STAMPA
apr 14th, 2008 di Helga Schneider
CORRIERE DELLA SERA
15-03-2008

Dai 9 ai 14 anni il nuovo libro di Helga Schneider
Buio a Berlino, la vita oltre la cantina
Che scriva per un pubblico adulto oppure per i ragazzi, Helga Schneider
rimane fedele al suo tema fondamentale: l’esperienza dell’infanzia in una
Germania travolta dal nazismo e dalla guerra. Quest’ultimo romanzo si
svolge nella Berlino occupata dalle truppe sovietiche e americane, dove
i bambini giocano tra le macerie tentando a fatica di strappare alla dura
quotidianità quelle sueggestioni fiabesche cui la loro età sembra non poter
rinunciare neppure nelle condizioni più avverse. Così la piccola Heike, la
protagonista del libro, cerca conforto in un grande melo che cresce nel
giardino della sua casa: lo abbraccia, ne accarezza la ruvida corteccia, e
soprattutto gli parla, ricevendone, come in ogni fiaba che si rispetti, sagge
risposte in grado di aiutarla ad affrontare la vita. Ma é l’unico spiraglio
concesso alla sua fantasia; per il resto, la bambina si trova a combattere
con una realtà che il trauma della guerra ha reso incerta e desolata. Della
casa di un tempo, distrutta dalle bombe, non rimane altro che una buia
cantina dove Heike si é ridotta ad abitare con la madre, il cui equilibrio
psichico é stato irrimediabilmente sconvolto da uno stupro subito da parte di
alcuni soldati russi; e nemmeno il sospirato ritorno del padre disperso in
guerra riuscirà a riportare alla normalità la situazione della famiglia.
Sembra che le anime stesse dei personaggi vengano inesorabilmente
risucchiate dalle profonde voragini aperte dalle bombe nelle strade di
Berlino, e che anch’esse, come quegli edifici sventrati di cui rimangono
soltanto frammenti di muro o cieche finestre affacciate sul nulla, non
possono sperare di risorgere senza una difficile opera di ricostruzione.
A questo suo libro sconsolato la Schneider darà un finale lieto, rispettando
le consuetudini narrative per l’infanzia; ma ciò che rimane nella memoria
del lettore, a dispetto di tutto, é l’affannoso dibattersi della bambina in
un’esistenza che non sembra più offrire alcuno sbocco, come se le
devastazioni materiali e morali della guerra avessero cancellato
completamente l’orizzonte del futuro.
Paola Capriolo
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Di: Mariapaola Pesce
Data: 11.07.2008
Argomento: Letteratura per ragazzi
Tra questi, Heike, dieci anni e tanti sogni da inseguire, vive sola con la madre nello scantinato della villetta rasa al suolo dai bombardamenti, in attesa che torni il padre dal fronte.
“Heike riprende a respirare” (Salani), racconta l’infanzia di una bambina cresciuta sotto i bombardamenti. Una vita a due, segnata dalla violenza degli alleati russi sulla madre e resa meno dura da poche cose belle: il giardino, orgoglio del padre agronomo, una compagna di scuola e Anna, l’amica della madre.
Heike è una sognatrice, tanto da parlare con gli alberi del piccolo giardino per sapere quando tornerà il padre. Ma la guerra sembra non debba mai finire. E il peggio deve ancora venire. La madre d’improvviso cade in depressione e si suicida. Il padre rientrato dal fronte sembra scorbutico e poco sensibile. Quindi decide di rifarsi presto una vita, con una nuova compagna che ad Heike non piace. E’ troppo per una bambina di dieci anni ed Heike decide che l’unica strada è la fuga.
Rileggere la guerra, le sue conseguenze di devastazione e solitudine attraverso gli occhi di una bambina è un privilegio davvero grande, soprattutto quando la sincerità delle emozioni si esprime in una narrazione così pulita, onesta e appassionante come quella di Helga Schneider.
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Settimanale bolognese di inchieste e servizi
Numero 13 – lunedì 19 maggio 2008
Intervista
di Sabrina Pignedoli
IO, FIGLIA DI UNA SS
Sua madre l’aveva abbandonata per entrare nelle SS, suo padre era al fronte. Helga Schneider aveva sette anni e mezzo quando i russi entrarono a Berlino alla fine della Seconda guerra mondiale. Ha dovuto assistere allo stupro di due ragazze adolescenti che erano nascoste con lei in una cantina. Non ha cercato di dimenticare, ha ricordato tutto e l’ha scritto nel suo primo libro “Il rogo di Berlino”.
Macerie morali e sociali che lascia la guerra anche sulle generazioni successive: ecco il filo rosso che lega le opere della scrittrice, trasferitasi a Bologna quarantacinque anni fa.
In che misura le vicende da lei vissute durante la Seconda guerra mondiale hanno influito sulla sua vita e sul modo di provare i sentimenti?
Hanno condizionato moltissimo le mie scelte, mi hanno resa ipersensibile costringendomi a crearmi una scorza di protezione.
Sono sempre stata capace di provare grandi sentimenti, ma non sono sentimentale.
Perché scrive?
Scrivere é la mia passione da sempre.
Lo fa più per gli altri o per se stessa?
Scrivo per me, perché é una necessità come mangiare e dormire. Nello stesso tempo non perdo mai di vista l’ipotetico lettore.
Qual’è stata la sua reazione quando ha scoperto che sua madre era stata un’SS?
Ho provato prima un senso di incredulità, di stordimento, poi orrore e una profonda delusione.
E adesso cosa sente nei suoi confronti?
Ora che é morta provo ancora (anche se ingiustamente, lo so), una sorta di senso di colpa riflesso.
Ha perdonato sua madre?
