infanzia a Berlino e gli orrori della seconda guerra mondiale, qui racconta, con la sua prosa nitida, gli anni del dopoguerra, “I miei vent’anni”, come dice il titolo, nei quali Helga cercava il suo posto nel mondo viaggiando attraverso l’Europa. Contagia i suoi lettori con il suo entusiasmo, accanto alla fatica, agli ostacoli da superare per realizzare il sogno di dedicarsi alla scrittura.
 
 
Nikita (01-05-2013)
Un acquisto obbligato per chi ha amato “Il rogo di Berlino” della stessa autrice. In questo libro autobiografico, la Schneider parla dei suoi 20 anni trascorsi in Austria, tra lavoretti saltuari e il sogno di diventare prima attrice e poi scrittrice. Tra (tanti) amori finiti male e amicizie che vanno e vengono, la lettura scorre che è un piacere. Il libro si apre con un’intervista alla scrittrice, in cui racconta cosa è successo subito dopo il suo arrivo in Austria dopo il ‘45. Certi retroscena però non sono spiegati. Mi piacerebbe che in futuro l’autrice scrivesse un altro romanzo in cui parla del suo viaggio in Italia e spiegasse che fine hanno fatto i suoi amici tipo Sigfried e provo curiosità anche nei confronti del padre, di Ursula e del fratello Peter. Insomma spero proprio in una continuazione.
Voto: 4 / 5
 
Romolo Ricapito (08-04-2013)
Con I Miei Vent’anni Helga Schneider propone un libro totalmente autobiografico, senza mediazioni, ideale seguito del romanzo Il Rogo di Berlino. Dopo la guerra ed essere stata bambina sotto i bombardamenti, Helga vive un nuovo dramma. La sua famiglia di origine, nella quale domina una orribile (per carattere) matrigna, un padre asservito ai voleri della donna e un fratello minore che si adegua al trend familiare, è ormai un luogo invivibile. Il nucleo “malato” le impedisce persino di fare visita all’amata nonna. Helga in Austria vive varie vicissitudini. E’ quasi più importante come la Schneider racconta i fatti dei fatti in sé. Il suo stile secco, avvincente, senza fronzoli rende la lettura un’esperienza bellissima. Helga vivrà l’amore vero con un ragazzo francese: ma il “mammismo” del quale è affetto il giovane renderà la relazione invivibile. Un po’ meglio andranno le cose con un amico omosessuale, schiavo anche questo di una figura femminile (la zia). In questo dopoguerra Helga si dimostra in grado di sopravvivere, con lavori da cameriera che le consentiranno di recitare anche a teatro, dove non viene pagata. La passione della recitazione non viene coltivata a fondo, forse perché la Schneider preferisce fare la scrittrice. La giovane donna allora inizia la stesura delle sue autobiografie dopo l’acquisto a rate di una macchina per scrivere. All’interno del lungo racconto, che si conclude bruscamente, si stagliano descrizioni accurate di figure di passaggio essenziali e di un piccolo volatile che diventa l’amico inseparabile di Helga. In tutto ciò ci sarà spazio ancora per l’amore, forse non ancora quello definitivo , mentre la meta finale di Helga resta l’Italia, paese nel quale trovare conforto per i suoi tormenti. Ad ogni modo la Schneider si rivela una vincente, perché donna capace di combattere per ottenere indipendenza e riscatto
Voto: 5 / 5
 
Lombardia oggi
Helga: una ragazza sola nella Vienna anni Cinquanta
Una ragazza che lavora per mantenersi, scappata da un padre disattento e da una matrigna cattiva, e cerca anche di coltivare i suoi sogni, diventare attrice, scrivere, con l’unica certezza che la vita che l’aspetta sarà comunque migliore di quella che ha lasciato. Oggi la storia di Helga Schneider non si noterebbe come invece nella Vienna degli anni Cinquanta, dove l’autrice approdò poco più che diciottenne cercando di sopravvivere a se stessa, tra amori fallimentari, povertà e desiderio di farcela, con la nostalgia di una nonna di cui le è stato negato anche l’indirizzo della casa di cura, e senza più pensare invece a quella madre che l’aveva abbandonata da piccola per arruolarsi nelle SS. Questa storia terribile e vera è già stata raccontata nel “Rogo di Berlino”, che ha appassionato i lettori che hanno sommerso la 75enne scrittrice austriaca di lettere di questo tenore: “Sappiamo tutto della bambina Helga abbandonata a quattro anni dalla madre, della guerra che ha vissuto a Berlino, della visita al bunker del Führer e infine del rimpatrio nel paese natio del padre, l’Austria, ma che ne è stato dell’adolescente e poi della ventenne Helga?”. Così è nato “I miei vent’anni” (Salani, pagg. 271, 13,90 €), seconda puntata dell’autobiografia di Helga Schneider: “Ho iniziato a scrivere per un’esigenza mia, quella di fissare e mettere in ordine questi ricordi, ma forse avrebbe dovuto essere anche un futuro lascito per mio figlio che, come i lettori, tuttora ignora quel tratto della vita che sono stati i vent’anni di sua madre”. Le pagine del memoir scorrono veloci, la scrittura è limpida e perfetta, si arriva al termine riavvolgendo il nastro della propria vita in cerca di un segno di giovinezza uguale negli anni Cinquanta come oggi.

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Amori e sogni del dopoguerra
Intervista a Helga Schneider
(In esclusiva per InfiniteStorie.it. 
 
