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Anna Calamelli

La  Baracca dei Tristi Piaceri di Helga Schneider
 
     
Due donne, l’anziana Frau Kiesel e l’ambiziosa scrittrice Sveva, di cui l’autrice abbozza appena le rispettive biografie. Poche sapienti pennellate per delineare le due voci narrative del romanzo: una racconta, l’altra incalza. Dialoghi, di tono grave ma talvolta con guizzi sagaci, che vanno oltre le parole, in cui respira commozione, rispetto, complicità sofferta.
La vera protagonista è la Storia, suggerita dal titolo perfetto e dal sottotitolo sfacciato: la baracca (siamo in una “stanza di servizio” di un lager) dei tristi piaceri (cosa può esserci di triste nel piacere? Tutto, in un bordello a Buchenwald). Il sesso forzato come strategia del nazismo: un dramma che ha segnato molte giovani donne, ebree e non, forzate alla prostituzione col miraggio della libertà (sei mesi e saremo fuori, riscattate), e minate per sempre nell’animo e nel fisico. Un dramma nascosto e taciuto, a guerra cessata, per vergogna e timore dell’emarginazione. Questi bordelli istituiti per legge dal regime con lo scopo ipocrita di limitare l’omossessualità tra i deportati serviva in realtà a poter dar libero sfogo al sadismo delle SS, quando la brutalità giovanile era incitata come prova di forza e valore; a prostrare ancor di più gli internati, che arrivavano a barattare il misero tozzo di pane per pochi minuti di sesso e spesso non riuscivano ad approfittarne; a creare delle deportate a vita, anche fuori dai lager, quando questi sono stati chiusi.
Un coraggioso omaggio alle donne che hanno subito o che subiscono violenza addirittura “per legge”, una lucida e sofferta testimonianza di cui ancora una volta la Schneider rende partecipe il mondo, trasmutando un capitolo di storia personale in  memoria collettiva, affinché tragedie simili non debbano ripetersi mai più.

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FONTE: WEB GENIODONNA 

IL PIACERE NEI LAGER NAZISTI      

Venerdì 11 Dicembre 2009 11:52
di Maria Tatsos      Centinaia di donne tedesche e polacche, imprigionate nei campi di concentramento per aver avuto, per esempio, una storia d’amore con un ebreo, dal 1942 vennero costrette a prostituirsi nei bordelli istituiti nei lager da Heinrich Himmler, il capo delle SS, per accrescere la produttività dei prigionieri-lavoratori maschi. Alcune sopravvissero a questa vita orribile. Traumatizzate nel corpo e nella psiche, alla fine della guerra cercarono di dimenticare, schiacciate dal peso della vergogna. Per decenni, nessuno ha osato parlare di questo dramma. La scrittrice Helga Schneider è una donna coraggiosa. Nei suoi libri, il dovere di ricordare è quasi una missione e le vicende storiche di un popolo – quello tedesco – spesso si intrecciano con la sua tormentata vicenda personale di bambina negli anni del nazismo. Figlia di genitori austriaci, Helga Schneider è nata nel 1937, è cresciuta a Berlino e dal 1963 vive a Bologna. Quella italiana è la sua seconda identità, radicata a tal punto da scrivere degli autentici bestseller nella nostra lingua. I suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in vari Paesi europei, Stati Uniti, Giappone e Brasile. L’abbiamo intervistata in occasione dell’uscita del suo undicesimo romanzo La baracca dei tristi piaceri (Salani Editore, € 14) che affronta il tema della prostituzione forzata nei lager. Perché ha deciso di affrontare in un romanzo un argomento così spinoso?La violenza sulle donne esiste da sempre, e c’è stata anche durante il nazismo. Negli anni Novanta, uno scrittore, Eugen Kogon, che ha conosciuto personalmente l’esperienza del lager, ha testimoniato dell’esistenza di questi bordelli, che si chiamavano Sonderbau (edificio speciale). Ci sono state interviste e ricerche. Mi sono documentata e ho scelto di costruire una storia. La protagonista, Herta Kiesel, ormai anziana, affida i ricordi dell’orrore che ha vissuto a Buchenwald a una scrittrice italiana.I prigionieri pagavano due marchi per un rapporto sessuale, soldi che finivano ovviamente nelle mani dei nazisti.  Spesso disprezzavano le donne del bordello, convinti che avessero fatto una scelta, e non capivano che anche loro erano vittime, anzi, doppiamente vittime… Questi bordelli furono istituiti in dieci lager.

Le ragazze, scelte fra le più giovani e gradevoli, venivano soprattutto da Ravensbrück. Venivano attirate con la falsa promessa che dopo sei mesi sarebbero state liberate. E quando il loro fisico era distrutto dalla vita che conducevano,venivano riportate a Ravensbrück, dove venivano utilizzate come cavie per esperimenti medici. In quegli anni si sperimentavano i sulfamidici, e molte morirono di infezioni terribili indotte dai medici. Le sopravvissute furono pochissime.”

C’erano anche donne ebree?

“No, mai. E nessun uomo ebreo avrebbe mai potuto frequentare il Sonderbau, per motivi razziali. Erano per lo più tedeschi. Il massimo dell’ipocrisia del regime, che combatteva aspramente la prostituzione nella società, era questa legalizzazione nei lager, con il pretesto di arginare l’omosessualità fra i prigionieri.”

