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Stralci de…

Berlino, autunno 1941

Mia madre era una signora bionda che gridava “Sieg Heil!” quando Adolf Hitler si esibiva nei suoi comizi. Talvolta portava anche me, e un giorno mi smarrì tra la folla, ritrovandomi solo quando la piazza si fu svuotata. Mia nonna me lo raccontava molto spesso, caricando le parole di tutto l’odio che nutriva per quella nuora.

Dopo la nascita di mio fratello Peter, mia madre scoprì di aver sbagliato carriera. Ben presto si convinse che servire la causa del Führer fosse più onorevole dell’allevare i propri figli; così ci abbandonò entrambi in un appartamento di Berlin-Niederschönhausen e si arruolò nelle SS. Era l’autunno del 1941 e le forze tedesche se la passavano male sul fronte russo.

Ci accolse zia Margarete, la sorella di mio padre, partito da tempo per il fronte. Lei viveva in una villa a Berlin-Tempelhof e aveva una figlia, Eva. Era sposata con un conte, anch’egli in guerra.

Nella villa di mia zia si ignorava che cosa fossero gli alimenti razionati; sulla tavola c’era sempre una grande abbondanza di tartine al fegato d’oca, salumi assortiti, succo di mela e pane fresco. Spesso mi abbuffavo a più non posso, per poi vomitare subito dopo sotto gli occhi costernati della zia. lo avevo quattro anni, mio fratello Peter diciannove mesi.

Un giorno zia Margarete spedì due cablogrammi: uno a mio padre, con cui lo informava della fuga della moglie, notizia questa che gli causò un’itterizia; l’altro alla nonna paterna che, seduta stante, affidò il proprio già malridotto podere alla sorella maggiore per precipitarsi dalla travagliata Polonia nell’altrettanto travagliata Berlino.

Mia nonna arrivò col suo odore di pollaio e di biscotti ai semi di anice, posò la borsa da viaggio e l’ombrello sul bordo della piscina vuota, gettò uno sguardo sprezzante al maggiordomo in livrea coi baffetti alla Hitler che ossequiava la zia con ridicolo zelo, e si mise a imprecare come uno stalliere. Definì mia madre una Nazihure, una troia nazista, e cominciò a discutere del nostro destino. Aveva le idee chiare.

Zia Margarete era disposta ad allevare me e Peter insieme alla figlia Eva, ma la nonna non voleva. Temeva che la figlia ci avrebbe trasformati in due manichini impettiti e insisté per portarci in Polonia. Discussero aspramente sul bordo della piscina. Ben presto partì un altro cablogramma verso il fronte, ma mio padre dispose di lasciarci a Berlino. Così la nonna si stabilì con me e Peter nell’appartamento di Niederschönhausen in attesa di nuovi sviluppi. Cancellò ogni traccia di mia madre, come se la casa fosse stata infestata dalla peste. Ma trovò il modo di rinnovarne ogni giorno il ricordo parlandone in termini irripetibili, aggiungendo nuovo odio a vecchi rancori. Quella nuora, in realtà, non le era mai piaciuta.

La nonna era affettuosamente severa. Mi puniva senza indugi ogni qualvolta dicevo delle bugie, e io ne dicevo spesso. Mi piaceva raccontare in giro, ad esempio, che mio padre era un famoso generale, mentre in realtà non era che un soldato della contraerea, per di più convinto antimilitarista. La carriera nell’esercito era sempre stata l’ultima delle sue ambizioni: lui era un artista. La sua presenza a Berlino era strettamente legata a quella della sorella Margarete, che con le sue conoscenze avrebbe dovuto aprirgli le porte del successo. La guerra lo aveva coinvolto suo malgrado, a causa dell’annessione dell’Austria alla Germania; lui era nato a Vienna, e dover indossare l’uniforme della Wehrmacht lo irritava, anche se a quei tempi non era cosa da rivelare.

La mia bugia sul padre generale nacque per un bisogno di compensazione. Ero rimasta senza calore materno e, benché volessi molto bene alla nonna, avevo concentrato tutta me stessa su mio padre; lui però era lontano, per cui tanto valeva che mi costruissi un modello su misura! Così creai la leggenda del padre generale, una fantasia che mi consolava molto, soprattutto quando gli altri esprimevano la loro ammirazione per “quell’eroe della patria”! D’altronde, quale personaggio poteva suscitare maggiore considerazione di un valoroso generale che combattesse al fronte per salvare il popolo dal Bolscevismo?

A Niederschönhausen c’era un cortile acciottolato che si chiamava Böllerhof. La nonna ci accompagnava là a giocare. Tutti i bambini la adoravano perché era allegra. Possedeva una fervida fantasia e un certo fare fanciullesco. Si inventava sempre nuovi giochi, riuscendo a farci dimenticare la guerra almeno per un po’. Cantava in lingua polacca, e anche se non capivamo nulla continuavamo ad ascoltarla estasiati. In quel cortile spoglio cantava e ballava muovendosi con garbo, con una spontaneità innocente e popolana; tutti le volevano bene e io talvolta ne ero gelosa. Ma spesso, nel bel mezzo della sua esibizione, urlavano le sirene ed eravamo costretti a correre in cantina; così l’incantesimo si spezzava di colpo.

