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Conversando con Helga Schneider
Villach, Carinzia, 29.09.2009

di Mauro Maloberti
 
mauromaloberti11

Dopo il tuo ultimo viaggio a Berlino sei finalmente venuta a trovarci in Carinzia. Che differenza noti fra la Germania e l’Austria?

Preferisco sorvolare sul mio ultimo soggiorno in Germania.

Berlino ti ha delusa?

No, io amo la città della mia infanzia, lei non c’entra. C’é stato un grosso problema, ma non voglio parlarne. Qui in Carinzia invece sto benissimo e mi diverto. Me l’avete fatta attraversare in macchina, e anche a piedi, fra laghi, paesi e paesini, colline, monti e boschi. Non ho mai visto tante mucche al pascolo come in questi giorni.

Sei anche stata intervistata da un’emittente austriaca. Possiamo dire quale?

Si saprà quando l’intervista sarà trasmessa, credo a breve. C’é chi vuole che i miei libri abbiano una maggiore risonanza in Austria.

Io sono d’accordo. Da noi il momento sarebbe propizio. So che in pochi giorni uscirà in Italia il tuo nuovo romanzo. Sei preoccupata?

Un poco.

Dovrebbe avere successo, sei un’autrice nota.

Non do mai nulla per scontato. Ma naturalmente spero bene.

Che impressione ti fa l’Austria?

Beh, tu sai che la conoscevo già. Durante il nazismo noi vivevamo a Berlino, ma nel 1948 siamo rimpatriati perché mio padre aveva il diritto di residenza in Austria. Ho vissuto 15 anni in questo paese prima di stabilirmi in Italia. Sono ormai 46 anni che mi trovo “nel paese del sole”.

L’Italia é ancora il paese del sole?

Il clima é molto cambiato, é diventato quasi sub-tropicale. A Bologna dove risiedo, tra maggio e ottobre non piove quasi mai e per mesi si lotta contro l’afa.

Lo sai che quando parli in tedesco si nota un leggero accento italiano?

Purtroppo il mio tedesco é ormai stentato. Non si dimentica la propria madrelingua, ma se non la si frequenta per decenni come nel mio caso, se ne perde l’uso.

Non hai risposto. Cosa pensi dell’Austria, della nazione di cui fra poco avrò la cittadinanza e ne sarò fiero?

Ne sono entusiasta: città e paesi ordinati, la gente é cortese, educata, ama le buone maniere e possiede senso civico. Si ha l’impressione che gli austriaci aspirino solo a vivere in pace e a essere lasciati in pace, malgrado anche l’Austria abbia i suoi problemi, conseguenza dei tempi che cambiano.

In Italia come avverti i tempi che cambiano così rapidamente?

Ogni epoca costringe gli individui ad affrontare nuove difficoltà. L’attuale crisi economica ad esempio crea preoccupazione nella gente, e specialmente nei giovani che vorrebbero affacciarsi nel mondo del lavoro. Ci sono troppi segnali negativi: contratti precari, stage non retribuiti, continue notizie di licenziamenti o di messa in cassa integrazione di lavoratori, aziende che chiudono. E poi abbiamo il problema della dipendenza dall’alcool e dalla droga ed é in continuo aumento, purtroppo anche tra gli adolescenti. Alcool e droga favoriscono inoltre atti di violenza. Tutto diventa così un circolo vizioso.

Come vedi le nuove generazioni?

Noto nei giovani italiani una sicurezza ostentata, ma temo che sia espressione di una profonda insicurezza, scusa il pasticcio di parole. Cercano di neutralizzarla con le ultime tecnologie e il mondo di Internet. L’impatto dei social network come Facebook, Twitter, Msn, MySpace e altri é stato enorme. Nei giovani si é sviluppata questa necessità inedita di sapere cosa stanno facendo “gli amici di facebook”, e a trasmettere loro le novità della propria vita, spesso banali e insignificanti. A volte parlo con persone che scambiano il fatto di avere un profilo su Facebook con la vera socializzazione, con contatti d’amicizia veri e umani.

Anche l’Austria sta vivendo l’era dei social network. A livello mondiale la percentuale degli iscritti si aggira attorno al 64%, da noi al 59%. Facebook é il preferito, seguito da MySpace, Twitter e Xing. In Austria la media dei contatti acquisiti risulta 70, all’estero 120. Vivendo qui, direi che attualmente gli austriaci sono meno preoccupati a “collezionare” amicizie virtuali che in altri paesi.