Cosa desidera trasmettere al lettore con una storia come questa?

“Ho scelto di essere scrittrice e testimone del periodo storico che ho vissuto da bambina, che ha segnato la mia vita ed è diventato quasi un’ossessione per me. La vicenda che narro non è autobiografica, ma mi sono documentata in modo approfondito. Desidero che il lettore arrivi alla consapevolezza di aver scoperto una pagina di Storia che non conosceva.”

Cosa rappresenta la scrittura nella sua vita?

“La scrittura ha avuto per me una funzione terapeutica e liberatoria. Avevo quattro anni e mio fratello 19 mesi quando mia madre ci ha abbandonati per seguire le Waffen SS e diventare guardiana in un campo di sterminio. Come racconto in Lasciami andare madre, l’ho rivista due volte dopo la guerra ma lei non si è mai pentita della sua scelta. Quando avevo sette anni l’Armata Rossa ha conquistato la capitale tedesca.

In Il rogo di Berlino racconto quei momenti terribili, le violenze sulle donne…

Ho visto ragazze stuprate davanti a me… Crescendo, sono diventata un’adolescente terrorizzata dagli uomini. Poi sono venuta in Italia, mi sono sposata e per tanto tempo ho cercato di dimenticare tutto. La scrittura mi ha aiutata ad affrontare il mio passato e a superarne i traumi.”

Come  sono stati accolti i suoi libri in Germania?

“All’inizio, con grande diffidenza. C’era chi dubitava della veridicità di quanto raccontavo. Dopo il primo impatto, ho avuto molte recensioni positive e interviste.”

 

La Baracca dei tristi piaceri

LA BARACCA DEI TRISTI PIACERI
di Helga Schneider ed. Salani

Donne negate, donne usate, donne disonorate,
donne violate, donne umiliate,
donne non più persone ma sempre e comunque donne.
Leggetelo, è un libro che fa pensare a cosa la pazzia umana può arrivare a fare.

Mara

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 la Community
La baracca dei tristi piaceri

Scritta il: 21 ottobre 2009

Berlino. Sveva, scrittrice italo-tedesca, in crisi per la stesura del suo secondo libro dopo il successo del romanzo d’esordio, incontra un’ammiratrice; l’anziana Herta Kiesel che entusiasta, le chiede un appuntamento per il giorno successivo. Titubante per lo strano comportamento dell’anziana signora, Sveva sarebbe tentata di evitare l’incontro fino a che si accorge che dietro la banalissima richiesta della donna, di presentare il suo romanzo presso la libreria di una coppia di amici, si nasconde un’esigenza ben più grave ed importante. Herta Kiesel è infatti una sopravvissuta del campo di concentramento di Ravensbrück, in seguito trasferita Buchenwald, ed è ben determinata, prima di morire, nonostante il ricordo dell’olocausto le procuri una grande sofferenza, a lasciare una testimonianza dell’orrore vissuto, in uno dei luoghi più squallidi e tristi, opera della “malata” ideologia nazista: il bordello di Buchenwald. Nel racconto fatto da Frau Kiesel a Sveva, il calvario della deportazione appare in tutta la sua meschinità e oscenità. Il ricordo dell’anziana signora apre scenari agghiaccianti sui vari aspetti dell’esistenza nei lager, “dove era possibile tutto e il contrario di tutto”; dove l’anomalia finiva per essere considerata normalità; dove contro ogni sentimento di rispetto e umanità si pretendeva di aver trovato la cura all’omosessualità ritenuta una malattia dai nazisti; dove l’indifferenza e i tradimenti generati dal terrore, tra deportati e deportate, finivano per prendere il sopravvento sulla più comune solidarietà umana. Con grande coraggio e forza d’animo Frau Kiesel, testimone diretta dei fatti, racconta alla giovane scrittrice, del programma di rieducazione politica e sociale del nazismo, attraverso la prostituzione coatta, giustificata dal regime come gesto di ringraziamento a tutti coloro che nel campo, prigionieri privilegiati compresi, contribuivano con il loro lavoro alla vittoria in guerra della Germania. Costrette a subire sterilizzazioni, aborti e ogni forma di gratuita violenza da parte di SS con disturbi di natura sessuale, tra cui l’impotenza, alle donne di Buchenwald veniva anche dato l’ingrato compito di testare l’efficacia delle terapie correttive dei comportamenti omosessuali, ovviamente del tutto innaturali. Molte delle prigioniere costrette a questo incarico perivano in seguito a malattie veneree, altre cercavano e trovavano rifugio nell’alcol. Le sopravvissute in genere, seppur con gravi danni psicologici, cercavano di continuare a vivere provando a rimuovere il loro triste passato, nascondendo con vergogna l’orrore subìto. Il programma di prostituzione coatta (in cambio del cui esercizio si prometteva alle vittime la libertà), come strategia politica del nazismo, getta luce sulla condizione delle donne nei campi di concentramento, sull’annullamento della loro dignità come donne e come esseri umani.