La nonna era grassa, poetica e dotata di una lucida intelligenza. Ascoltava di nascosto le trasmissioni della BBC e ci informava sull’andamento della guerra, anche se Peter e io non ne capivamo nulla. Capivamo solo che guerra significava fame, allarme, paura e bombe. Per farci addormentare ci raccontava le fiabe della Foresta Nera in un misto di tedesco e polacco. La sua voce ci rasserenava.

All’inizio dell’estate del 1942 mio padre venne a Berlino in licenza e zia Margarete diede un piccolo ricevimento in suo onore. Fra gli invitati c’era anche una giovane donna di nome Ursula. Al ricevimento Peter e io facemmo una scorpacciata di tartine. Peter vomitò due volte; a me venne solo il singhiozzo. Mia cugina Eva ci guardava come se fossimo due Cenerentole di cui doversi vergognare. La spocchia infantile di Eva mi faceva sentire inferiore, ed ero ben contenta che non ci toccasse di crescere insieme a lei.

Quella sera, fra un boccone e l’altro, mi accorsi che mio padre stava sempre vicino a quella Ursula. Lei lo guardava con certi occhi e lui rispondeva con certi sguardi! Mi sentivo imbarazzata e al tempo stesso incuriosita. Che cosa stava succedendo? Ursula era giovane e bella e mio padre faceva il galante.

L’unico motivo per il quale fui contenta che il ricevimento finisse era la speranza che mio padre si congedasse da Ursula per non rivederla mai più.

Nei giorni che seguirono riuscii a stare un poco in sua compagnia; ma c’era qualcosa che non andava. Lo sentivo chiuso, lontano, e mi metteva soggezione. La licenza durò solo tre giorni e alla fine lui ripartì per il fronte.

Ero confusa.

Mio padre, bello, slanciato, fronte alta e capelli ondulati, lo sguardo profondo di un artista che si imbeve di colori, suoni, emozioni; mio padre, con i suoi gesti misurati, con la voce bassa e seducente, non aveva proprio nulla dell’eroico generale della mia fantasia, per cui faticai parecchio a tornare al mio modello ideale.

Nel frattempo la guerra si era fatta più dura; man mano che alimentavano le incursioni aeree diminuivano i generi alimentari. Molto spesso la nonna tornava a mani vuote dallo spaccio, e allora per pranzo non c’era che un bicchiere d’acqua. Per farci dimenticare la fame ci raccontava delle favole o ci cantava le canzoni dei contadini polacchi.

Una mattina si mise a imprecare con forza, rompendo di proposito una bella caffettiera dal bordo dorato. La scaraventò sul pavimento della cucina gridando diverse volte: “Che stupido! Che somaro!”. Mio padre le aveva scritto che si era fidanzato con Ursula. Dopo il loro incontro nella villa di zia Margarete erano rimasti in contatto epistolare e ora avevano deciso di sposarsi. Mia nonna era fuori di sé. “Ma come!” gridava “solo un anno fa vostro padre sembrava annientato per l’abbandono di quella poco di buono di vostra madre e ora è già pronto a risposarsi?! Che stupido! Che somaro!”.

Non riusciva a rassegnarsi. Diceva che Ursula era troppo giovane per assumersi la responsabilità di due figli non suoi, e se in passato aveva definito mia madre con i termini più orribili, ora criticava mio padre per essersi così rapidamente consolato. Tutta la sua indignazione non servì a nulla, perché i due colombi in realtà avevano già fissato la data del matrimonio.

Quando la nonna capì che non c’era più niente da fare, riempì la borsa da viaggio, impugnò l’ombrello del nonno come una baionetta e ripartì per la Polonia, non senza aver giurato che non avrebbe mai più voluto rivedere il figlio e tanto meno la nuova nuora. Povera nonna, aveva tanto sperato di poter essere lei ad allevarci. E forse le sarebbe riuscito meglio di quanto riuscì poi alla nostra matrigna!

Partita la nonna, mi sentii perduta. Lei ci aveva dato amore e allegria e, nonostante la guerra, perfino un certo senso di sicurezza; ora se n’era andata. Ero inconsolabile e detestavo zia Margarete che aveva favorito l’incontro fra mio padre e Ursula. Venimmo nuovamente parcheggiati nella villa di Tempelhof per permettere ai due sposini di trascorrere una breve licenza di matrimonio nell’appartamento che Ursula aveva allestito a Berlin-Steglitz, nella Friedrichsruher Strasse. Tentai di arginare il dolore per la separazione dalla nonna rimpinzandomi di cibo. Mangiavo e vomitavo, mentre Eva continuava a guardarmi con disgusto.

[Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995, pp.11-16]

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Berlino, autunno 1944

Vegetiamo in una città fantasma, senza luce elettrica né gas e con i rubinetti a secco, costretti a considerare l’igiene personale un lusso e un pasto caldo un concetto astratto. Viviamo come spettri in un immenso campo di rovine, dove sparuti mezzi di trasporto si trascinano con circospezione come bestie rassegnate a ricevere il colpo di grazia, dove le scuole sono senza alunni, i negozi senza merci, i teatri senza attori e le chiese senza fedeli, perché il nazismo detesta i preti ma anche perché le ampie navate vengono utilizzate come obitori, e dove, nei pochi ospedali rimasti in piedi, mancano l’acqua, l’elettricità, i medicinali e i medici. Una città in cui non funziona più nulla, tranne i telefoni che talvolta squillano, lugubri e invano, sotto un cumulo di macerie.

In casa il gabinetto è intasato e si deve usare il secchio che poi deve essere vuotato in cortile, col rischio di morire mentre si sotterrano gli escrementi.

La cucina è un posto dove, in luogo del profumo di cibo, impera il puzzo d’incendio mischiato a quello, dolciastro e nauseabondo, dei cadaveri che si decompongono nelle strade senza che nessuno li seppellisca.

Mio fratello Peter mi sconcerta non manifesta alcun interesse per il gioco, ma è spasmodicamente attratto da tutto ciò che riguarda il Führer. Conosce il nome dei suoi più stretti collaboratori, del suo medico personale, dei suoi cibi preferiti e dei suoi quartieri generali, che elenca con quella sua buffa “s” Sibilante: la Wolfschanze, l’Adlerhorst, il Berghof, il Felsennest-Eifel, naturalmente la Cancelleria del Reich e così via… Sono informazioni di prima mano, fornitegli da Hilde.

Un pomeriggio piovoso, appena tornati dal rifugio dopo un attacco aereo pesantissimo, Peter mi trascina nella gelida sala da pranzo per farmi una comunicazione importante: “Lo sai che andremo nel bunker della Cancelleria? “. Sta lì, gambe divaricate, pugni sui fianchi e sguardo elettrizzato, in attesa della mia reazione.

” Chi è che andrebbe nel bunker? ” domando con scarso interesse.

“Tu e io! “.

” E perché dovremmo andarci? ” dico, non prendendolo troppo sul serio; ogni tanto si diverte a inventarsi delle fandonie solo per provocare una qualche reazione.

“Per mangiare le salsicce di fegato e vedere il Führer! ” esclama, agitato, calzoncini alla tirolese con bretelle, ciuffo ribelle sul naso insolente, pallore da tempo di guerra, sguardo deluso per le mie mancate grida di giubilo.

[Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995, pp.58-59]

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Berlino, autunno 1944.

Un altro argomento che colpisce Peter, anche se in modo fin po’ confuso sono gli ebrei, ma il tema sconcerta anche me.

La nostra infanzia è stata infestata da una feroce propaganda antiebraica e quotidianamente abbiamo assistito al manifestarsi dell’antisemitismo. Fin da piccoli abbiamo visto le vetrine infrante dei negozi degli ebrei e le saracinesche imbrattate con la parola Jude. La gente la pronuncia con prudenza, con diffidenza, con imbarazzo o con timore, come se si riferisse a una malattia contagiosa; talvolta con un cieco disprezzo, frutto naturale di una propaganda secondo la quale ” l’avvelenatore di tutti i popoli è il giudaismo internazionale “. Tutti sappiamo che gli ebrei debbono portare la stella giudaica appuntata sul petto, che Hitler ha fatto bruciare le sinagoghe, che agli ebrei è stato vietato farsi crescere la barba. Tutti indistintamente sanno che la Gestapo cerca ovunque gli ebrei per arrestarli e deportarli nei campi di concentramento e tutti sono stati ampiamente avvertiti che nascondere ebrei comporta la fucilazione, mentre denunciarli assicura dei vantaggi. La gente rinnega i parenti ebrei e tronca amicizie un tempo saldissime con persone anche solo lontanamente sospettate di essere di origine ebraica. Si sente parlare persino di figli che rinnegano i genitori o, peggio, che li denunciano alle autorità e, al contrario, di gente che ha rischiato la vita per proteggere o nascondere degli ebrei. Perché mio fratello non apre gli occhi?

Mio padre risulta disperso e non si sa più nulla degli altri parenti. La matrigna ha telefonato diverse volte alla villa di Tempelhof, ma non ha mai risposto nessuno.

[Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995, pp. 64 - 65]

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Berlino, dicembre 1944

Ricomincio a sbirciare fuori dal finestrino. Dopo la vista dei cadaveri non vorrei più guardare, ma quel funesto spettacolo mi attira come una calamita. Per settimane non ci siamo mossi dalla Lothar-Bucher-Strasse, abitazione e rifugio, in una folle girandola di allarmi e cessati allarmi, di terrore e cessato terrore, così sento una necessità urgente e irreprimibile di capire che cosa sia successo altrove nel frattempo, ma ciò che vedo mi atterrisce. Ovunque giri lo sguardo, mi imbatto in tetri ruderi e cumuli di macerie senza fine. Poco dopo percorriamo un’intera strada in fiamme, mentre il cielo si è tinto di viola. Il bus si sposta bruscamente sulla sinistra e striscia lungo le traversine del tram per evitare che ci cadano addosso le facciate roventi delle case. La vettura si riempie di fumo e di un odore di incendio che secca la gola; fuori pioviggina cenere.