Mi sembra un buon segno…

Chi lo sa. Inutile chiederti se hai una pagina su facebook, non l’hai. Sei una mosca bianca.

Non so bene se sia un complimento.

Ti senti naturalizzata in Italia?

Abbastanza.

La lasceresti per un altro paese?

La lascerei per un solo luogo: Berlino, dove risiede la mia unica cugina, vedova come me. Una sorella, delicata e dolcissima. Alla mia età capita che gli amici coetanei se ne vanno e ad un certo punto si comincia a sentire il vuoto attorno. Avere di nuovo accanto una figura familiare sarebbe bellissimo.

Comunque, tu hai i tuoi libri e tutto ciò che impegna una scrittrice: interviste, apparizioni in tivù, conferenze, viaggi, nuovi contatti. Insomma, ti danno vita.

E’ vero, tutto sommato posso ritenermi fortunata. Ma sto decidendo di lasciare Bologna.

Perché? In 46 anni di permanenza in quella città dovresti aver messo radici solide…

No, in realtà non le ho messe, anche se l’Italia é diventata la mia seconda patria. Qui ho sempre votato, pago le tasse, ho adottato la  sua lingua e alcune abitudini, mantenendo alre dettate dalla mia indole prussiana… Ho nel Dna la correttezza, la puntualità, la perseveranza, il perfezionismo, l’onestà a ogni costo ecc.

Sono belle virtù…

Con la mentalità italiana vengono spesso considerate difettucci. A volte gli amici mi dicono: quanto sei crucca, Helga!

Io non lo dico, mi sono adattato alla mentalità austriaca che ti somiglia. All’inizio ho fatto un po’ di fatica, confesso. Ma adesso, da italiano “austriacizzato”, mi trovo benissimo. Tornando alle tue “non radici” bolognesi, dove vorresti  trasferirti?

Sto aspettando una risposta, se sarà positiva traslocherò entro un mese e ti informerò.

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Prima di mandarti la seconda parte dell’intervista vorrei porti una domanda: per quale motivo in Italia si usa togliere l’incipit di un’intervista come purtroppo mi é capitato di vedere su Internet su uno spazio online? Hanno semplicemente levato le prime righe. Che cosa c’é in quelle frasi che suscita fastidio in qualcuno? In Italia c’é l’abitudine di levare da un’intervista ciò che risulta scomodo? E’ un modo scorretto di agire. Inoltre quell’intervista ha il mio copyright.

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Klagenfurt, Carinzia, 30.09.2009

Tu comunque sostieni di trovarti bene in Italia.

E’ vero, anche se dal 1963, quando mi sono stabilita in quel paese, l’Italia é radicalmente cambiata. Ricordo gli anni del “boom economico” in cui un popolo, che aveva sperimentato la guerra e la povertà del dopoguerra, ha scoperto per la prima volta il benessere, subendo il fascino dei nuovi consumi. Anche a casa mia e di mio marito é entrato il frigorifero, poi la lavatrice, la radio a transistor, il telefono e il televisore in bianco e nero. L’Italia guardava all’America, che fin dall’inizio del secolo si era caratterizzata per la presenza di un mercato di massa per i prodotti di largo consumo, anche se lo sviluppo economico degli anni sessanta è stato dovuto in buona parte alle cambiali, mio marito ad esempio ne ha firmate a decine. I titoli di credito delle cambiali erano smerciati senza troppi problemi, un circuito che ha potuto generare denaro in mano alle imprese e ai cittadini.

Ma poi vennero “gli anni di piombo”…

Già. Era l’Italia degli anni ‘70 in cui l’insoddisfazione per la situazione politico-istituzionale caotica si era tradotta in violenza di piazza prima e, successivamente, in lotta armata. Gruppi bene organizzati usarono l’arma del terrorismo per influenzare o sovvertire gli assetti politici del paese. Il clima in Italia era drasticamente cambiato. Ci fu anche la crisi petrolifera del 1973, che in Italia fu particolarmente dura perché agli effetti della crisi internazionale si sommarono alle fragilità strutturali dell’economia italiana. La tecnologia era in ritardo, il sistema fiscale debole ed inefficiente, la bilancia dei pagamenti in passivo, la Lira debole ecc. E poi – nel maggio del 1978 -avvenne il drammatico rapimento e in seguito l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Tutto il paese ne fu scosso fin nelle fondamenta.

