BENVENUTI AL BLOG DI HELGA SCHNEIDER
Ciao Peter!
Lo sai, quando vado nelle scuole i ragazzi mi chiedono sempre: “E tuo fratello Peter, cosa fa? Come sta?”
All’epoca ho appreso la morte della mia amata nonna da un anonimo centralino.
Ho appreso la morte di mia madre leggendo la notizia su un computer austriaco.
Ho appreso la notizia della morte di mio padre da mio fratello, dopo che lo aveva già seppellito da tre settimane.
Ho appreso oggi – 28 agosto 2010 - la morte di mio fratello Peter avvenuta in giugno a Salisburgo. Una fredda notifica inviata da un notaio. La moglie non ha lasciato recapiti per me. Ho sentito Peter al telefono in maggio 2010. Cos’é successo tra maggio e il 23 giugno? Non trovo risposte da nessuna parte.
Peter, con il quale ho condiviso un destino drammatico a Berlino durante il nazismo, se n’é andato. Ma lui continua a vivere nei miei libri.
Addio, fratello. Rimpiango i nostri 60 anni di non-rapporto. Anche questo ci ha fatto la guerra, unito a una madre non-madre. Ricordi il nostro piccolo paradiso ad Attersee? Almeno questo é stato.
Tua sorella Helga
Recensione a cura di Claudia Ciardi
“Perché piango? Io non lascio niente, tranne il buon vecchio Opa. Ma quanto fa male! Lascio una città che mi ha rifiutato tutto: una madre, un padre, la nonna. Una vita normale, un’infanzia serena. Una città che mi ha dato solo dolore, privazioni, terrore, solitudine, tristezza, angoscia e disperazione. Perché piango?”
“L’addio a Berlino” di Helga Schneider è una delle dichiarazioni d’amore più toccanti e appassionate che si possano rivolgere a una città. Helga, che aveva sette anni quando si è trovata a vivere i mesi della caduta del Reich in una Berlino bombardata con eccezionale violenza e condannata a un’agonia lenta e terribile, scrive una testimonianza asciutta degli eventi che hanno segnato la sua infanzia e quella del fratello minore Peter.
Le corti di Berlino, spettrali e deserte, la vita di una città che è costretta ad abbandonare spazi e consuetudini, una ferita che si allarga e sanguina di infinita devastazione. Ovunque rovine e il “muto sconcerto” che si abbatte su tutto. L’immenso rogo di una città chiusa in un dolore attonito, assurda prigione di corpi dove la morte, nella veste di un’infaticabile sorvegliante, si è aggirata febbrilmente per mesi. Helga ha vissuto in una cantina, insieme alla famiglia e agli altri abitanti del suo palazzo, i mesi atroci dell’assedio di Berlino. La condanna a un’esistenza sotterranea, piena di privazioni. Inaudite condizioni di sopravvivenza. Gli stenti della fame e della sete e i pericolosi viaggi, nei brevi intervalli tra i bombardamenti, in cerca di qualcosa con cui andare avanti. Le urla di chi ha scelto a rifugio i sotterranei della metropolitana, i corpi sorpresi per strada dalle incursioni aeree, il fischio impressionante degli “organi” di Stalin. Cumuli di macerie, dappertutto, la vita saccheggiata a una città e alla sua comunità.
Di origini austriache, alla fine della guerra, in seguito al ritorno del padre, l’autrice rimpatria con i genitori nel proprio paese. Ma la tragedia di Berlino, gli anni nella città che dentro di sé ha espiato il dolore del mondo, i mesi nella cantina dove ha rischiato di morire non si possono dimenticare. Si può dire addio a Berlino? Pianto di liberazione, pianto di nostalgia, pianto di un tempo che non può passare soltanto. Berlino è un’ossessione e un legame per la vita.
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Berlino, autunno 1944
Berlino, autunno 1944
Vegetiamo in una città fantasma, senza luce elettrica né gas e con i rubinetti a secco, costretti a considerare l’igiene personale un lusso e un pasto caldo un concetto astratto. Viviamo come spettri in un immenso campo di rovine, dove sparuti mezzi di trasporto si trascinano con circospezione come bestie rassegnate a ricevere il colpo di grazia, dove le scuole sono senza alunni, i negozi senza merci, i teatri senza attori e le chiese senza fedeli, perché il nazismo detesta i preti ma anche perché le ampie navate vengono utilizzate come obitori, e dove, nei pochi ospedali rimasti in piedi, mancano l’acqua, l’elettricità, i medicinali e i medici. Una città in cui non funziona più nulla, tranne i telefoni che talvolta squillano, lugubri e invano, sotto un cumulo di macerie.