Io sono tuttora sgomenta per le gravi scelte fatte all’epoca da mia madre. Le ho perdonato ciò che ha fatto a me, a mio fratello e a mio padre, abbandonandoci per una causa scellerata. Ma non spetta a me perdonare il male che ha fatto alle prigioniere che erano sotto la sua sorveglianza ad Auschwitz-Birkenau.
Suo figlio è venuto a sapere chi era sua nonna tramite il suo primo libro, perché non gliel’ha detto di persona?
Dopo la morte di mio marito, mio figlio é andato a vivere con un movimento religioso indiano, e poiché non ero d’accordo, lui ha rotto i ponti con me. Quando é uscito “Il rogo di Berlino”, i ponti fra noi erano ancora rotti.
Com’è possibile ricordare la Shoah senza cadere nella retorica?
E’ una domanda difficile. La giornalista Roberta Serdoz ha rivolto a Elie Wiesel la seguente domanda: “Come si racconta la Shoah alle nuove generazioni che non ne hanno ‘memoria’ senza cadere nella retorica delle celebrazioni?” La risposta di Wiesel: “Con la conoscenza. Il numero dei sopravvissuti diminuisce, ma io credo che chi ascolta un superstite dell’Olocausto diventa a sua volta un testimone.”
Cosa ne pensa dell’esito delle ultime elezioni e del buon risultato della Lega in Emilia Romagna?
Io non esprimo mai giudizi politici in un’intervista. Giudicherò fra me e me il nuovo governo da ciò che farà o non farà per il popolo italiano.
Lei ha sposato un italiano e vive a Bologna dal ’63, cosa le piace della città e cosa no?
La città mi piace moltissimo. Non mi piace che Bologna ignora scrittori come me, ma forse é a causa del mio nome palesemente tedesco. Spero, però, di sbagliarmi.
Che progetti ha per il futuro?
La realizzazione del lavoro teatrale per ragazzi “Stelle di cannella” di cui ho scritto la sceneggiatura. Il debutto é previsto per il gennaio del 2009. Un nuovo libro. E la realizzazione in Inghilterra del film tratto dal mio libro “Lasciami andare, madre”, ma ci vogliono ancora due anni.
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Helga Schneider – Il rogo di Berlino
Adelphi
Il progressivo annientamento di Berlino durante la guerra, visto dagli occhi di una bambina che fu anche portata in visita nel bunker di Hitler
Il fatto che il libro sia stato scritto da Helga Schneider, che da bambina ha vissuto in prima persona dalla parte dei nazisti tutte le atrocità della secondoa guerra mondiale, in seguito ad una forte e incancellabile delusione provocata dalla scoperta che la madre ritrovata sia, nonostante tutto, ancora strenuamente legata al nazismo, implica l’asprezza di toni, l’amarezza, il rimpianto, lo strazio e le sofferenze che lentamente emergono, pagina dopo pagina; in un susseguirsi dirotto di ricordi ed emozioni.
Fin dalla prima infanzia, abbandonata dalla madre, Helga ha il privilegio di vivere nel grande bunker della cancelleria del Reich,uffici, refettori, camerate e lavanderie che costituivano una sorta di città sotterranea in cui vivevano centinaia di persone al seguito del Führer.
La narrazione poi si sposta qualche mese più avanti, quando berlino è ormai in fiamme, invasa dai russi alla ricerca di orologi e soprattutto di corpi di donne.
Ora non c’è tregua all’angoscia e all’orrore. Non si tratta solo di fame e sete, di cimici e ratti. I bambini sopravvivono sottoterra tra gli escrementi e i cadaveri dei suicidi, o dei vecchi morti di stenti, e sono costretti a vedere e conoscere ciò che non vorrebbero. Stupri, violenze, Bombe e fuoco.Fuoco e annientamento. Annientamento di cose, corpi, leggi, tradizioni e conquiste civili.
Un libro straziante e intenso, consigliato a qualunque appassionato del periodo storico.
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L’usignolo dei Linke
Helga Schneider
Adelphi
di Mauro Meo, 3 aprile 2008

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“Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario.”
A volte è davvero impossibile riuscire a capire, a comprendere. Perché. Perché. Perché alcune cose possono accadere, perché sempre l’odio, la rabbia, la cattiveria, la voglia di potere guidano le azioni dell’uomo. Perché. Conoscere diventa così necessario, anche se poi mi viene da chiedere se sia anche utile. Da sempre si dice che conoscere gli errori e gli orrori degli uomini prima di noi possa aiutarci a non commetterli di nuovo. Ma poi è la stessa storia a confutare tutto questo. Non impariamo mai nulla in realtà. Mai nulla cambierà. Eppure conoscere è necessario. Per alimentare quella debole fiammella, quella debole speranza che forse un giorno riusciremo anche ad imparare dai nostri errori del passato.
Era piccola, piccolissima, Helga Schneider quando sua madre l’abbandonò negli anni della Berlino nazista. Abbandonare due figli piccoli per una follia. Anni dopo volle capire il perché, il motivo che poteva spingere una madre ad abbandonare i suoi due figli. L’andò a trovare quella madre per capire, anche per perdonare forse. Lo racconta nel suo primo doloroso libro, Il rogo di Berlino. Voleva chiedere, capire, anche perdonare forse. Solo che la madre aprì un armadio mostrando orgogliosa la sua divisa da SS. Non poteva che andarsene Helga. E da allora raccontare la follia dell’olocausto, il suo profondo immenso indescrivibile dolore. Dolore anche del popolo tedesco, della gente tedesca. Anche i tedeschi, molto di loro, alla fine furono vittime e non colpevoli nella follia di quegli anni. Non tutto un popolo può essere colpevole. Ma questo poi diventa un discorso complesso, spesso oggetto di violente e al tempo stesso futili e inutili polemiche. Il tema della colpa collettiva del popolo tedesco, ma poi di molti altri popoli nel corso della storia, è un tema complesso, difficile. Tornato attuale anche dalle parole di un paio di anni fa di Gunter Grass. La colpa collettiva, la punizione da infliggere ad un popolo intero.