ROSSELLA
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I vostri commenti
 
TINA (01-12-2009)
Come ogni volta che leggo i libri della S. sono rimasta soddisfatta e schifata allo stesso tempo. Soddisfatta perchè la narrazione è talmente ricca di dettagli, le scene sono talmente vivide che mi si sono rimaste impresse nella mente; schifata perchè ancora, nonostante abbia letto tutti i suoi libri, faccio fatica a credere che queste cose siano successe, noi abituati al benessere non possiamo neanche vagamente immaginare cosa abbiano potuto passare gli ebrei nei campi di sterminio, per non parlare di queste povere donne costrette a prostituirsi, a regalare il loro corpo in cambio di acqua calda, un pò di riscaldamento e cibo, perdere la dignità per sopravvivere. A volte ringrazio il cielo di essere nata in questi anni, perchè io piccola e gracile, probabilmente sarei stata una delle prime a finire gassata appena arrivata. Grazie a questa scrittrice che ci racconta storie di vita vera e ci fa commuovere.
Voto: 5 / 5

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 Vanity Fair
10.09.2009
IL SESSO DELLE LARVE
Helga Schneider, del nazismo che le distrusse l’infanzia, ha già raccontato l’orrore. Ma in questo libro infrange un tabù: le prostitute dei lager. Con qualche domanda. Per esempio: “Perché un uomo cerca una donna, e magari le muore addosso?”
di Isabella Mazzitelli – foto Alberto Giuliani

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Helga Schneider è una bella donna di 71 anni, un po’ angosciata da una vecchiaia che si vede poco, perché depistata da una grande cura di sé e da una grande vitalità. La sua casa bolognese è minuscola, un essenziale contenitore di quello che le sta a cuore, le sue opere di grafica sature di colori, i suoi libri saturi della passione che la anima, per la scrittura, per la verità, per la giustizia.
Le guardo le mani e  non riesco a non pensare che hanno stretto quelle di Adolf Hitler. Stretto per modo di dire: come ha raccontato in uno dei suoi libri, il Führer aveva dita mollicce. Lei lo incontrò quando aveva solo 7 anni. Era stata costretta a scendere nel bunker di Berlino, ultimo rifugio di Hitler, per un’iniziativa di propaganda del ministro Goebbels.
Stringendo quelle mani si sfiora la storia, questo è il punto, ed è tanto più emozionante se si considera che al tempo era una semplice bambina e ora è una persona come tante, non una storica di professione. Categoria gente comune, dunque, ma di eccezionale talento morale.
Lei di questo vive, la necessità di testimoniare: ogni aspetto del nazismo deve essere indagato, portato alla luce affinché la verità non marcisca in compagnia della menzogna. Ne va della sua vita, questo è chiaro, perché Helga Schneider è stata travolta dal nazismo, ma non si è mai arresa. Nata in Slesia nel 1937, padre austriaco, artista, rapidamente inghiottito dalla guerra e risputato a cose fatte, a quattro anni fu abbandonata insieme al fratello, di uno e mezzo, dalla madre, invasata del nazismo al punto di fare l’ausiliaria delle SS e la guardiana nei campi di concentramento. I figli? Peggio per loro, anzi peggio per Helga, invisa a una nuova matrigna al punto di essere internata in un istituto di correzione per bambini difficili e poi in un collegio per ragazzi indesiderati.
Avrebbe potuto essere una vita catastrofica, non lo è stata: è stata “solo” eccezionalmente difficile. La scrittura è stata la salvezza, anche quando i manoscritti venivano respinti. Dal 1995, anno di pubblicazione con Adelphi del Rogo di Berlino – il suo esordio, un caso letterario – Schneider è una scrittrice di successo, che ha pubblicato undici libri spaziando dalla vita vissuta ai titoli per bambini. L’ultimo è un asciutto romanzo, La baracca dei tristi piaceri.
Perché questa volta ha scelto come tema i bordelli nei campi di sterminio?
“Perché se ne sa poco, è ancora un tabù e voglio che cada. Dal dopoguerra i tedeschi hanno fatto veramente un lavoro profondo, onesto e impressionante su loro stessi, sull’identità nazionale, sulle colpe del nazismo, ma questo aspetto vergognoso è stato tralasciato, se ne sa pochissimo. L’anno prossimo uscirà il primo libro di uno storico, potrei vantarmi di aver affrontato l’argomento prima. Il punto è che se da un lato il nazismo considerava la prostituzione un grave reato per motivi di igiene razziale, dall’altro, probabilmente per aumentare la produzione bellica con l’incentivo -  diciamo così – erotico, Himmler fece costruire 10 bordelli, chiamati ipocritamente Sonderbau, “Edifici speciali”, nei grandi campi di concentramento. Qui prigioniere reclutate soprattutto dal lager femminile di Ravensbrück furono costrette a prostituirsi.”
E’ un libro molto duro.
“Tutti i miei libri sono legati dal filo rosso della violenza. D’altra parte sono stata testimone del nazismo, che era violenza pura. Sono stata una bambina circondata dalla violenza: la fame nera lo è, così pure la paura nelle cantine, l’abbandono, il rifiuto della tua famiglia… E naturalmente è violenza vedere a 7 anni, come è successo a me, i soldati dell’Armata Rossa che stuprano le ragazzine di 16. Insomma, “dovevo” scrivere anche questo libro, perché la violenza contro le donne, contro queste povere donne, merita giustizia da parte della storia. Ma non è stato semplice documentarsi, è un tema sul quale a tutti faceva comodo tacere. Anche trovare donne sopravvissute a quell’ignominia, e non travolte, non è facile.”