Lo ricordo bene anch’io, all’epoca avevo 15 anni e vivevo ancora con i miei genitori in Italia.

Quindi nel 1971, quando cercai mia madre, la trovai, e dopo 30 anni dal suo abbandono andai a trovarla a Vienna con mio figlio – tu avevi 8 anni…

Esatto. Come andò quella visita?

L’ho descritta dettagliatamente nel mio libro “Il rogo di Berlino” che tu conosci.

Dicevo per chi ci legge…

Molti di coloro che ci leggeranno hanno comprato “Il rogo…” Si trova ancora nelle librerie dopo 14 anni dalla sua pubblicazione ed é diventato un testo adottato dalle scuole.

D’accordo. Come  proseguì la tua vita in Italia?

Con molti problemi. Vivevo con mio marito e nostro figlio, che é nato nel 1966, a S. Lazzaro di Savena (Bologna), in un appartamento in affitto. Un giorno ci chiesero se intendevamo acquistarlo, ma economicamente non ne fummo in grado. Così il proprietario lo vendette e ci diedero un po’ di tempo per sistemarci altrove. Purtroppo capitammo nel bel mezzo della crisi degli alloggi in affitto, frutto anche dell’abbandono di quella politica per la casa che aveva portato l’edilizia economica e sociale italiana verso la media europea del 20-25 per cento. Non trovammo dove poterci sistemare e lo sfratto incombeva. Chiedemmo delle proroghe e le ottenemmo, ma un giorno finì, arrivò la forza dell’ordine che portò i nostri mobili giù nel cortile. Dovemmo metterli in un magazzino. Il magazzino si allagò e metà della nostra roba andò in malora.

Dove andaste? 

In un primo momento ci accolse la famiglia di mio marito. Ci presentammo con due valige come se fossimo dei profughi. Io soffrivo per nostro figlio, un ragazzino non merita di perdere la casa solo perché i genitori non possono acquistarla. In un secondo tempo il Comune di S. Lazzaro tirò su due muri in una scuola abbandonata in una località chiamata Croara, dove sistemò noi e altri sfrattati.

Povera Helga. Dalle rovine e dai ruderi di Berlino del dopoguerra a un rudero sulle colline di S. Lazzaro.

Non era proprio un rudere, la scuola era stata abbandonata perché troppo decentrata dal primo centro abitato. Ma mi diedi subito da fare per rendere quel minuscolo alloggio di nemmeno 30 metri quadrati più accettabile.  Comprai della vernice e tinsi l’intero ambiente di blu. Incollai nel bagno provvisorio, doccia rudimentale, gabinetto e lavandino, delle finte mattonelle impermeabili, misi tendine alle finestre e quadretti alle pareti. I dintorni erano belli, molto verde, l’ex scuola si trovava nel mezzo di un grande giardino. Devo dire che il Comune fece di tutto per rendere quella collocazione precaria più vivibile. Ci allacciarono il telefono e ci installarono delle stufe al kerosene  che ci riscaldarono d’inverno.

Tuo figlio riuscì ad adattarsi alla situazione?

Abbastanza, era ancora un ragazzetto. Era preso dalla passione per le radio libere e aveva un amico, Maurizio “dai capelli ribelli”, al quale lo accomunava lo stesso interesse, e stavano ore e ore a progettare la realizzazione di una piccola emittente libera. Più avanti realizzarono quel progetto. Mio figlio dimostrava già allora di essere dotato di un forte talento tecnico.

Quanto tempo rimaneste là?

Circa due anni. Mio marito mi aveva comprato un motorino a presa diretta e andavo su e giù per la collina facendo la spesa al paese. Un giorno salii con la strada piena di neve e pensai che non sarei mai arrivata lassù senza cadere, ma ce la feci. Fui orgogliosa di me!

Come andò avanti?

Mi sono dimenticata che fin dai tempi di S. Lazzaro lavoravo part-time come corrispondente di lingue in un’azienda che costruiva serbatoi di stoccaggio per petrolio ed altri materiali, e gli stabilimenti si trovavano ad Ozzano dell’Emilia. Raggiungere ogni giorno il posto di lavoro presentava qualche difficoltà, perché la distanza era notevole, ma dovevo farcela, visto che il mio mezzo stipendio serviva anche alla nostra piccola economia domestica.

Vedo che la vita per te non é mai stata facile.