Helga Schneider semplicemente ha voglia di raccontare. Di ricordare. Di capire. Ed è brava, straordinariamente brava. I suoi libri sono sempre necessariamente tragici, drammatici, ma anche sorprendentemente lievi a tratti, poetici. E questo fa ancora più male. Il male mischiato al bene. Attimi normali, semplici, di vita di tutti i giorni. Semplicemente poetici. E poi all’improvviso il male, il suo ricordo, arriva improvviso. Inquina la poesia. Ci ricorda l’incredibile follia dell’uomo. La sua cattiveria, sempre senza fine. È sempre la memoria la protagonista dei suoi libri. Sempre in doppio livello che si intreccia, che si confonde. La memoria delle persone, delle singole persone, compressa la sua, di quando era appena una bambina negli ultimi anni del nazismo, nei primi anni di tutto quello che venne dopo. E la Memoria, la memoria collettiva, la storia, il ricordo. Un passato tragico, orribile. Con tante ferite ancora oggi aperte e dolorose. Un passato che si vorrebbe dimenticare, ma che invece si deve ricordare sempre. Non per farne occasione d’odio o di vendetta, si ricadrebbe nello stesso orrore. Ma per ricordare quanto male possa fare l’uomo, fin dove può arrivare la sua follia, la sua cattiveria. I due livelli della memoria, del ricordo, si intrecciano profondamente nei libri della Schneider. Rendendoli particolari, forti, dolorosi ma anche profondamente unici, personali. È la storia di singole persone. Dei loro ricordi, della loro memoria, del loro dolore. Che si intreccia con la memoria delle genti, di popoli interi. A volte il racconto del dolore di una singola persona ferisce colpisce anche più del dolore di un intero popolo. Il dolore di un intero popolo sembra follia, sembra impossibile poi nella realtà. Troppo distante dai nostri pensieri, dalla nostra immaginazione. Di un popolo occidentale impigrito dalla ricchezza e dalla pigrizia mentale. Anche se poi questo accade ancor oggi in modo diverso, con altre forme, in molte parti del mondo. Non forse con la follia e l’immensità numerica e ideologica dell’olocausto, ma comunque in forme minori l’odio sempre muove le azioni umane. Popoli interi distrutti sono ancor oggi parte della storia. Anche in questo momento in cui state leggendo queste parole da qualche parte nel mondo accade più in piccolo, ma certo non in modo meno doloroso per chi lo subisce, qualcosa di opprimente per un intero popolo succede. Io ho in mente una foto in bianco e nero dell’olocausto. Persone, bambini ed adulti, in divisa con i visi senza più sorriso. Una vecchia foto in bianco e nero. Come i ricordi. Ma a volte la storia di una persona, di una singola persona fa forse ancora più male. Semplicemente forse perché ci immedesimiamo di più. Abbiamo gli stessi pensieri, le stesse emozioni, le stesse paure di quella singola persona. Ci immaginiamo il suo viso. Nei libri della Schneider il ricordo collettivo è lo sfondo, spesso, molto spesso, anche in primo piano, su cui si muove la storia di una persona, di alcune persone. Un intreccio costante complesso tra memoria collettiva e memoria singola. Una memoria dolorosa. Sempre profondamente dolorosa. I suoi libri sono viaggi nell’inimmaginabile, nel dolore più profondo. Con lo stupore di sapere, di riscoprire, che tutto questo è avvenuto, è avvenuto veramente.
Helga Schneider è una testimone delle atrocità del nostro tempo. Lei, la sua famiglia, gli amici, hanno visto, hanno vissuto gli anni della Germania nazista e poi del primo dopoguerra. Lei racconta quello che i suoi occhi hanno visto. Con forza, con amore. Sono pieni di poesia i suoi libri. Ma anche di temi forti. Ho anticipato prima il tema della colpa collettiva di un popolo intero. Un concetto che la Schneider nega con forza, senza però cercare alcuna giustificazione, alcuna scusa. È significativo che nei suoi libri i bambini occupino sempre uno spazio importante. Ha un suo significato. Anche i bambini vennero coinvolti nelle punizioni che il popolo tedesco dovette subire subito terminata la guerra, sconfitto il regime nazista. Bambini che evidentemente non avevano alcuna colpa. Troppo facile ricordare cosa i nazisti facevano ai bambini, alle donne, di altri popoli, ai bambini e alle donne ebree, ai bambini e alle donne dei paesi dell’est invasi nel tentativo di piegare la Russia. Come se la morte potesse cancellare la morte, l’odio potesse cancellare l’odio. La Schneider non vuole scappare dalle proprie colpe, da quelle del suo popolo, forse incapace di capire per davvero per molti anni cosa fosse davvero il nazismo, forse incapace di ribellarsi. Ma molti lo fecero. Furono molti i tedeschi imprigionati ed uccisi nei campi di concentramento da altri tedeschi. Molto del popolo semplicemente subì senza reagire il nazismo. Forse è questa la vera colpa del popolo tedesco, come di ogni altro popolo sottomesso ad un regime ed incapace di ribellarsi. Come se fosse sempre così semplice. È un tema complesso, difficile. E forse non si troverà mai davvero una soluzione, una vera risposta. Io condivido il pensiero della Schneider. Un vago senso di colpa ma anche la consapevolezza di aver subito anche lei l’oppressione del nazismo. Pur avendo una madre nelle SS. Ma la colpa dei genitori non può ricadere sempre sui figli. La colpa dei governati non può ricadere sempre su un popolo intero. Gli occhi dei bambini tedeschi hanno visto lo stesso dolore dei bambini ebrei e di tanti altri bambini nella devastazione folle di quegli anni. questo non vuol dire dimenticare l’olocausto o la distruzione che i nazisti e i loro eserciti facevano nelle terre conquistate. Non lo vuol dire la Schneider e certo non lo sto dicendo io. La Schneider molto più semplicemente ha voglia di raccontare quello che conosce, quello che ha visto. Il dolore del suo popolo, della sua gente. Persone semplici, operai, contadini. Anziani e bambini. Donne. Ha solo voglia di raccontare come il dolore, la sofferenza, non abbiano nazionalità, religione, sesso. Tutto qui. La voglia di ricordare. La voglia di raccontare quello che i propri occhi hanno visto, le proprie orecchie sentito.