Chi andava con quelle prostitute? Sembra impossibile immaginare prigionieri macilenti che fanno sesso.
“Era un perverso sistema di premiazione che dava i suoi frutti. Me lo sono chiesto anch’io: forse il genere maschile è davvero molto condizionato dall’istinto sessuale. Come mai in un lager, appena hai un bonus, o due marchi, vai a cercare una donna, e magari le muori letteralmente addosso dopo il piacere? Come mai questo istinto primordiale regge oltre la disperazione e la fame? E’ una domanda aperta. Ci andavano con vergogna? Reagivano al sopruso della prigionia? Quindici minuti con una donna in un ambiente riscaldato sono meglio di qualsiasi cosa? Che cosa pensavano quegli uomini? “Sono ancora un essere umano, anche se sono ridotto a una larva, potrei ancora procreare”, forse.”
Chi erano le ragazze che facevano le marchette nei lager?
“Beh, puntualizziamo; a loro non entrava in tasca un marco, venivano “solo” registrate minuziosamente le prestazioni delle prostitute per forza. Che erano scelte, soprattutto a Ravensbrück, tra le internate più “presentabili”. In genere facevano parte della categoria delle “asociali”, che voleva dire tutto e niente. Per essere bollata come tale e spedita in un lager bastava pochissimo. Le ingannavano facendo intravedere una possibilità di vita migliore. Dicevano che avrebbero avuto acqua calda, lenzuola, cibo, e che sarebbero state libere dopo 6 mesi. Sospendiamo il giudizio, è comprensibile che in quelle condizioni una donna accetti pensando: “Non può essere peggio di così”.
Le promesse venivano mantenute?
“Erano tutti inganni, naturalmente: nessuna veniva mandata a casa dopo sei mesi, la maggior parte per reggere allo schifo diventava alcolista, molte prendevano la sifilide… Quando le donne erano distrutte nel corpo e nello spirito, le rispedivano a Ravensbrück per le sperimentazioni. Diventavano cavie, morivano. E’ comprensibile che chi è sopravvissuta, nel dopoguerra non volesse far sapere, parlare, ricordare. Erano donne disprezzate, feccia, agli occhi delle anime belle, indegne di essere capite e assolte. Tra l’altro, non erano state riconosciute nemmeno come vittime del nazismo, perché formalmente erano andate volontarie. Io ho trovato testimonianze, ho ricostruito storie, mi sono documentata fra molte difficoltà. Tuttora nei dieci campi dove esistevano i Sonderbau non c’è un cartello a ricordarlo, è una vergogna storica per cui i tedeschi non si sentono pronti. Ma non è l’unica, non è finita, non creda: ho ancora una lunga lista di bubboni del nazismo.”
La sua passione per la verità è quella di un’irriducibile.
“I miei mi hanno regalato un’infanzia tremenda, ma alla fine sono riuscita a trasformare tutto in letteratura, e per di più in una lingua – l’italiano – che non è la mia. Vivo qui dal ‘63, ce l’ho fatta. Se non avessi avuto quel carattere ostinato, ribelle e caparbio che in casa mi accusavano di avere, niente sarebbe stato possibile. Lo dico sempre ai ragazzi quando vado nelle scuole: “Tutto serve, io non considero la mia vita tragica, e guardo sempre al futuro, voi tirate fuori le energie.” A un certo punto mi sono ritrovata vedova del mio marito italiano, senza un soldo, in cassa integrazione e con un figlio da mantenere: andavo nelle lavanderie a stirare le camicie – sono sempre stata brava a stirare – e la sera tornavo a casa e scrivevo Il rogo di Berlino.”
Quando ha smesso di stirare camicie?
“Quasi subito: ebbi un bell’anticipo dalla casa editrice e poi vinsi 10 milioni con un premio letterario, a Rapallo. Quando mi diedero l’assegno tornai in albergo, piansi, me lo misi nel reggiseno per paura che me lo rubassero, e dormii così. La mia vita era cambiata.”
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Andrea Peggion – Firenze

“La baracca dei tristi piaceri” è un gran bel libro, che deve stare in ogni casa.
Molte le considerazioni che ispira, la più triste è l’invito a riflettere sulla sessualità maschile e su quanto questa venga denigrata, disprezzata, svilita, proprio dai maschi. Un’altra è sul rapporto con l’omosessualità, su quanto la violenza contro gli omosessuali e anche quella contro la sessualità femminile, siano frutto dello stesso albero, quello che produce i campi di sterminio e i massacri della guerra.
Helga Schneider, in ogni suo libro, mette qualche cosa che rimane che sai ti accompagnerà durante vita.
Nel “Rogo di Berlino” era il rapporto con i cadaveri, con l’odore della morte che si appiccica alla memoria di una piccola bambina abbandonata.
Nel “L’usignolo dei Linke” è la folla, la gente che si ammassa, che affoga tra altra gente, con la flebile speranza di poter sopravvivere: è l’esodo. … Mehr lesen