Proseguiamo. Nel bus sta crescendo l’agitazione.

Dappertutto si vedono rottami, tram rovesciati e crivellati come colabrodo; un magro cavallo tira un carretto carico di cadaveri.

Cadaveri, cadaveri, macerie ed edifici in fiamme: sembra che non ci sia nient’altro in questa città; nel bus pieno di bambini che si agitano e strillano di paura mi viene il fiato grosso dall’angoscia. Due di loro hanno accanto le madri, le quali però si preoccupano di tranquillizzare solo le proprie creature; il resto tocca a Marianne. Nel gran trambusto Peter si è svegliato e, guardandosi intorno attonito, decide di cercare rifugio dal suo disorientamento nel bavero del mio cappotto bisbigliando: “lo non ci vengo, voglio tornare a casa…”.

Stringo con un braccio le magre spalle di mio fratello e continuo a sbirciare fuori dal finestrino come ipnotizzata. In che mondo vivo? E che fine ha fatto quella città di cui Opa ogni tanto si compiace di decantare le passate meraviglie? Era una città splendida, viva, con milioni di abitanti che lavoravano, producevano e si organizzavano la vita con quel la perfezione di cui sono capaci i tedeschi. Una città ricca con strade sempre illuminate a giorno, vetrine fastose e gente elegante che passeggiava per il Kurfürstendamm o Unter den Linden. Gente che affollava i ristoranti, i caffè, i cinematografi, i teatri le sale da concerto. Gente che strepitava dentro a Palazzo Titania assistendo ai tanti avvenimenti sportivi. Gente che amava, che si sposava, aveva dei figli e li cresceva con sani princìpi. Una città moderna dotata di un’efficiente sotterranea e di un’altrettanto funzionale sopraelevata. Che cosa è successo per trasformare tutto in un immenso cimitero a cielo aperto?

Vicino alla Porta di Brandeburgo ci imbattiamo in un posto di blocco. Un gruppo di SS agita le palette. L’autista sbuffa: “Merda!”. Herr Klug è anziano e indossa un’uniforme logora, con toppe di pelle cucite ai gomiti. La sua nuca è bianca con la sfumatura alta e le esili spalle si curvano, stanche, sul grosso volante. Una SS si avvicina alla portiera, la spalanca bruscamente, si introduce nella vettura e grida: “Heil Hitler! Prego, documenti e lasciapassare! “. Marianne non si scompone. Si alza con calma e gli porge un plico. La SS lo esamina minuziosamente. E’ un uomo molto giovane dagli occhi così chiari che sembrano di ghiaccio. E’ un ragazzone alto che tocca con la testa il tetto del bus, fasciato dall’uniforme come se gli fosse stata cucita addosso. Nel bus è calato un preoccupato silenzio.

Peter alza la testa, fissa la SS, mormora: “lo non ci vengo”, e si rifugia di nuovo contro il mio bavero.

La SS è soddisfatta. Grida: “Tutto a posto!”, grida ” Heil Hitler!” e salta giù dalla vettura. “Maledetti!” sbotta Herr Klung.

“Per favore, tenga a freno la lingua!” lo riprende Marianne.

“Tenga a freno ’sti coglioni” ringhia l’autista, e rimette in moto.

Il bus riparte verso la Porta di Brandeburgo, che si staglia contro un cielo squamoso il cui innocente azzurro è stato sopraffatto dal rosso scarlatto degli incendi. Dopo pochi minuti ci fermiamo di nuovo: siamo arrivati.

[Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995, pp.72-74]

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Berlino, febbraio 1945

Un giorno seguii Opa mentre usciva dalla cantina per prendere l’acqua. Gli andai dietro come un cagnolino che insegua l’unica fonte di calore che abbia al mondo; gli altri pensavano che fossi andata al secchio.

Quando mi trovai in strada, lo vidi girare l’angolo e continuai a seguirlo senza chiamarlo. Improvvisamente mi trovai davanti a una barriera di edifici che bruciavano; subito fui investita da un’ondata di calore e da quell’intenso odore d’incendio che toglie il fiato e rimane a lungo attaccato ai vestiti. Mi tenni al centro della carreggiata per evitare che mi cadesse addosso qualche pezzo di muro. L’aria era offuscata dal fumo, così, temendo di perdere di vista Opa, mi misi a correre. A un tratto scivolai su una massa di neve rappresa e le calze mi si inzupparono di acqua, diventando gelide e pesanti. Mi avvilii ma proseguii ugualmente in mezzo al fumo. Oltrepassai una Volkswagen color polvere crivellata di colpi, dentro alla quale un morto in decomposizione stava ancora al volante. Quel viso spappolato con la carne che pendeva a brandelli dalle ossa facciali mi colpì allo stomaco e dovetti più volte deglutire per non vomitare e non perdere così del tempo prezioso.