È un libro complesso questo nella Schneider sia nei temi sia nella forma. Di certo voleva scrivere un romanzo, le storie di due bambini che si intrecciano tra loro e poi con la storia di un intero popolo. Ma per lunghi tratti poi si allontana dalla struttura del romanzo per diventare anche altro. Cambi di linguaggio, flash back, veri e propri passaggi che assomigliano, che sono in realtà, a brani di saggistica storica. Diventa un libro complesso anche difficile. Pur se sempre leggibile, ed è questa la vera bravura di Helga Schneider. di avvicinarci a temi complessi, difficile. A non farcene scappare. A tratti vero e proprio manuale di storia, a tratti delicatissimo racconto della vita di due bimbi, di Helga, lei, la scrittrice giovanissima, e di Kurt, ragazzino di 13 anni magro e disturbato. Malato nell’anima, malato nel cuore. Originario della Prussia orientale, ancora vivo fisicamente dopo la fuga dalla propria fattoria di fronte all’arrivo dell’Armata rossa, ma come morto dentro, svuotato di tutto, quasi senza più la voglia di vivere. Un dolore troppo grande nel cuore, un dolore capace di farlo scoppiare. Salti di linguaggio, salti di temi, salti di spazio e di tempo. Un libro difficile ma anche unico. Tanti piccoli quadretti uniti dalle voci che raccontano di Helga e di Kurt e di altri bambini, di altri adulti distrutti tutti, chi più chi meno, dalla guerra. Lo capirete solo leggendolo quello che voglio dire. Ci sono lunghi tratti del libro che semplicemente raccontano quello che successe, come fosse cronaca storica. E poi c’è il racconto dei ragazzi, di Kurt soprattutto. È come vedere le stesse cose ma con punti di vista differenti. Il punto di vista della Storia necessariamente interessata soprattutto ai grandi eventi, alle grandi battaglie, ai numeri, alle decisioni dei leader storici, sconfitti o vincitori. E poi la storia minuta, quella di tutti noi. Di Kurt e della sua famiglia. Di Helga e della sua famiglia. Gli avvenimenti sono gli stessi, cambia solo il punto di vista. Il resto è tutto uguale, il dolore soprattutto. Che si disperde nei numeri e nelle date nella storia ufficiale. Che diventa così forte, così invadente, nella vita delle singole persone che ci viene raccontata. Dolore e poesia in questa parte. La poesia che ci permette di leggere queste pagine, che ci regala un sorriso, una speranza. Che rende più duro, più cattivo, il dolore. Era questo che volevo dire quando prima raccontavo che a volte la memoria, i ricordi, di un singolo fanno molto peggio della memoria collettiva. La storia singola, che fa poi parte della Storia di un popolo, raccontata dalla Schneider è tanto semplice quanto dolorosa. È la storia di un popolo intero, i tedeschi della Prussia orientale abbandonati a loro stessi di fronte all’arrivo dell’Armata rossa e alla disfatta dell’esercito tedesco sul fronte orientale. Letteralmente abbandonati a loro stessi nello sfacelo degli ultimi mesi della Germani hitleriana e della confusione della folle pazzia di Hitler. Il terrore di queste persone nell’inverno tra il ‘44 e il ‘45 di fronte alle notizie dei massacri compiuti dai soldati sovietici nei villaggi travolti durante la loro avanzata. Gli stessi massacri compiuti dai soldati tedeschi i tutte le terre conquistate durante la loro avanzata verso Mosca. Un terribile contrappasso, una terribile vendette. Come se l’odio potesse lavare l’odio, come se il dolore potesse mai lavare il dolore. Un popolo intero in fuga. Ce lo racconta la Schneider nel suo libro frammentando la Storia con le sue date, con i suoi avvenimenti, con i suoi numeri con una storia minuta, piccola. La storia della famiglia di Kurt. Anche loro costretti ad abbandonare tutto, a fuggire precipitosamente. Il trauma dell’abbandono, il trauma dell’infanzia spezzata. Non ci sono nella Schneider giudizi. Non ci sono colpevoli. I soldati sovietici facevano quello che i soldati tedeschi solo poco tempo prima magari avevano fatto alle loro famiglie, uccidendo i loro bimbi, violentando le loro fidanzate, le loro sorelle, anche le loro madri. Non vi è giustificazione, non vi sono accuse. Vi è solo il ricordo. E il dolore. Di un ragazzino costretto a diventare grande in fretta. Senza colpe, pur essendo tedesco. Ricordate, la colpa collettiva? E allora che colpa aveva Kurt? Questo ci sembra dire la Schneider. Che colpa aveva Kurt? Un bambino costretto ad abbandonare tutto. Il suo amato Ralphi, il suo cane. Le sue galline, le sue mucche. Gli animali che avevano condiviso con lui la loro vita, che l’avevano resa normale e speciale al tempo stesso. E quell’usignolo, almeno il nonno diceva fosse un usignolo, che ogni primavera arrivava nel giardino dei Linke a cantare la sua gioia in un mondo devastato dalla guerra e dall’odio. Il canto di un usignolo nella guerra e nella follia. Quell’usignolo anche lui tradito dalla fuga, anche lui lasciato solo. Kurt costretto a diventare grande, costretto a spronare la madre che cade nell’apatia del dolore, costretto a prendere il posto del nonno morto stremato dal freddo e dalla lunga fuga. Costretto a vedere morire il piccolo Nikolas, il fratellino di pochi mesi, tra le proprio braccia. E qualcosa dentro lui si rompe. Lui e la madre si salveranno fisicamente, tedeschi dell’est stranieri e profughi in una Germania allo stremo, senza più energie, senza più cibo, senza più nulla. Lui ancora fisicamente vivo, ma qualcosa dentro si è rotto. Finché una bimbetta dura e impertinente gli regalerà il suo affetto. La piccola Helga, la scrittrice da giovane, da giovanissima. E una splendida estate nel 1949. E allora Kurt ricorderà, parlerà. Lascerà uscire il suo dolore. Il suo profondo dolore. Che poi è anche il nostro.