In casa il gabinetto è intasato e si deve usare il secchio che poi deve essere vuotato in cortile, col rischio di morire mentre si sotterrano gli escrementi.
La cucina è un posto dove, in luogo del profumo di cibo, impera il puzzo d’incendio mischiato a quello, dolciastro e nauseabondo, dei cadaveri che si decompongono nelle strade senza che nessuno li seppellisca.
Mio fratello Peter mi sconcerta non manifesta alcun interesse per il gioco, ma è spasmodicamente attratto da tutto ciò che riguarda il Führer. Conosce il nome dei suoi più stretti collaboratori, del suo medico personale, dei suoi cibi preferiti e dei suoi quartieri generali, che elenca con quella sua buffa “s” Sibilante: la Wolfschanze, l’Adlerhorst, il Berghof, il Felsennest-Eifel, naturalmente la Cancelleria del Reich e così via… Sono informazioni di prima mano, fornitegli da Hilde.
Un pomeriggio piovoso, appena tornati dal rifugio dopo un attacco aereo pesantissimo, Peter mi trascina nella gelida sala da pranzo per farmi una comunicazione importante: “Lo sai che andremo nel bunker della Cancelleria? “. Sta lì, gambe divaricate, pugni sui fianchi e sguardo elettrizzato, in attesa della mia reazione.
” Chi è che andrebbe nel bunker? ” domando con scarso interesse.
“Tu e io! “.
” E perché dovremmo andarci? ” dico, non prendendolo troppo sul serio; ogni tanto si diverte a inventarsi delle fandonie solo per provocare una qualche reazione.
“Per mangiare le salsicce di fegato e vedere il Führer! ” esclama, agitato, calzoncini alla tirolese con bretelle, ciuffo ribelle sul naso insolente, pallore da tempo di guerra, sguardo deluso per le mie mancate grida di giubilo.
[Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995, pp.58-59]
le scrissi tempo fa per farle i complimenti per”la baracca dei..”Ora, causa i mondiali di calcio che la fanno da padrone, mai le buone letture, come in questo caso sono di aiuto. Dei suoi titoli ci mancava “il piccolo Adolf..” Achille, mio marito, tra una partita e l’altra, mi ha preceduto nella lettura mentre io mi districavo con Coehlo che mi ha sfiancata.
“non ti anticipo nulla, devi solo leggerlo.” Se la baracca è un libro terribile, questo non è certo da meno. Mi è molto piaciuta la stesura del romanzo, un pò desueta ripsetto al suo solito, l’idea degli amici ottantenni è stata più che azzeccata. Complimenti anncora. Ora attendiamo ansiosi l’uscita del prossimo titolo e le auguriamo buona estate!!
p.s. l’ho pensata in questi giorni felice nella sua Berlino; noi ad aprile siamo stati a Budapest ma, io ne sono ritornata un pò delusa. Questa città che tanti declamano come la Parigi del’est a differenza di mio marito, non mi ha appagata appieno, pazienza, quest’anno la mia carta non l’ho giocata al meglio. per l’anno prossimo punto su Varsavia, Cracovia e naturalmente Auschwitz sicura che ritornerò molto più soddistatta. ora non ho altro che mesi di tempo per studiare e preparare il viaggio.
Carissima Helga, ho amato profondamente i suoi libri fra cui: ‘Il Rogo di Berlino’ e ‘Lasciami andare, madre’. Ritengo che la vita di ogni essere umano sia un dono prezioso per l’umanità e che quando una persona muore perisca un’intera biblioteca .
Grata dei doni preziosi che ci ha affidato, verrò sicuramente alla presentazione del suo ultimo libro nel prossimo mese di febbraio .
Ginetta Maria Fino
Gentilissima Ginetta,
grazie davvero dei complimenti, ma forse la parola “complimento” é troppo limitativa per ciò che di molto più profondo e significativo abbia voluto dirmi.
Se lei mi ringrazia per i miei libri, io ringrazierò sempre ogni lettore che mi dona la sua attenzione!
La conoscerò molto volentieri in occasione della presentazione del mio nuovo libro alla Feltrinelli di Bologna.
Un saluto affettuoso
Helga Schneider