Continuai a correre per la strada disseminata di ostacoli: motociclette arrugginite, biciclette contorte, un furgoncino con la scritta ” Macelleria Emmerhasen”, un cesso di ceramica, reti da letto, resti di una barricata rimossa. Giunsi a una piazza le cui case erano state quasi tutte rase al suolo dalle bombe e dalla quale si diramavano quattro strade alberate. Gli alberi erano nudi e bruciacchiati, come fossero tinti di petrolio, come se avessero subìto violenza.

Doveva essere stata una bella piazza e se ne vedevano ancora i segni: lampioni barocchi che pendevano storti e offesi, panchine di ferro deformate, larghi marciapiedi crepati. Su una colonna delle affissioni i soliti slogan nazisti incitavano all’odio. Il luogo era terribilmente triste e desolato. Un grosso ratto attraversava la strada con i piccoli al seguito. Anche quella era una famiglia!

Vedendo che Opa si era fermato, mi arrestai anch’io. Lui stava osservando i resti di quella che era stata una fila di negozi un tempo molto eleganti ora ridotti a una povera serie di caverne nere e funeste in cui giocava il vento muovendo qualche filo della luce volante o stuzzicando le enormi e intricatissime ragnatele.

A un tratto sentii un rombo lontano che si avvicinava molto, troppo velocemente! Negli ultimi tempi capitavano sempre più spesso incursioni aeree senza preallarme. Mentre venivo colta dal panico vidi Opa mettersi a correre. Nello stesso tempo una raffica di artiglieria mi passò sopra la testa, andando a colpire il balcone di un edificio già bombardato che si schiantò al suolo con un gran fragore. Anch’io mi misi a correre, folle di paura, raggiungendo Opa che si era rifugiato sotto un portone. Lo tirai per il lembo del cappotto; lui abbassò lo sguardo ed esclamò, costernato: “Mio Dio! Che cosa stai facendo qui?”. E mi strinse a sé senza fare altre domande, mentre la strada era spazzata dalle granate. Ci nascondemmo ancora di più nel portone.

In un attimo l’aria si fece satura di polvere e venimmo sepolti da una gragnuola di detriti. Credetti di soffocare. La polvere mi riempì la bocca e le narici e cominciai a tossire, così violentemente che a un certo punto non potevo più respirare. Emisi un gemito doloroso, un ansito angosciato e sentii gli occhi uscirmi dalle orbite. Allora Opa mi batté ripetutamente la mano sulla schiena gridando: “Respira, Helga, per favore respira, tesoro!”. Infine ripresi fiato e vidi Opa singhiozzare dal sollievo.

Quando finalmente gli apparecchi si allontanarono, Opa mi afferrò la mano e ci gettammo fuori dal portone raggiungendo l’ingresso della sotterranea che si trovava a circa trenta metri di distanza. Gli scalini erano sdrucciolevoli per la neve e naturalmente scivolai battendo un ginocchio; ma feci finta di niente.

Il tunnel era pieno di gente: vecchi, donne e bambini, milizia popolare, soldati semplici, SS. L’aria era umidiccia e viziata. Si sentiva un pianto diffuso di bambini, mentre una donna stava addirittura partorendo, sdraiata sul nudo pavimento e circondata da gente attonita che non sapeva cosa fare. Nemmeno Opa sapeva cosa fare.

Ci mettemmo a sedere sulle piastrelle, aspettando che sopra di noi finisse quel selvaggio bombardamento. Un’altra donna ripeteva ossessivamente: “Da ieri brucia lo Hohenzollerndamm”. Cercava di attirare l’attenzione di una madre che stava tenendo a bada due bambini. ” Da ieri brucia lo Hohenzollerndamm!”.

La madre tirò giù i pantaloni a uno dei due bambini, che inarcò la schiena e fece pipì sulle rotaie. “Da ieri brucia lo Hohenzollerndamm, signora, e io non ho più niente!”.

La madre si voltò con un brusco gesto di solidarietà, diede una stretta al braccio dell’altra e rispose: “Anch’io non ho più niente, signora, né casa né marito e nemmeno un letto per i miei bambini”.

“Da ieri brucia lo Hohenzollerndamm!”.

La madre si strinse nelle spalle e tirò su i pantaloni al suo bambino. “Lo so, signora, lo so. La città è un rogo e non possiamo farci nulla”.

[Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995, pp.124 - 126]

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Berlino, aprile 1945

“I sovietici hanno raggiunto il cuore di Berlino” annunciò Opa. Lo aveva appena sentito alla BBC. “Siamo agli sgoccioli” aggiunse. Pensammo subito ai russi. Cosa sarebbe successo quando fossero scesi nella nostra cantina? Si parlava molto di stupri, ma in realtà io non sapevo che cosa fossero.

Frau Bittner temeva per Gudrun, ma anche la madre di Erika aveva paura per la figlia, nonostante ormai fosse solo un’ombra di ragazza. In fondo, nemmeno la matrigna, Frau Köhler e la stessa madre di Erika erano vecchie! Probabilmente si sarebbe salvata solo Frau Mannheim, che aveva più di sessant’anni.