È un libro straordinario questo della Schneider. Come molti dei suoi. È un libro di storia ma anche un delicato racconto. Storia e poesia che si fondono insieme. Un tema difficile, spesso dimenticato, volutamente lasciato dimenticare. Quello della sofferenza del popolo tedesco alla fine della guerra. Come se il dolore non fosse dolore. Quasi che questa fosse la giusta pena di una colpa collettiva. Solo non esistono colpe collettive, come non esiste il dolore collettivo. Ce lo raccontano Kurt ed Helga. Parlano del loro dolore, del dolore di ognuno di noi.
“Lo sai che nel giardino dei miei genitori ritorna ogni primavera un usignolo?”
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STELLE DI CANNELLA, HELGA SCHNEIDER
Un libro da leggere insieme ai nostri figli

CI SONO DELLE STORIE DOVE LA SEMPLICITÀ E LA LINEARITÀ DELLO STILE SONO TALMENTE IN CONTRASTO CON LA PROFONDITÀ DEI CONTENUTI CHE NE ESALTANO LA DRAMMATICITÀ.
E’ il caso di “Stelle di cannella”, in cui Helga Schneider, la scrittrice tedesca che vive a Bologna e scrive in italiano, ritorna nella Berlino degli anni ‘30, quella della sua infanzia, raccontando di tre famiglie che abitano nella stessa strada. Il signor Rauch è un poliziotto, Winterloch è un noto architetto e Korsakov è un giornalista.
Fritz Rauch e David Korsakov, entrambi di 9 anni, sono compagni di scuola. Lene, la figlia adottiva di Korsakov è fidanzata con il figlio di Winterloch. Tra il Natale del 1932 e quello del 1933, tutto cambia e il mondo non sarà più lo stesso, né in Germania né altrove. Tanto meno nella strada delle tre famiglie.
Timore e scetticismo di fronte al nazismo, dapprima. Antisemitismo strisciante e poi sfrontatamente aperto e violento. I Korsakov sono ebrei, anche se non osservanti. Però la figlia adottiva di Jacov Korsakov è cattolica. I rapporti di buon vicinato finiscono un giorno per l’altro. Non è solo il mondo esterno a volgere le spalle e ad attaccare gli ebrei. Non è solo Fritz che tormenta David e scrive “Morte agli ebrei” davanti al cancello dei Korsakov. Anche Lene finisce per accettare il cartello che proibisce l’ingresso agli ebrei nel suo negozio e si disinteressa delle difficoltà della sua famiglia. E’ più facile non vedere e non sapere. Fine di ogni speranza. I Korsakov riescono ad ottenere il visto per emigrare in America.
Una storia schematica, semplice, essenziale. La forza della propaganda. La vittoria dell’egoismo, dell’ambizione, della paura delle conseguenze di certe prese di posizione. La banalità del male nella banalità della vita quotidiana. Il male nel vicino di casa e, quello che è peggio ancora, nei bambini. Il male che raggiunge una dimensione grottesca nella dichiarazione di Fritz che vuole uccidere il “gatto ebreo” del suo amico perché un “gatto ebreo” non può contaminare la razza accoppiandosi con la sua “gatta ariana”. Un libro da leggere insieme ai nostri figli.
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Il piccolo Adolf non aveva le ciglia
Helga Schneider – RIZZOLI
(ristampa 2006 EINAUDI)
di Grazia Giordani
Romanzo verità sulla follia del Terzo Reich
“Il programma di eutanasia costò la vita a più di settantamila persone del Terzo Reich” – scrive in una nota in appendice al suo romanzo “Il piccolo Adolf non aveva le ciglia”, Helga Schneider – e prosegue “anziché proteggere i più deboli, il governo di Hitler perpetuò il loro sistematico sterminio. Al contrario, la Germania nazista promulgò una severa legge contro la vivisezione e l’uccisione delle specie animali protette”.
Il romanzo-verità della Schneider nasce da un’intervista raccolta dall’autrice – che già aveva pubblicato con successo l’autobiografico “Il rogo di Berlino” e la silloge di racconti “Porta di Brandeburgo”. Nomi e situazioni, spogliati degli anagrafici connotati, nulla tolgono all’agghiacciante realtà storica. L’uso della prima persona rende ancora più vivo il pathos narrativo, creando un inquietante transfert tra scrittrice e lettori: è come se la Schneider indossasse vesti, illusioni e sofferti pensieri di Grete – della donna sventuratissima – che le ha rivelato le sue confidenze. La narrazione è chiusa dentro il movimentato flash back che corre tra il 1940 e il 1997: un ping-pong storico e letterario che vivacizza il tessuto del romanzo fatto di rivisitazioni di un doloroso passato, rinverdito dalla memoria.