No, non lo é stata. Ora non ricordo bene in quali enti od uffici presentammo la domanda per ottenere un alloggio in locazione, ne avevamo il diritto in  quanto sottoposti a provvedimento esecutivo di sfratto, ed entrammo in una lunga lista d’attesa. Un giorno accadde il miracolo e ci comunicarono che ci avrebbero assegnato un appartamento a Bologna. Increduli e euforici andammo a vederlo. Firmammo il contratto e traslocammo.

Immagino il sollievo…

Enorme. Iscrivemmo nostro figlio all’Istituto Professionale Fioravanti e la vita riprese un corso normale. Da Bologna potevo servirmi del pullman per Ozzano e tutto si era semplificato.

E la scrittura?

Il fatto che ho sempre scritto, in qualunque luogo e in qualsiasi situazione, mi sembra così scontato che ho tralasciato di farne menzione. Avevo anche offerto due romanzi a diversi  editori, ma furono rifiutati.

Ma hai sempre continuato…

Io scrivo fin dall’adolescenza, prima in lingua tedesca e poi in lingua italiana, ma per decenni con il più solenne insuccesso.

Tuttavia hai dimostrato una costanza ammirevole…

A Bologna cominciai con mio figlio a trasmettere nelle radio libere, lui si occupava della regia tecnica e io intrattenevo gli ascoltatori. Era divertentissimo. Facevamo “la notte” e a volte cominciavamo alle nove di sera e terminavamo alle sette del mattino. Ci telefonavano  tutti gli insonni di Bologna, i non vedenti, le persone sole, nonne e nonnini,  taxisti e infermieri, insomma, i nottambuli. Maurizio “dai capelli ribelli” stava al centralino che era sempre intasato. Ci intervistò anche il Carlino, ne fummo molto fieri.

Mi sembra idilliaco…

Una sera vidi mio marito tornare dal lavoro con la faccia e il collo gonfi. Mi spaventai, la cosa non mi piacque per niente. Il giorno dopo andammo dal nostro medico di famiglia. Lui tranquillizzò mio marito e ordinò gli esami di rito. Ma risultò quasi subito un cattivissimo cancro ai polmoni.

Terribile…

Già. Cominciò così il suo calvario: radioterapia e diversi cicli di chemio con i soliti, brutali, terrificanti effetti di tossicità: nausea, astenia, perdita dei capelli, valori del sangue sconvolti. Graduale decadimento morale e fisico. Crescente dolore. Qualità di vita disumana. Mio marito aveva 47 anni. Praticava regolarmente lo sport, aveva un fisico forte e allenato. Nove mesi di malattia lo avevano ridotto a una larva d’uomo. Dopo l’intervento della biopsia mi aveva detto: “Se scoprono qualcosa di brutto – non dirmelo mai.” Non glielo dissi e finsi per tutto il tempo della malattia. Gli ripetevo che aveva una forte anemia, ma che le cure lo avrebbero lentamente guarito. Lo accompagnai, mentre entrava e usciva  da tutti gli ospedali di Bologna, alla morte. Ne avevo la possibilità, perché dopo un anno di soggiorno nella nuova casa, l’azienda per la quale lavoravo era fallita.

Non ho parole…

Lui trascorse il periodo finale della malattia all’ospedale Maggiore. Devo dire che c’erano medici meravigliosi, non permisero che mio marito fosse anche distrutto dal dolore.   Trascorsi al suo capezzale molte notti. “Fare la notte” all’ospedale é faticoso, sfiancante. Si sta seduti su una sedia e il tempo sembra fermo. Un giorno tornai a casa per fare la doccia e preparare il solito cambio di biancheria per lui – quando suonò il telefono. Lui se ne era andato. E lo sai cosa fu la prima cosa che pensai sentendo la notizia? “Dio, ti ringrazio.” Il resto fu il normale seguito di un decesso: burocrazia, funerale, burocrazia e produzione di documenti e certificati…

Che facesti? 

Mi trovai senza lavoro, senza soldi, con l’affitto da pagare e un figlio da mantenere. Allora andai a stirare camicie in un lavasecco.

Tuo figlio ti stava vicino?