Rudolf, il figlio di Frau Köhler, che negli ultimi tempi si era ritirato nel suo guscio trascorrendo lunghe ore a leggere, alla debole luce della candela, i libri di Karl May, dopo quella notizia divenne un altro. In lui era scoppiata l’ansia per la madre; volle sapere per filo e per segno in cosa consistessero quegli atti violenti, dopo di che le proibì di uscire dalla cantina.

Ultime notizie: il centro di Berlino era gremito di carri armati e si sparava da tutte le parti. I russi stavano puntando verso il Reichstag.

Opa e Herr Mannheim rimanevano sempre attaccati all’apparecchio ricevente cercando di districarsi fra le notizie che incalzavano. Seguivano anche le trasmissioni del Deutsche Rundfunk, organo ufficiale del Reich, che un giorno improvvisamente tacque nel bel mezzo di un comunicato. Il silenzio che seguì significava una cosa sola: il nemico aveva raggiunto la stazione radiofonica.

Da giorni nessuno usciva più dalla cantina. Le provviste erano terminate.

La maggior parte dei tempo stavamo sdraiati sui nostri giacigli per risparmiare le forze. Da un lato desideravamo che la guerra finisse, dall’altro temevamo l’arrivo dei russi. Intanto continuavano a bombardarci, ma nessuno capiva quali obiettivi potessero essere ancora in piedi e fare gola al nemico. Berlino era un rogo, cosa volevano ancora?

[...]

Mi svegliai al suono di una voce eccitata e mi drizzai sul letto per vedere che cosa stesse succedendo. Vidi Frau KòhIer parlare con una sconosciuta e sentii che il tono delle loro voci era allarmato. Poi si abbracciarono, e vidi di nuovo l’angoscia sui volti delle donne. Rudolf a un tratto si mise a urlare: «Voglio la pistola! Mi dovete dare una pistola!».

Ero confusa e stordita. Dopo la visita dei russi dovevo aver dormito saporitamente, ma adesso capivo che c’era un nuovo problema.

La donna era un’amica d’infanzia di Frau KòhIer, accampata in una cantina non lontana, nei pressi della Lauenburger Platz. Era venuta per avvertirci che gruppuscoli sparsi di russi ubriachi si stavano aggirando nelle cantine del quartiere molestando e violentando le donne.

La notizia giunse come un fulmine a ciel sereno e diffuse il panico. Opa ebbe una reazione esasperata; prese un bicchiere e lo scaraventò sul pavimento gridando: «Maledizione! Come abbiamo potuto essere così ingenui?!». Abbracciò la matrigna e pianse sulle sue spalle. Pover’uomo! Era già in apprensione per Hilde, della quale non si riusciva ad avere notizie, e ora il pericolo dello stupro incombeva nuovamente sulle donne!

Tutti cercavano di ragionare: cosa si poteva fare? Fingere che fossero ammalate? Ma un ubriaco non ti sta nemmeno a sentire. Nasconderle ai piani superiori dell’edificio? Sarebbe stato peggio. I russi, insospettiti per la presenza di soli uomini, le avrebbero cercate e forse uccise. Qualcuno consigliò di confonderle fra i cadaveri in cortile, ma Frau Kòhler dichiarò che piuttosto si sarebbe ammazzata.

[…]

«Ci sarebbe il cunicolo,» osservò Frau Kòhler a un tratto «quello è abbastanza sicuro ».

«Non so come potreste starci in sei,» obiettò, dubbioso, Herr Hammer «c’è posto al massimo per tre. E poi c’è anche la radio ricevente».

«Come al solito, tutti i vantaggi al sesso maschile!» protestò Frau Kòhler, acida, sbirciando Kurt, il figlio di Frau Bittner.

«Se è per me, io sto anche fuori» commentò Kurt, asciutto.

«Non rendere le cose più difficili di quanto non lo siano già» disse Frau Bittner al figlio con tono angosciato.

«Io volevo arruolarmi» brontolò Kurt.

«Ormai sono discorsi inutili» rispose la madre.

Perplessità impotenti si svilupparono nell’angusta cantina, mentre la candela si divertiva a gettare ombre informi sui muri.

Volti stanchi, sgomento, paura. Nessuna via d’uscita. Di nuovo in trappola. Che fare? Ma di lì a due secondi qualcuno scese con fracasso dalla scala cogliendoci tutti alla sprovvista. Dal buio, come barcollanti fantasmi, apparvero due russi manifestamente in preda all’alcol! Rimasi senza fiato.

Venivano avanti sulle gambe malferme cantando e abbozzando passi di danza. Uno portava un berretto di pelo che gli pendeva di sghimbescio dal capo, l’altro esibiva una selva di capelli rossi e la barba stopposa. Mi appiattii sul letto per passare inosservata e solo allora mi resi conto che quelli del cunicolo non avevano avuto il tempo di nascondersi!