In “Lasciami andare, madre” c’è una madre dalla quale non si può prescindere, ma che bisogna abbandonare, che bisogna “uccidere” e che non morirà. Negli altri romanzi: solitudini, brevi incontri, l’amicizia di un albero…
In ogni libro di Helga Schneider bisognerebbe lasciare un segnalibro che riporti ad un capitolo, ad una pagina, ad una frase, da rileggere ogni tanto, da commentare con i nuovi amici o con i figli via, via che crescono, da adoperare come gancio su cui appendere un po’ della nostra fatica di vivere, per riprendere fiato, meditare, darsi una calmata.
Nel bel libro: “La baracca dei tristi piaceri” ho lasciato il segnalibro a pagina 72. Non voglio scrivere perché. Leggete il romanzo d’un fiato, come ho fatto io, e poi, se ne avete voglia, ritornate a quella pagina e riprendete a leggere da lì.
Dopo di ciò il libro non è quello scritto da Helga Schneider, ma diventerà il vostro, sarà la vostra vita che vi leggerete.
Grazie Helga, scrivi ancora per noi!
Andrea Peggion – Firenze
 
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trimpi detto il Oct 8, 2009 |
Mozzafiato nel senso che la crudità delle scene descritte e l’orrore della cattiveria inaudita della realtà dei lager a volte tolgono il respiro. Mi è capitato mentre leggevo di sentire il vuoto dentro provocato dall’incapacità di assimilare così tante crudeltà, il libro parla di una vicenda personale che è emblematica di un fenomeno diffuso ma mai ampiamente discusso, ossia i bordelli fatti costruire dai nazisti nei lager. E’ molto bello che Helga Scheider voglia portare più attenzione sul tema delle donne e dei bordelli nei lager che è stato a lungo trascurato, è una prospettiva di una donna sulle donne che mancava alla letteratura. Bello soprattutto nella sua schiettezza e nell’immediatezza del suo stile, quasi a voler evitare filtri o mediazioni.
   SocialWriters detto il Oct 25, 2009  
Dopo “Il rogo di Berlino” e” Il piccolo Adolf non aveva le ciglia”, Helga Schneider ci regala un altro capolavoro che testimonia come non ci sia mai fine all’orrore. Assolutamente da leggere!
 

  Ele (leonothebest) detto il Oct 14, 2009 

 Drammatico e inquietante ma non volgare nè violento.
  
Littleshasa detto il Oct 12, 2009
  
Con “La baracca dei tristi piaceri” Helga Schneider affronta una delle pagine meno note, ma non per questo meno terribili, del nazismo: quella delle prigioniere dei lager selezionate per i bordelli costruiti all’interno degli stessi campi di concentramento, sulla base di un perverso disegno nazista volto a limitare l’omosessualità.
La voce narrante è quella dell’anziana Frau Kiesel che parla alla giovane e ambiziosa Sveva, alla quale racconta la sua tragedia, e quella delle altre donne, sottoposte ai pervertiti e viziosi abusi delle SS e dei prigionieri maschi, il più delle volte veri e propri relitti umani pronti a rinunciare, malgrado tutto, anche a un pezzo di pane per pochi minuti di sesso.
Sono tutte donne che alla fine della guerra, spezzate e oppresse dalla degradazione e dall’umiliazione, piuttosto che denunciare hanno preferito seppellire dentro se stesse quella tragedia, nonostante ogni parte dei loro corpi ne conservasse il ricordo, la cicatrice.
Con questo romanzo la Schneider, che nel 1941 fu abbandonata dalla madre la quale diventò membro delle SS, scrive della propria vita senza nulla togliere al suo mestiere di scrittrice. E lo fa con compatimento ma anche con incontenibile e accanito giudizio, dando una testimonianza di ciò che è accaduto (ma che non tutti sanno) nella speranza che certe ingiustizie non si ripetano mai più.
Credo che “La baracca dei tristi piaceri” sia un vero omaggio, e coraggioso, a noi donne e soprattutto a quelle donne che sono state vittime della violenza degli uomini, dell’ingiustizia delle leggi e dell’implacabilità della Storia.
 
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  • Roberta D’Auria 
    martedì, 20 ottobre 2009 09:08:33
    Recensione: La baracca dei tristi piaceri
     
    Con “La baracca dei tristi piaceri” Helga Schneider affronta una delle pagine meno note, ma non per questo meno terribili, del nazismo: quella delle prigioniere dei lager selezionate per i bordelli costruiti all’interno degli stessi campi di concentramento, sulla base di un perverso disegno nazista volto a limitare l’omosessualità.
     
    La voce narrante è quella dell’anziana Frau Kiesel che parla alla giovane e ambiziosa Sveva, alla quale racconta la sua tragedia, e quella delle altre donne, sottoposte ai pervertiti e viziosi abusi delle SS e dei prigionieri maschi, il più delle volte veri e propri relitti umani pronti a rinunciare, malgrado tutto, anche a un pezzo di pane per pochi minuti di sesso.
     
    Sono tutte donne che alla fine della guerra, spezzate e oppresse dalla degradazione e dall’umiliazione, piuttosto che denunciare hanno preferito seppellire dentro se stesse quella tragedia, nonostante ogni parte dei loro corpi ne conservasse il ricordo, la cicatrice.
     