L’ottuagenaria protagonista racconta la sua esperienza nei lager camuffati da cliniche nella Berlino anni Trenta-Quaranta, quando da piccolo-borghese – figlia di bottegai -, aveva fatto il grande salto sociale maritandosi con una SS, di nobile estrazione, avvenente, amante dell’arte e della musica di Wagner (”ariano perfetto”), con importanti mansioni riguardanti la questione ebraica. Quando la giovane donna apre gli occhi, e si accorge di aver sposato un mostro che le sottrae il tenero figlioletto, il neonato Adolf, colpevole di essere nato imperfetto, e per questo motivo lo fa sopprimere, si stacca dal marito e dagli ideali hitleriani in cui ella stessa aveva creduto. Il suo destino sarà amaramente segnato poiché proprio l’inflessibile coniuge la farà ricoverare nella costruzione “mascherata da clinica psichiatrica” che alla giovane donna farà comprenderei di trovarsi in un luogo apprestato per l’eliminazione delle “esistenze indegne di vivere, dei pesi morti della nazione”. “Sappi che approvo pienamente il programma di eutanasia del Reich – le aveva detto il suo inflessibile Gregor – che elimina i pesi morti della nazione e le esistenze… non degne di vivere. Trovo che sia una disposizione estremamente progressista che in futuro sarà imitata da molti altri Paesi”.
La sfortunata Grete passerà attraverso peripezie strazianti, sarà persino costretta ad un omicidio, per legittima difesa. Il suo efferato consorte perirà, con la sua spocchiosa famiglia d’origine sotto un bombardamento. Dopo tante sciagure, nessuno avrebbe sperato in un finale sereno, seppure velato di malinconia, che giunge provvidenziale a stemperare la drammatica tensione che ha reso partecipe il lettore. Figli e nipoti fanno corona intorno all’anziana protagonista e al suo secondo consorte – il fratello di Gregor, da sempre dissenziente nei confronti del nazismo -, eppure il piccolo Adolf non è del tutto dimenticato. No, la vecchia madre non potrà mai rimuovere del tutto il volto di quel suo figlio sfortunato e non potrà smettere del tutto di pensare a “che vita sarebbe stata la sua, se fosse vissuto?”
“L’ultimo bambino vittima del programma di eutanasia nazista – avverte ancora in appendice la Schneider – venne ucciso il 29 maggio del 1945, malgrado le truppe americane stazionassero ormai da trentatré giorni su quel territorio.”
Questo romanzo non è solo un documento sull’orrore della “dolce morte” – come eufemisticamente la chiamavano i nazisti -, ma è anche uno spaccato sociale, non privo di ironia, rivelato con penna asciutta che sa indulgere a note colloquiali, mai urlate, con brevi abbandoni lirici (”Una cappa di nubi solcate di sinistre striature, annuncia un imminente temporale” – leggiamo nell’incipit; “Il sole calante fa scendere sul lago alcune manciate di stelline dorate” – incontriamo più avanti -; “Un’alba impaziente aveva fuso la notte come cera” – è la bella immagine simile a un verso di Ungaretti) che regalano poesia a vicende che riteniamo sia impossibile comprendere quanto necessario conoscere.
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Incontro al Festivalletteratura
con Helga Schneider
9 settembre 2004
di Matteo Bursi
Helga Schneider ieri era bambina, era una di quei bambini usati come oggetti di propaganda che negli ultimi mesi della vita di Adolf Hitler, lo incontrarono nel suo bunker “metri e metri di cemento sotto Berlino”.
Helga strinse la mano al Fuhrer e vide un uomo vecchio e malato, la stretta di mano dell’uomo che doveva guidare la Germania (l’Europa, il Mondo…) era una stretta molle, la mano era sudata. Helga a sette anni rimase esterrefatta.
La sua storia, la storia che ha raccontato al Festival e che racconta quando incontra bambini e adulti, non è solo di un incontro con uno dei più diabolici esseri umani, la sua storia é una storia di sofferenza vissute, viste e conosciute.
Helga ha parlato di cosa i tedeschi hanno fatto in Russia, e di cosa i sovietici hanno fatto in Prussia orientale. Stupri, violenze e morte. Questa è la guerra. Helga aveva un cuginetto lontano, Kurt, tutti e due da bambini hanno subito traumi indicibili.
Helga aveva una mamma e ne ha parlato. Una mamma guardiana del campo di sterminio di Birkenau, una mamma di cui non seppe più nulla per oltre trent’anni e che poi incontrò a Vienna, e la madre le chiese di indossare la sua ex- divisa da SS.
Helga Schneider ha visto e vissuto quello che un bambino (e che ogni altro essere umano), non dovrebbe vivere, la guerra. Ha deciso di raccontarla, di raccontare cos’è davvero la guerra. Non lo ha raccontato a suo marito (italiano), non lo ha raccontato a suo figlio, per proteggerli, ma lo ha scritto per far sapere al mondo cos’è la guerra e cosa è riuscito a fare l’uomo in guerra.
Se questo incontro, se gli incontri che la Schneider tiene in Italia e all’estero esistono, si deve dire un grazie ad Adelphi, che Helga ha più volte chiamato “il suo principe azzurro”, l’editore che ha creduto in lei, nella sua memoria, nella sua testimonianza, nella sua vita e nella voce della sua vita.