I miei vent’anni è un’autobiografia d’eccezione, uno spaccato inedito degli anni Cinquanta. Nel periodo cruciale del dopoguerra, la giovane Helga Schneider cerca il suo posto nel mondo. È andata via dalla casa di suo padre e viaggia per l’Europa, guidata da una sola certezza: la vita che l’aspetta sarà sempre comunque migliore di quella che ha lasciato. E infatti i vent’anni di Helga, pur tra le difficoltà della ricostruzione e la conquista della normalità, sono pieni di leggerezza, sogni e voglia di indipendenza. Salisburgo, Vienna, Parigi, l’Italia sono i teatri delle sue esperienze; l’amore, il tradimento, la delusione, l’entusiasmo, la fatica di guadagnarsi da vivere e la passione per la scrittura, tutto si mescola in questo memoir in cui Helga Schneider racconta se stessa, ripercorrendo il proprio vissuto unico e universale insieme. Abbiamo intervistato l’autrice.
 
D. I miei vent’anni è un romanzo diverso dai suoi precedenti. Che cosa l’ha spinta a raccontare episodi della sua vita così intimi e privati?
 
H. Io penso che un’autobiografia debba aprirsi al lettore senza abbellimenti né ipocrisie, altrimenti è meglio scrivere un’opera di fiction.
 
D. La sua storia è davvero toccante, soprattutto quando parla dei legami familiari. Tra le persone che descrive nel libro colpisce in particolare la figura della nonna, vuole parlarci di lei?
 
H. Mia madre mi ha abbandonata a Berlino quando avevo quattro anni, e da quel giorno un’unica figura femminile è stata per me un riferimento positivo: la mia nonna paterna. E lo è tuttora. Lei ha sostituito il calore e l’amore materno che mia madre mi aveva negato e me ne nutro ancora.
 
D. Nella narrazione risulta che l’amicizia sia stata e sia un valore molto importante, è davvero così?
 
H. Nel corso degli anni ho avuto amici e ne ho perduti. L’esperienza mi insegna che l’amico è una persona con la quale si percorre un tratto di strada insieme. Spesso però la vita stessa ci spinge in direzioni diverse impedendo che questa amicizia possa essere ancora coltivata. La lontananza fisica a lungo andare può allontanare anche il cuore. Ma poi, miracolosamente, ci si imbatte in amici che non incontravamo da anni, ed è come se li avessimo lasciati due giorni prima perché il sentimento è rimasto intatto. Siegfried, di cui parlo nel libro, è stato per qualche tempo un amico fraterno, indispensabile e irrinunciabile, al quale mi sono sentita molto legata. Ma le nostre strade si sono allontanate senza rimedio e ci siamo persi. Comunque, è difficile parlare dell’amicizia. Resta indiscutibile il vecchio proverbio ”Chi trova un amico trova un tesoro“.
 
D. Anche il lavoro ha rappresentato un importante elemento cui aggrapparsi in momenti di solitudine e difficoltà. Ci racconta qualche sua esperienza significativa?
 
H. Ero giovanissima quando sono scappata da una famiglia che non sentivo mia a causa della matrigna che mi rifiutava. Se una ragazza si trova sola al mondo senza sostegno parentale, le restano soltanto due possibilità: vendere il proprio corpo, e ci sono molti modi di farlo, o cercarsi un lavoro. Ed è ciò che ho fatto, non esitando a lavare i bicchieri nelle birrerie o servire ai tavoli di una trattoria, fare la badante di un signore molto anziano o la domestica per una vedova in là con gli anni. Nessun lavoro onesto è disonorevole. Ho fatto perfino l’annunciatrice nei night-cabaret viennesi. Più eclettici di così davvero non si può!
 
D. In I miei vent’anni troviamo tematiche forti e molti episodi dolorosi, ma leggiamo anche di avventure che, seppure abbiano risvolti penosi e a volte drammatici, sono tuttavia raccontate in toni lievi e freschi. Com’è possibile unire questi elementi così contrastanti tra loro?
 
H. L’anziano vive i momenti difficili e drammatici della sua esistenza con uno spirito diverso dal giovane, con una maggiore consapevolezza derivante dalla sua esperienza di vita. Scrivendo I miei vent’anni ho cercato di calarmi nell’età che avevo quando gli eventi e le situazioni di cui racconto sono accaduti, rivivendoli con lo spirito di allora. Mi piacerebbe sapere se ci sono riuscita.
 
D. Ha viaggiato parecchio nella sua vita, e nel suo memoir troviamo infatti diverse di queste tappe. Qual è la città a cui si sente più legata?
 
H. Mi sento maggiormente legata a Berlino dove ho trascorso la mia infanzia sotto la dittatura di Adolf Hitler. Ogni volta che ritorno a Berlino provo un senso di ”Heimat“, di appartenenza, e gioisco nel ritrovarla così civile e ben ricostruita.
 
D. L’amore per la scrittura l’ha accompagnata fin da giovane. Quando ha capito che non ne poteva fare a meno?
 
H. Forse l’ho capito già da bambina quando, appena finita la guerra, mi sono trovata per un momento sola nella nostra cantina, dove avevamo trascorso mesi drammatici con la fame e il terrore dei bombardamenti. Mi sono guardata attorno e alla domanda di mio nonno – mi chiedeva dalle scale se avessi dimenticato qualcosa – ho risposto: ”Sto guardando tutto per non dimenticare niente.“ E non ho dimenticato: cinquant’anni dopo venne pubblicato il mio libro autobiografico ed ebbe successo. Andrea Casalegno del Corriere della Sera lo definì come ”la denuncia più efficace del nazismo che sia mai uscita dalla penna di un adulto e dai ricordi di un bambino“.
 
6 maggio 2013