    Con questo romanzo la Schneider, che nel 1941 fu abbandonata dalla madre la quale diventò membro delle SS, scrive della propria vita senza nulla togliere al suo mestiere di scrittrice. E lo fa con compatimento ma anche con incontenibile e accanito giudizio, dando una testimonianza di ciò che è accaduto (ma che non tutti sanno) nella speranza che certe ingiustizie non si ripetano mai più.
     
    Credo che “La baracca dei tristi piaceri” sia un vero omaggio, e coraggioso, a noi donne e soprattutto a quelle donne che sono state vittime della violenza degli uomini, dell’ingiustizia delle leggi e dell’implacabilità della Storia.
     
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    LIBRI – RECENSIONI – INTERVISTE TRA GLI SCAFFALI
     
    PERIODICO
    ITALIANO
     
    La baracca dei tristi piaceri di Helga Schneider
    Maria Grazia d’Errico
     
    La scrittrice polacca, naturalizzata italiana Helda Schneider, che da  bambina fu una piccola ospite del Führer,  squarcia il velo dell’ultimo tabù e con il suo ultimo romanzo La baracca dei tristi piaceri. Il sesso forzato come strategia del nazismo,  edito da Salani, affronta  una delle pagine più inquietanti  e meno note del nazismo.
    “Stava lì l’aguzzina delle SS capelli biondi e curati, il rossetto sulla bocca dura, l’uniforme impeccabile. Stava lì e pronunciò con sordita cattiveria: “ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. E’ meglio che ti rassegni: d’ora in poi potrai fare la puttana per cani e porci”.
     
    La voce narrante è quella dell’anziana Frau Kiesel che parla alla giovane  Sveva, alla quale racconta la sua tragedia, e quella delle altre donne torturate e sottoposte ai  viziosi abusi delle SS e dei prigionieri maschi, confessando un dramma lungamente taciuto: quello delle prigioniere dei lager nazisti selezionate per i bordelli costruiti all’interno degli stessi campi di concentramento, in base a una agghiacciante  strategia per confinare l’omosessualità. Donne i cui corpi venivano esposti ai sadici abusi delle SS e dei prigionieri maschi per sesso tristissimo. Donne che alla fine della guerra, invece di denunciare,  fecero di tutto per nascondere quel dramma inconfessabile seppellito dentro di sè. In questo nuovo capitolo della memoria storica , l’autrice,  descrivendo il silenzio della vergogna, continua a dare testimonianza di ciò che è stato,  perchè non si ripeta mai più e a rendere un coraggioso omaggio a tutte le donne che in tutti i tempi e in tutti i luoghi subiscono la violenza degli uomini, delle leggi, della Storia.
     
    Helga Schneider, classe 1937, nata a Steinberg (ora Polonia) ha esordito nel mondo letterario nel 1995 con Il rogo di Berlino che fu un autentico caso editoriale. Negli anni bui del nazismo ha raccontato la sua storia  quando viveva a  Berlino. Nel 1941, quando aveva 4 anni, la madre  abbandonò lei e il fratellino  per diventare prima ausiliaria delle SS e poi guardiana al campo femminile di Ravensbruck e successivamente di Auschwitz-Bierkenau. La descrizione dei mesi passati nelle cantine dell’abitazione  di  Berlino, totalmente distrutta dalle bombe, la visita nel bunker di Hitler grazie  alla zia, collaboratrice di Goebbels e la  fine della guerra, sono un esempio di alta letteratura libera da  qualsiasi forma di retorica.
    Nel 1963  diventata cittadina Italiana si stabilisce a Bologna. Nel 1971 scopre che la sua vera madre è ancora viva e decide di andarla a trovare  a Vienna. A distanza di 30 anni  la madre, le mostra  orgogliosa la divisa nazista. Tenta anche di farla indossare ad Helga e di regalarle dell’oro. Inorridita, Helga scappa e torna a Bologna. Nel 1998 decide di  rivedere la madre anziana per l’ultima volta,  ma questo incontro la fa stare male fisicamente: vuole capire come può un essere umano abbandonare due figli piccoli per inseguire un sogno di morte senza alcuna emozione. Vuole capire a tutti i costi, se è in grado di tagliare definitivamente il legame con lei o se non riuscirà mai a liberarsene del tutto. Da questo incontro  lacerante nasce il libro Lasciami andare, madre uscito in Italia nel 2001; stampato anche in Olanda, in Francia e  in Germania. Tra i suoi libri più noti: Porta di Brandeburgo,  il piccolo Adolf non aveva le ciglia,  L’usignolo dei Linke. Per Salani ha pubblicato Stelle di cannella (Premio Elsa Morante ragazzi 2003),  L’albero di Goethe e Heike riprende a respirare.
     
    “Il tempo che passa è un grande dono; peccato che non se ne possa godere in anticipo”
     
    “La violenza sulle donne è antica come il mondo, ma nel 2009 avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri. Ma come si sarebbe potuta arginare questa deriva durante il nazismo, quando si raccomandava alla gioventù la brutalità come dimostrazione di forza e coraggio, e la prostituzione forzata, ovvero una micidiale forma di violenza, faceva addirittura parte delle strategie politiche del governo di Hitler”?
     
