PICCOLA OSPITE DEL Führer
gen 11th, 2009 di Helga Schneider
Nel dicembre del 1944, mio fratello ed io, insieme a un gruppo di bambini e madri berlinesi, siamo stati “I piccoli ospiti” nel bunker di Adolf Hitler che si trovava sotto la Nuova Cancelleria del Reich.
Null’altro che un’operazione propagandistica decisa dal ministro Joseph Goebbels, ma il ricordo di quella visita, la vista di Hitler e l’atmosfera claustrofobica ed angosciante di quel bunker, sarebbero rimasti fissati per sempre nella mia memoria.
Il video mostra le ultime immagini del bunker realizzate nel 1980.
(Helga Schneider)

Io, piccola ospite del Führer
Helga Schneider
EINAUDI
I contenuti:
“Si può davvero definire Adolf Hitler ‘un essere umano’?”
Parte da una domanda semplice e impossibile questo breve, intensissimo romanzo, in cui Helga Schneider torna a scavare nella memoria per raccontare un altro tassello di quella drammatica storia del Novecento di cui è da sempre appassionata testimone.
Nell’ultimo inverno di guerra, in una Berlino ormai in fiamme, la piccola Helga, suo fratello Peter e alcuni altri bambini “privilegiati” vengono portati in visita nel bunker di Hitler. Per ventiquattr’ore si aggireranno come topini in trappola tra i corridoi di “quell’angusto dedalo di morte”, in attesa dell’incontro con il Fuhrer del Terzo Reich. In quell’ultima dimora dall’”architettura senza futuro”, pervasa da un odore nauseabondo di muffa e diesel, potranno finalmente mangiare un pasto completo, lavarsi i denti con il dentifricio e, con l’aiuto di una lampada al quarzo, riacquistare un aspetto sano. Il grande Fuhrer non potrebbe tollerare la vista di bambini emaciati, né l’idea di venire a contatto con una qualche malattia…
L’intensità di questo ricordo – già in parte evocato nel Rogo di Berlino – s’intreccia qui ad altri frammenti di vita privata, arrivando a comporre per brevi tratti un quadro piú ampio: all’esperienza allucinante del bunker si affianca l’estraneità di un padre costretto a combattere una guerra delirante, l’assenza di una madre che ha sacrificato tutto per la causa nazionalsocialista, l’insensibilità di una matrigna e di una zia che sino alla fine non si rassegneranno ad accettare la disfatta del Terzo Reich, né ad ammettere la spietata follia su cui è stato edificato un simile sogno di grandezza.
Con la consueta felicità narrativa, che unisce all’esattezza del dettaglio il calore della scrittura, Helga Schneider riesce ancora una volta a ricostruire con vivezza e con dolore il clima di quegli anni: l’enfasi sinistra dell’ascesa al potere, le aspirazioni di Hitler e dei suoi fedelissimi (primo fra tutti Goebbels), lo stato di crescente paura e disperazione della gente comune. Ne viene fuori un racconto bruciante, capace di ricostruire attraverso gli occhi inconsapevoli dell’autrice bambina le illusioni, lo spaesamento e le sconcertanti certezze di un intero popolo a cui, attraverso un uso capillare e spregiudicato della propaganda, fu negato sino all’ultimo anche “il diritto di pensare”.