Helga nel 1945 strinse la mano ad Hitler e oggi, nel 2004, stringendola a me, mi ha trasmesso la voglia di far qualcosa (nel mio piccolo) affinché la pace vinca la guerra.
Scrivere di guerra per una cultura della pace è quello che Helga Schneider ha voluto dire a Mantonva, ed io scrivo e scriverò di guerra per una cultura della pace.
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HELGA SCHNEIDER
di Paola Zannoner
Ho chiuso “L’usignolo dei Linke” (Adelphi) di Helga Schneider commentando a voce alta: Brava Helga!
Questa storia mi ha veramente toccata, del resto come tutte quelle scritte da questa bravissima autrice, la cui vita è stata difficilissima, ma il cui talento letterario le ha permesso di attingere al proprio materiale biografico per narrare l’orrore della guerra e dei lager, ma puntando sul senso di solidarietà e sulla speranza.
E’ quello che proviamo leggendo questa storia che rievoca la vicenda poco conosciuta della fuga dei profughi tedeschi durante la disfatta della Germania, per scampare alla violenza vendicativa dell’esercito russo: civili che pagano il prezzo più alto di guerre scellerate, e di deliri di conquista.
Il racconto è sapientemente costruito per analessi “a cornice”: si inizia oggi, con l’incontro tra due persone mature (e lì per lì mi è echeggiato nell’orecchio la canzone di Guccini “e correndo la incontrai lungo le scale…”) che rievocano la loro amicizia nata nell’estate del 1949 in Austria, un rapporto inizialmente diffidente e conflittuale, ma poi terapeutico al punto da permettere a Kurt Linke, sopravvissuto alla fuga dalla Prussia, di iniziare un percorso di guarigione dalla grave depressione causata dagli eventi tragici di quell’esodo.
Non parlo mai di utilità a proposito di letteratura, ma una storia del genere bisogna leggerla. E’ utile all’anima.
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Biblioteca comunale “Renato Fucini” – Empoli
Recensione
Helga schneider
STELLE DI CANNELLA
Salani
Dicembre 1932-dicembre 1933: in Germania si consuma l’inizio della follia che di lì a poco avrebbe generato l’Olocausto e condotto alla seconda guerra mondiale.
Nel microcosmo di un quartiere borghese di Wilmersdorf l’avvento al potere di Hitler distrugge tragicamente gli equilibri affettivi di tre famiglie legate da rapporti di buon vicinato che nel tempo si sono consolidati in salda e profonda amicizia.
Ciò che fa la differenza, da un giorno all’altro, è la fede ebraica di una di esse: il “particolare” che fino ad allora non aveva mai giocato alcun ruolo nei rapporti fra le persone, diventa una colpa che all’improvviso gli amici di sempre si sentono in dovere di far pagare ai nuovi nemici.
Ed è così che due bambini, Fritz e David, inseparabili compagni di giochi, si trasformano in vittima e carnefice, sotto gli occhi prima indifferenti e poi partecipi degli adulti “ariani”, che con tragica ipocrisia mettono a tacere la propria umanità per ricercare qualche misero beneficio dalla insensata guerra contro gli ebrei.
Una follia che tra le vittime innocenti, nel microcosmo di Wilmersdorf, iscrive anche il povero gatto di David, giustiziato barbaramente da Fritz per avere osato – lui, gatto ebreo – attentare all’onorabilità della propria gatta ariana.
Il romanzo ci trasporta con efficacia nella soffocante atmosfera della Germania nazista della prim’ora, aiutandoci a cogliere la dimensione domestica e individuale di una tragedia che di lì a poco avrebbe sconvolto il mondo.
Per lo stile diretto e il linguaggio di presa immediata, il libro si presta anche alla lettura da parte dei più giovani.
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Intervista a Helga Schneider
Non si sa se la vita di Helga Schneider sia più incredibile o più crudele. Abbandonata nel 1941, all’età di quattro anni, da una madre che considerava i suoi figli un intralcio alla sua carriera di ausiliaria delle SS, Helga ha vissuto anni d’inferno con una matrigna che le ha sempre preferito il fratellino Peter, e a otto anni è precipitata nell’inferno della II Guerra Mondiale. Ha stretto la mano a Hitler nel bunker di Berlino, ha visto da vicino stupri, fame, sofferenze, umiliazioni, morte. Poi il dopoguerra, un’adolescenza inquieta, la fuga dalla famiglia, il matrimonio in Italia, un figlio, il terribile incontro con la madre ormai anziana ma per nulla pentita delle sue scelte, la scomparsa prematura del marito, e infine i libri, la notorietà, la possibilità di raccontare e raccontarsi, la memoria, finalmente la pace. Ma attenzione, non siamo di fronte ad un fenomeno da baraccone, ad una donna da esibire in un programma tv strappalacrime in prima serata (anche se portarla spesso in tv non farebbe certo male, in questi tempi di calma piatta televisiva): Helga Schneider è un fior di scrittrice, capace con poche parole di sbattere in faccia ai lettori tutto l’orrore, l’insensatezza, il dolore della guerra e dell’intolleranza con il candore della testimone-bambina che è stata ma anche con la saggezza della testimone-donna che è diventata.