     
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    15 Risposte a “LA BARACCA DEI TRISTI PIACERI”

    1. luigi scrive:

      Mi è piaciuto molto, è giusto continuare a scrivere affinchè nulla vada dimenticato degli orrori nazisti.
      Se mi posso permettere, ho rilevato tre errori :pag. 51 IMMANCOLI’, che forse potrebbe essere immalinconì; pag. 150 : PREFISSI, che potrebbe essere prefisso;pag. 195 : AFFISSANDO, che potrebbe essere affiggendo.
      Luigi Vivio

      • Helga Schneider scrive:

        Caro Luigi,
        grazie dell’incoraggiamento di continuare a scrivere affinché la memoria degli orrori del nazismo non finiscano nel dimenticatoio storico.
        Relativamente ai refusi, perché ovviamente di questo si tratta, passerò le sue cortesi segnalazioni al mio editore.
        Nel frattempo le mando un saluto caro, davvero.
        Helga Schneider

    2. Grazie mille di averci regalato questo libro meraviglioso .
      E’ davvero un dono saper scrivere con una tale incisività , senza mai diventare violenti o volgari , ed è giustissimo continuare a diffondere le testimonianze di quello che è stato , perchè non vadano mai perdute o dimenticate .
      Un abbraccio con tutta la mia stima ,
      Caterina

    3. Helga Schneider scrive:

      Carissima Caterina,
      l’ho detto e scritto altre volte: la stima espressa dai lettori nei confronti del proprio libro é il sale dello scrittore! E parlo di stima, e non di elogi per partito preso. La tematica della “Baracca…” é spinosa, ostica e “umana, troppo umana…” (per scomodare in qualche modo Nietsche). Tu dici che sono riuscita a trattare questo tema senza diventare mai violenta o volgare, cara Caterina – questo é un grandissimo complimento e te ne sono grata di cuore.
      Un saluto affettuoso
      Helga Schneider

    4. Helga Schneider scrive:

      Ps. per Caterina: come al solito, e non so proprio perché, ogni volta sbaglio a scrivere Nietzsche, tralasciando la “z”.
      Ai ai… no buono per una scrittrice!
      Ciao Helga

    5. Ale S.B. scrive:

      Gentile Signora Schneider,

      è il primo Suo libro che leggo. Il Rogo Di Berlino.
      Non ci girerò troppo intorno: è un capolavoro.
      Di una intensità che ricordo in poche altre letture. Ed il Suo stile asciutto, signora, privo dello sfoggio di inutili fronzoli, mi permetta di dirLe, trovo crei un connubio magnifico tra la lucidità espressiva tedesca e la sensibilità “italiana” nel rivelare sentimenti. Il prossimo che leggerò sarà La Baracca Dei Tristi Piaceri oppure Lasciami Andare Madre. Ma in pratica credo li comprerò tutti quanti nel giro di qualche giorno…
      Colgo infine quest’occasione per confessarLe, in tutta franchezza, di sentirmi personalmente onorato nel sapere che Helga Schneider scrive le Sue opere in Italiano.
      RinnovandoLe di cuore una super stima,

      un giovane (aspirante!) scrittore romano

    6. Helga Schneider scrive:

      Carissimo “giovane e aspirante scrittore romano”,
      buona domenica!
      Di ritorno dal ‘Salone del libro’ di Torino sono ancora un po’ frastornata e risento dell’enorme adrenalina che si accumula fra vari interventi, interviste, numerosissimi contatti, firma di libri e infine l’incredibile folla, un quasi ininterrotto fiume di persone che ti passa accanto dalla mattina alla sera – ma desidero finalmente risponderle.
      Innanzitutto definire ‘Il rogo di Berlino’ un capolavoro mi lusinga molto e – poiché non é la prima volta che questo libro é stato definito in questo modo – comincio a credere che lo sia davvero… Comunque, grazie infinite della sincera e anzi calorosa stima che dimostra nei miei confronti, anche per il fatto che ho scritto tutti i miei 11 libri pubblicati nella lingua che amo, l’italiano. La lingua che parla il popolo della mia seconda patria, l’Italia, della quale sono onorata di essere cittadina da ormai molti anni.
      Per finire: che lei intende comprare ‘tutti i miei libri’ mi fa naturalmente molto piacere, sarebbe ipocrita volerlo negare!
      Per quanto riguarda “l’aspirante”, le auguro davvero, caro amico, di passare da aspirante a scrittore conclamato, anche se lei saprà benissimo che la strada é piuttosto dura.
      Con un affettuoso saluto,
      Helga Schneider

    7. Grazia scrive:

      Buon giorno Sigra Schneider
      mi permetto di contattarLa con una preghiera un pò insolita. Da diversi mesi aiuto una ragazza di 5 superiore a preparare l’esame di diploma, in particolare l’esame in lingua tedesca (io stessa ho studiato come interprete e traduttore e ho vissuto otto anni a Colonia). La breve tesina commenta il Suo libro “Lasciami andare madre” da cui è tratta la citazione: “Dopo 27 anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male tu abbia fatto ai tuoi figli”. Poichè vorremmo introdurre il testo della tesina (da redigere in tedesco) proprio con questa citazione e poichè vorremmo ridare esattamente la versione tedesca mi chiedevo se potesse darmene una traduzione se possibile. Spero di non esser stata invadente con questa mia richesta, La ringrazio molto della Sua attenzione e Le mando un cordiale saluto da Firenze. Grazia Vimercati

    8. Helga Schneider scrive:

      Carissima Grazia,
      ecco la traduzione!
      Con un caro saluto da Bologna,
      Helga Schneider
      *************************

      Wien, Dienstag, 6. Oktober 1998. Im Hotel.