Lui aspettava la chiamata per il servizio militare, anzi, il servizio civile. Durante i nove mesi, mentre seguivo mio marito nei vari ricoveri, mio figlio aveva conosciuto il movimento degli Hare Krishna e aveva cominciato a frequentare il loro tempio a Castelmaggiore. Un giorno gli proposero di occuparsi della loro radio, RKC Bologna, e poiché era appassionato di radio libere, accettò. Purtroppo accettò anche di trasferirsi nel loro tempio. Successe dopo il funerale di mio marito. Mi ribellai, mi informai in questura se mio figlio potesse vivere in un tempio, ma mi dissero che un maggiorenne aveva ogni diritto di scegliere il proprio domicilio e la religione che più lo convinceva. Ero impotente. Lui restò là per due anni finché una mattina molto presto si ripresentò a casa, spaventosamente magro, il volto affilato e indossando strani vestiti. Era molto cambiato, non lo riconoscevo. Faceva ragionamenti che non riuscivo a condividere e sosteneva concetti che trovavo estranei, incomprensibili, proiettati in un mondo arcaico che non aveva nulla a che vedere con quello in cui stavamo vivendo. Cominciarono discussioni, malumori, un abisso sempre più grande, alla fine un’incompatibilità insuperabile. Se ne andò di nuovo, rancoroso e inconciliabile.   Per vent’anni evitò ogni contatto con me e fra noi si creò un divario che ad un certo punto sembrava incolmabile. Ne soffrivo molto, ma ancora una volta mi sentivo impotente.

Che triste storia… Nel frattempo tu cosa facevi?

Stiravo camicie, collaboravo con una radio libera e scrivevo. Mi rifiutarono altri due romanzi. Finché un allora ancora piccolo editore, Pendragon di Bologna, mi pubblicò “La bambola decapitata”, un libro di pura fiction. Mi intervistò un giornalista della Stampa, Gabriele Romagnoli, con l’intenzione di dedicare alcune frasi al libro, ma quando mi chiese da dove venivo, gli raccontai di essere cresciuta a Berlino durante il nazismo, che mia madre mi aveva abbandonata a 4 anni per fare la guardiana nei campi di sterminio, che avevo visto Hitler nel suo bunker sotto la Nuova cancelleria – allora lui disse: “Se ciò che mi hai raccontato é vero – d’ora in poi scrivi di questo!” Al mattino trasmettevo dalla radio, intervistando i politici bolognesi, nel pomeriggio stiravo camicie al lavasecco e alla sera scrivevo “Il rogo di Berlino”. Quando lo terminai come sempre ne feci stampare delle copie e le spedii ai vari editori, ma curiosamente anche ad un agente di Milano, Bernabò. Che mi chiamò proponendo di gestire il testo. E accadde un altro miracolo: lo accettò niente di meno che l’editore Adelphi. E la mia vita cambiò.

Complimenti, Cenerentola!

Grazie, molto gentile.

Da qui in poi la tua storia é di dominio pubblico. “Il rogo di Berlino” fu un caso letterario, arrivarono le interviste per i giornali, le apparizioni televisive, le edizioni per le scuole, gli innumerevoli inviti di incontrare gli studenti, conferenze e convegni, viaggi in Italia e all’estero, e  altri due libri pubblicati dalla stessa Adelphi, ma anche  da Rizzoli, Einaudi e Salani. Le traduzioni dei tuoi libri in quindici lingue estere, e il music drama “Lasciami andare madre” scritto insieme a Lina Wertmüller e messo in scena con gli attori Roberto Herlitzka e Milena Vukotic con grande consenso di critica e strepitoso successo di pubblico. E’ davvero notevole quanto hai ottenuto in soli 14 anni di carriera letteraria.

Si, ne sono felicissima.

E tuo figlio?

Ah, mio figlio… Successe che un giorno lesse sul Corriere che sua madre aveva scritto un libro che era considerato un caso letterario: “Il rogo di Berlino”.

Sarà stata un’incredibile sorpresa…

Ci incontrammo e mi rimproverò di aver raccontato la verità su mia madre, membro della Waffen SS e guardiana ad Auschwitz Birkenau, a tutta l’Italia. Il fatto che tutti sapessero di questa sua nonna “mostro” lo metteva a disagio. Ce l’aveva di nuovo con me.

Nel frattempo avrà capito che sia tu che lui siete “altro” da tua madre?

Per lui é ancora un problema.

Questo mi dispiace moltissimo. Ma non perdere la speranza.

D’accordo.

Ti ringrazio di questa bella conversazione. E incrocio le dita per il tuo nuovo libro. Com’é il titolo?

“La baracca dei tristi piaceri.”

FINE

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