I russi ridacchiavano e agitavano i fucili spianati; per prima cosa mi fecero segno di scendere dal letto. Stessa sorte toccò a Egon e Peter. Egon scoppiò a piangere, mentre Peter scese docilmente. Ben presto ci trovammo tutti al centro della cantina e i russi presero a fissarci con stupore allibito come se fossimo animali da circo. Cercavano perfino di darsi un contegno, ma erano troppo ubriachi. Infine uno dei due emise una serie di rutti e sbraitò: «Tu urri!». Ancora, pensai, volevano ancora i nostri orologi! Ma nessuno si mosse.

«Tu urri!» ripeté il russo manifestando irritata impazienza. Allora Opa cercò di spiegargli che i suoi predecessori ci avevano già alleggeriti dei nostri orologi, mostrando il suo polso nudo e invitando gli altri a fare altrettanto. Tutti mostrarono i polsi senza orologio e il russo si convinse. Allora cominciò a illuminarci uno a uno con una torcia insistendo sui volti delle donne. Giunto all’altezza della matrigna si fermò e gridò con improvvisa enfasi: «Hurrà Stalin!» abbagliandola con la torcia. La matrigna non si mosse, mentre Peter rimaneva aggrappato alle sue gambe.

Il russo produsse ancora un paio di rutti e ripeté, con aria di sfida: «Hurrà Stalin!», assestando alla matrigna una pesante manata sulla spalla. Di nuovo lei non reagì. Allora l’altro, indispettito dal suo mutismo, le ingiunse: «Tu dire “hurrà Stalin!” o tu kaputt!». Peter represse un singhiozzo spaventato, ma Opa salvò la situazione sostituendosi alla figlia: «Hurrà Stalin!».

Il russo si voltò e sul suo viso si allargò un ghigno soddisfatto. «Tu gutt!». Ruttò compiaciuto, infine domandò: «Tua moglie?», indicando la matrigna.

«Io sono il padre, » rispose Opa « ich bin der Vater».

«Vater?». Il russo corrugò la fronte, abbassò il capo, rifletté faticosamente fissando un bottone della sua uniforme impolverata e finalmente stabilì: «Vater gutt! Tu dire ancora “hurrà Stalin! “. Tu Vater gutt! Da!».

«Hurrà Stalin!» fece Opa.

Il russo lo guardò estasiato, schioccò la lingua, si batté le mani sulle cosce tonde e ululò: «Ancora! Ancora “hurrà Stalin!”». E sbirciò Opa con gli occhietti lucidi e arrossati.

Quando Opa lo assecondò per la terza volta mi si strinse il cuore. Povero vecchio Opa!

Finalmente il russo fu pago e il suo volto si fece comicamente serio. Appoggiò con gesto confidenziale una zampa sull’esile spalla di Opa e comunicò: «Gitler kaputt». Mimò uno che si spara alla tempia e aggiunse, digrignando i denti: «Gitler grrrrl Adolf kaputt!». E nitrì come un cavallo, ridendo con la testa rovesciata all’indietro.

L’altro russo, che fino a quel momento si era limitato a sghignazzare, cantilenò gongolante: «Alles kaputt! Germanija kaputt! Parlament kaputt! Da!» e tempestò di manate la spalla del compagno; ma questi si stava distraendo, fissava Erika!

All’improvviso quello col berretto mi puntò il fucile contro il petto e tuonò: «Imja! Name! Was… dein… Name?».

Sentivo le corde vocali secche, mentre un rospo si agitava nelle mie povere viscere.

«Digli come ti chiami, tesoro» mi bisbigliò Opa.

«Helga» mormorai.

«Gelga?».

«Helga».

Il russo si grattò sotto il berretto e decise: «Tu no gutt, Gelga». Si avvicinò investendomi col suo fiato puzzolente e mi tastò il petto, che era piatto come una tavola. Mi chiesi che cosa avesse da tastare. Ero tentata di mordergli la mano ma mi trattenni. Infine quell’animale mi strizzò nel punto dove poteva essere localizzato all’incirca un mio fanciullesco capezzolo e ripeté sprezzante: «No, Gelga no gutt!». Sputò sul pavimento e mi lasciò perdere. Continuò a illuminare i volti e si fermò davanti a Gudrun. Disse, con voce gorgogliante: «Tu Fràulein! Tu gutt!», facendo un rutto di soddisfazione. « Tu venire con me! ». Ma la madre di Gudrun gli si avventò contro: «No, non può farlo. La prego, prenda me piuttosto, la supplico, lei è ancora una bambina!». Ma il russo se ne liberò assestandole una brutale pedata nel ventre. «Cagna!».

Frau Bittner era caduta riversa sul pavimento battendo il capo. Rimase in terra come svenuta. Gli altri le si precipitarono attorno per soccorrerla. Sentii un crampo allo stomaco e temetti di vomitare. Intanto il russo, approfittando del trambusto, trascinò Gudrun nel corridoio facendo segno al compagno di tenerci a distanza col fucile. L’altro emise un grugnito d’intesa piazzandosi su una sedia col fucile spianato. Poi ci ordinò di metterci in riga e di lasciar perdere la donna a terra, «altrimenti kaputt». Non restava che ubbidirgli: quel tipo aveva tutta l’aria di fare sul serio. Non avrebbe esitato un solo attimo a usare l’arma.