      Heute sehe ich dich wieder, Mutter – nach siebenundzwanzig Jahren. Ob dir inzwischen klargeworden ist, wieviel Leid du deinen Kindern zugefügt hast?

      • Grazia scrive:

        Gentile Sig.ra Schneider

        Grazie mille per la veloce risposta e soprattutto per avermi mandato le Sue parole. Ich fühle mich geehrt :-)
        Le auguro tante belle cose ed entusiasmo per tanti altri libri!

        Cari saluti

        Grazia

    9. Helga Schneider scrive:

      Carissima Grazia,
      le ho risposto con piacere. Grazie delle belle parole e degli auguri!
      Di nuovo un caro saluto,
      Helga Schneider

    10. Gent.ma sig.ra Helga Schneider
      Le scrivo a nome di una Signora dolcissima che ho avuto l’onore di conoscere nel mio negozio, come Lei è di origine tedesca e come Lei ha vissuto esperienze terribili, vorrebbe mettersi in contatto con Lei per sottoporle un manoscritto sulla sua vita da cui Lei potrebbe trarne spunto per un libro. Purtroppo la Signora ha una situazione per cui non può rendersi visibile per motivi di sicurezza, per cui se fosse possibile tramite me vorrebbe ricevere un indirizzo a cui spedire il tutto o eventualmente potersi mettere in contatto con Lei….La ringrazio anticipatamente ed infinitamente per l’attenzione che vorrà dedicarmi, la saluto caramente
      Lorenzo

    11. Helga Schneider scrive:

      Carissimo Lorenzo,
      devo essere molto franca e molto diretta.
      Lei non immagina quanti manoscritti ricevo per un giudizio e/o per prendere spunti per un nuovo libro.
      Caro amico, purtroppo non funziona così. Chiunque é convinto che la storia della propria vita potrebbe
      interessare i lettori e – soprattutto – che offra nuove aperture a un argomento di interesse collettivo, purtroppo deve scriverla da sè. Ovvero buttare giù la trama, costruirla, lavorarci a lungo, a volte per anni! Non si può delegare questo lavoro ad altri. Per essere più chiari: non posso dire: “Ho dei buoni mattoni per costruire una cosa, e te li metto a disposizione, ma la casa la devi costrure tu per me.”
      Non si possono scrivere le storie degli altri, perché una storia non é solo una trama, ma comprende emozioni, dolori, sofferenza fisiche e morali, che sono dell’altro, e come si fa a riprodurli? A meno che, come mi é successo con la storia di una signora berlinese, io non stia insieme a lei per molte ore, anzi, molti giorni, per calarmi nella sua anima. Allora sì che posso trovare la necessaria empatia per scrivere la storia di un’altra persona.
      Mi dispiace. Riferisca alla signora che prenda il coraggio a due mani e scriva la sua storia, qualora sia convinta che possa essere di interesse culturale. Chiunque può essere scrittore se trova la necessaria volontà, disciplina e passione per la scrittura.
      Con un affettuoso saluto a lei e alla signora (che ha conosciuto nel suo negozio).
      Helga Schneider

    12. Gent.ma sig.ra Helga
      la ringrazio per la sua risposta immediata, mi farò carico di comunicare la sua risposta alla signora tedesca, la quale vive senza alcun media, ne’ televisione, ne’ radio, tantomeno di computer, solo in compagnia dei suoi ricordi e con la compagnia dei Suoi libri, che ha letto tutti. Mi piacerebbe molto , e mi scuso per l’insistenza………che Lei potesse vivere un’esperienza analoga a quella vissuta con quella signora berlinese…… a prescindere dal manoscritto……sono convinto che sarebbe per entrambe un’esperienza bellissima perchè, non so come mai ma ho l’impressione di vedervi così simili………quasi come due sorelle……
      MI scuso nuovamente e La saluto con grandissima ammirazione ed affetto
      Lorenzo

    13. Helga Schneider scrive:

      Caro Lorenzo,
      devo essere ancora una volta franca e diretta.
      Intuisco che la signora abbia avuto esperienze spiacevoli, forse addirittura durissime, come d’altronde é successo a me e a tanti, tanti altri. Ma vede, Lorenzo, io trasmetto le mie esperienze sui libri, ne testimonio anche in occasione di convegni o nelle scuole, ma con gli amici, ovvero nella mia vita privata, evito accuratamente di rivangare certe cose. Preferisco parlare di problemi attuali, quotidiani, domestici, quelli che toccano a tutti noi, ricchi o non ricchi. Io voglio guardare avanti e non indietro. Lei si augura che io possa vivere un’esperienza analoga a quella che forse lei ha vissuto con la signora berlinese (ammesso che abbia capito bene), ma temo che per me sarebbe un’esperienza malinconica e faticosa.
      Mi perdoni e che anche la signora mi perdoni. Se una certa esperienza può essere bella per una determinata persona (lei), per un’altra può significare il contrario.
      Di nuovo con un saluto affettuoso,
      Helga Schneider

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