LECTIO MAGISTRALIS
set 16th, 2009 di Helga Schneider
La “lectio magistralis” di
HELGA SCHNEIDER
Nata in Polonia, cresciuta a Berlino, rimpatriata in Austria, diventata per matrimonio cittadina italiana, Helga Schneider vive in Italia dal 1963.
Scrive i suoi libri non nella sua madre lingua (il tedesco), ma in italiano.
Già da più di mezz’ora prima dell’orario stabilito (le 16.00) siamo in molti ad aspettare pazientemente in campo S. Angelo fuori dal tendone di FONDAMENTA, ancora chiuso (la lectio della Schneider è il primo degli interventi previsti per il pomeriggio. Dopo di lei, nella sessione dedicata al “reading”, Giovanni Raboni leggerà alcune sue poesie).
Finalmente possiamo entrare, e già dopo pochi minuti non ci sono più posti a sedere. Molti rimangono in piedi.
“La mia non sarà un’analisi del nazismo, ma una testimonianza. Vi dirò quello che è successo a me, quello che ho visto io” dice subito la Schneider.

Ci è immediatamente chiaro che quello che seguirà non sarà certo una “lezione” nel senso tradizionale del termine.
La Schneider ci offre infatti, con molta generosità, la grande “lezione” di vita di una donna che, consapevolmente, accetta di non dimenticare e di rimestare continuamente nei tremendi ricordi della sua infanzia mettendo la sua memoria e le ferite della sua giovinezza al servizio di una nuova generazione che “deve sapere, deve conoscere quello che è stato tutto l’orrore del nazismo”.
Chi conosce anche solo qualcuno dei suoi libri (io avevo letto “Lasciami andare, madre”, sul quale nel 2001 avevo anche scritto una brevissima recensione) è in grado di cogliere fino in fondo il malessere con il quale — ella stessa dice — “…da anni rivango il mio passato… non riesco a liberarmene… io mi sentivo una scrittrice, ma mi sono accorta subito che i miei lettori mi vedevano più come una testimone, che come una scrittrice…”
Questo evidentemente la amareggia un pò, ma nello stesso tempo è fermamente determinata a svolgere fino in fondo il ruolo di testimone di uno dei periodi più tragici della storia europea del secolo scorso.
“Mi stupisco di quanto interesse ci sia ancora, in giro, per quel regime autoritario e criminale….Ci sono anche troppi tentativi di revisionismi, troppa gente che cerca di banalizzare i crimini del nazismo…Per questo, i testimoni devono continuare a testimoniare, è indispensabile.
Io ho scelto di farlo tutte le volte che me lo chiedono anche se ogni volta soffro molto (anche oggi, non mi è facile cominciare) perchè questo non mi consente di guardare avanti, al futuro…
Ma poi mi dico che la maggior parte della mia vita è trascorsa, che quello che posso fare di utile, negli anni che mi rimangono, è convincere la gente e specialmente i giovani, attraverso la mia esperienza, di quanto fosse orrendo quel regime…Non si deve dimenticare che nel nome della Germania, a causa della Germania, si produsse una vera e propria rottura della civiltà…. Oggi sento che questo è il mio ruolo, e cerco di farlo con i miei libri e con le mie parole….”
Ascoltandola, rifletto a quanto possa diventare opprimente la memoria, quanto perduto possa essere, in alcuni casi, il proprio tempo passato se non lo si ritrova e non lo si utilizza dandogli un senso.
Penso a Musil ed al suo “le stesse cose ritornano”; a Umberto Eco quando parla della difficilissima “ars oblivionalis” (e cioè di quanto sia più difficile dimenticare, piuttosto che ricordare).
I miei pensieri si intrecciano alle parole di Helga Schneider.
“…Non sono mai riuscita ad elaborare il lutto della mia infanzia, il lutto di mia madre. Una madre che ha abbandonato me il mio fratellino quando eravamo ancora molto piccoli, una madre che ha preferito le SS e i campi di sterminio ai suoi figli, le cui azioni mi fanno orrore, ma che nonostante tutto non riesco ad odiare, perchè era mia madre…”.
Comincia allora a raccontare di quella infanzia terribile che tutti i lettori dei suoi libri (da “Il rogo di Berlino” a “Porta di Brandeburgo” a “Lasciami andare, madre”) conoscono: l’abbandono della madre, andata via di casa per diventare aguzzina in uno dei più feroci campi di sterminio, la fame, la miseria, il puzzo dei cadaveri e il fumo degli incendi nelle strade di una Berlino ormai distrutta, il bunker e l’incontro con Hitler al quale lei ed altri bambini furono portati (per propaganda) pochissimo tempo prima del suicidio del Fuhrer (”…. era quello, Hitler? Quel vecchio dall’aspetto malsano, con la mano sudaticcia… non dimenticherò mai quella stretta di mano…. ma almeno, quel giorno abbiamo mangiato…”).
Continua a raccontare, Helga Schneider, e lo fa con un tono non dimesso, non da vittima: usa toni a volte autoironici e si concede persino qualche battuta di spirito. Non è certo una donna che usa il suo passato per autocommiserarsi: la sua è una elaborazione continua, che probabilmente non avrà mai fine.
Ci racconta di come anche i bambini tedeschi ariani fossero, sotto il nazismo, schedati, spiati, controllati. Di come nemmeno ai bambini fosse permesso esprimere la più piccola critica, il minimo dissenso… Figurarsi gli adulti.
“Non voglio certo giustificare i tedeschi, e accettare quello che spesso dicono, e cioè che non sapevano… No, sapevano. Vedevano i treni blindati, gli ebrei arrestati e picchiati…. i campi di sterminio erano vicino a centri abitati… Sapevano. Ma bisogna anche capire a quali livelli di perfezione ed efficienza la macchina di controllo sulle persone del regime nazista era arrivata….”
(…ed io penso alle memorabili pagine di Hannah Arendt in cui, ne “Le origini del totalitarismo” analizza in profondità i meccanismi e l’apparato di controllo e di terrore messi in atto del regime totalitario nazista).
La tensione emotiva, tra il pubblico, è quasi palpabile. La Schneider parla, parla…. parla più a lungo del tempo stabilito, ma nessuno se ne accorge o mostra segni di impazienza.
Ma dopo di lei è previsto un altro intervento, e deve mettere fine al suo racconto.
Decide, d’accordo con gli organizzatori, di rinunciare allo spazio di interlocuzione con il pubblico “per rispetto a chi deve parlare dopo di me, ed al quale ho già rubato molto tempo”).
Si alza e scende dal palco, ma assieme a lei si alzano tante persone del pubblico che la seguono, le si stringono intorno, vogliono esprimerle la loro gratitudine ed il loro affetto (”grazie, grazie” sento dire da una anziana signora “io sono ebrea, ero a Danzica… grazie per quello che fa…”).
La Schneider ci ha dato una grande lezione.
Una lezione magistrale.