Ci raccogliemmo in gruppo e rimanemmo li, mortificati e impotenti. Se solo avessi avuto una pistola in pugno avrei sparato io a quel russo!

Dal corridoio provenivano le grida strazianti di Gudrun, che sembravano amplificarsi e scoppiare nei nostri cuori gonfi. Era terribile. Avevo la nausea. Avrei voluto morire.

Poi il russo tornò dal corridoio, senza Gudrun.

Per un attimo ci guardò con un’espressione di soddisfatta arroganza, ma vedendo il nostro unanime disprezzo cambiò faccia. Terminò di abbottonarsi i pantaloni grugnendo con goffo imbarazzo, infine ci rivolse ancora un sorriso di tracotante soddisfazione borbottando qualcosa nella sua lingua. Quello col fucile spianato fece cenno all’altro di sostituirlo e si accostò, vacillante, a Erika. Fino a quel momento non avevo mai pensato che un uomo potesse nutrire un qualsiasi interesse per quell’ombra di ragazza, ma mi sbagliavo.

Erika fissò il russo e diventò bianca come la calce. Cominciò vistosamente a tremare mentre i colpi di tosse si mischiavano al pianto.

«Tuo nome!» gridò il russo, sgarbato, dondolandosi sui fianchi. Ostentava un’ottusa arroganza da vincitore e da padrone e sbavava mentre le sbirciava i seni acerbi.

Erika mosse le labbra invano, non riuscì a pronunciare una sola parola. Allora il russo ripeté, spazientito: «Tuo nome!».

La poveretta deglutì, inspirò e balbettò a fior di labbra: «E-ri-ka».

«Erika …» fece il russo sollevandole col calcio del fucile una ciocca di capelli. Lei sobbalzò e, mentre un singhiozzo represso le scuoteva il petto, la zuppiera le scivolò dalle mani frantumandosi con un fracasso infernale.

Sul viso del russo si diffuse un’espressione di stupore inebetito mentre fissava i cocci. Riavutosi dalla sorpresa, afferrò Erika per le spalle e tentò di baciarla. Allora la madre gli si gettò addosso implorando: «La supplico, prenda me al posto suo… lei è ammalata… lei…». Ma l’altro non la fece finire e col fucile le diede un colpo violento in testa. La donna stramazzò, ruzzolò su un fianco, scalciò impotente e perse i sensi.

Contemporaneamente il russo aveva sbattuto Erika su un materasso gettandosi su di lei con tutto il suo peso. Qualcuno dei nostri si mosse per soccorrere la madre di Erika e per fermare lo stupratore, ma quello col fucile spianato gridò qualcosa in russo sparando un colpo in aria. Lo sparo rintronò nella cantina cupo e minaccioso, riecheggiando nei nostri cuori gelati. Tentai di distogliere lo sguardo dall’orribile spettacolo ma non ci riuscii, e seguii tutto quello che avvenne, costretta da un irresistibile impulso a guardare, fino alla conclusione. Sentii le gambe molli, mentre un’orribile sensazione di disgusto mi dilaniava il cuore. Un disgusto penetrante; ciò che vedevo era inaudito, crudele, ingiusto. Aspettavo le lacrime come un sollievo alla mia terribile tensione e, quando le sentii bruciare tra le ciglia, affondai il viso nella giacca di Opa.

Se ne andarono, forti di una loro presunta innocenza perché convinti di aver esercitato il diritto del vincitore. Risalirono le scale dandosi delle manate sulle spalle e ridacchiando soddisfatti, uniti nella complicità di una violenza che in tempo di guerra non solo viene considerata naturale e non perseguibile ma, quel che è peggio, giustificata. Semplicemente.

Seguì un attimo di frastornato silenzio, subito rotto dall’urgenza di soccorrere le vittime. Tutto era così agghiacciante che non avevo il coraggio di guardare. Le due madri svenute, Erika che gemeva sul materasso; sgomenta fuggii nel corridoio. Là c’era Gudrun, e venni travolta da quelli che stavano accorrendo per assisterla. Spinta da un impulso irrazionale, li seguii.

Gudrun giaceva piegata su se stessa, in posizione fetale, gli occhi sbarrati. L’espressione di gelido dolore che aveva sul volto mi tramortì.

La adagiarono su una branda. La coprirono con panni e cappotti perché tremava. Tremava e batteva i denti e aveva gli occhi sbarrati. Le due madri erano ancora in uno stato di semincoscienza.

Qualcuno salì in casa per telefonare e informarsi se da qualche parte esistesse una sorta di Pronto Soccorso per donne violentate, ma la risposta fu negativa. Non esisteva proprio. Non esisteva più niente. Solo orrore. Nella cantina si avvertiva un clima di rabbia impotente e di impotente compassione.

[Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995, pp.150-151; 163 - 172]

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