(david frati)
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“Heike riprende a respirare” di Helga Scnheider
di Francesca Iannilli
05/04/2008

Helga Scnheider HEIKE RIPRENDE A RESPIRARE pp. 128, € 10 Salani, 20081945: la guerra è ormai finita e Berlino, occupata dalle truppe sovietiche e americane, osserva le macerie che hanno resistito alla distruzione dei bombardamenti. Tutto è da ricostruire: non solo strade, edifici, case, ma anche, e soprattutto, legami, ricordi, famiglie. Heike, la protagonista di questo breve romanzo di Helga Schneider, è una bambina di dieci anni che vive in una Berlino lunare, vittima, come tanti suoi coetanei, delle atrocità della grande guerra. La sua casa è una buia cantina sopravvissuta ai crolli. Il suo papà è disperso, ma il melo in giardino, con il quale ha l’abitudine di confidarsi, le dice che tornerà presto. La sua mamma, amorevole e sensibile, muore suicida perché non può sopportare lo strazio che le provoca il veder morire tanti innocenti e perché porta nell’anima una ferita troppo grande e lacerante.
In questa sua ultima fatica letteraria la Schneider mantiene il suo personale tema narrativo: l’infanzia vissuta in Germania ai tempi del Fuhrer. Ed ancora una volta ne denuncia la follia e le contraddizioni, senza lesinare condanne né ai tedeschi, né ai sovietici, né agli americani, perché la guerra la fanno tutti e tutti sono responsabili delle conseguenze. Heike riprende a respirare è senza dubbio un libro per ragazzi, con quel suo stile inconfondibilmente dickensiano, ma ha molto da dare anche a quegli adulti che, in ogni caso, sono colpevoli delle sofferenze patite dai più giovani. E sono proprio questi ultimi a mostrare risorse inesauribili e insospettabili, inventando nuovi giochi tra le macerie, rintracciando suggestioni fiabesche che, però, si scontrano presto con la triste realtà del pericolo e della morte.
Helga Schneider vuole rendere omaggio a questi giovani, regalando loro un inatteso lieto fine che, pur nella sua intenzione di speranza, finisce col conservare un triste fondo di amarezza per quel futuro sottratto ai bambini del ‘45.
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”La memoria non duri una giornata” 27.1.2008
di Stefano Corradino

“La giornata della memoria è un appuntamento importante, ma attenzione alla retorica delle celebrazioni. 2 o 3 giorni di overdose di racconti e testimonianze e poi, durante il resto dell’anno… il vuoto. La tv, peraltro sempre mostrando gli stessi film e invitando i soliti testimoni (ce ne sono molti altri ve lo assicuro) sembra ‘costretta’ a doverne parlare ma non vede l’ora di tornare ai reality e alla superficialità dei programmi quotidiani, che attirano chiaramente più pubblicità.
La riflessione ad Articolo 21 è della scrittrice tedesca Helga Schneider, ad Orvieto per la manifestazione “Venti Ascensionali” che si chiude proprio con una due giorni di riflessioni sul valore della memoria. Autrice di libri importanti (in italiano) che raccontano la sua tragica esperienza con il nazismo, Helga è figlia di una guardiana di Auschwitz che l’abbandonò all’età di 4 anni per seguire Adolf Hitler, il Fuhrer che lei, bambina, incontrò…
Cominciamo proprio da qui. Lei incontrò Adolf Hitler…
Era il dicembre 1944. Durante un soggiorno nel bunker del Führer. Io e mio fratello eravamo stati invitati insieme ad altri bambini “privilegiati”. Lo incontrammo, non credevo ai miei occhi! Per come me lo ero immaginato pensavo fosse un uomo alto, possente e invece davanti a me vedevo un vecchio dai movimenti stentati.
Le tese la mano…
… e mi guardò negli occhi. Malgrado l’aspetto decadente Adolf Hitler aveva lo sguardo ancora fermo e penetrante che mi intimoriva. Mi chiese come mi chiamavo. “Helga!”, risposi vivacemente. Mi dimenticai di aggiungere “mein Führer” come mi era stato raccomandato. Era sciupato, reduce da un intervento dopo l’ennesimo attentato al quale era scampato. Ma lo sguardo era ancora magnetico e penetrante. Un uomo carismatico. Di un carisma chiaramente negativo…Un incontro di appena cinque minuti, 64 anni fa, eppure ne ricorda tutti i particolari. Cinque minuti di Storia, forse avrei dovuto dimenticarli. E invece sono rimasti ostinatamente fissati nella mia mente. Nitidi e indelebili. Il suo rapporto con il nazismo è legato a sua madre, guardiana di Auschwitz di cui lei ha scritto pagine durissime nel libro “Lasciami andare madre”. Mia madre, guardiana del campo di concentramento Auschwitz, mi ha abbandonata quando avevo appena quattro anni. Non sono stata deportata ma credo di potermi definire una vittima del nazismo. Mi hanno rubato l’infanzia: quando ti fanno morire di fame e di paura, non puoi andare a scuola per i bombardamenti, non hai acqua potabile e dormi sempre in una cantina non sei certo un bambino normale, ma la vittima di una guerra…
Chi vive un’esperienza come quella del nazismo resta ovviamente segnato per il resto della sua esistenza.
L’esperienza ti rimane addosso per sempre e nonostante la forza del proprio carattere non riesci mai a farci i conti fino in fondo e a liberartene.
A cosa serve la memoria?
A non dimenticare. Non per attribuire delle colpe ma affinchè gli eventi del passato possano insegnare qualcosa e far sì che certe tragedie dell’umanità non si ripetano più.
A 60 anni dai campi di concentramento dovremmo avere maturato i giusti “anticorpi”… Abbiamo il vantaggio dei mezzi di comunicazione. Anche internet è uno strumento che consente a tutti di sapere molte cose. Alcuni pericoli sembrano scongiurati, ma mi rimane la sensazione forte che nel dna dell’umanità ci sia un razzismo forte, esplicito o latente, la costante paura dell’altro.
Tra qualche anno i testimoni che in carne ed ossa hanno subito le atrocità dei campi di sterminio saranno definitivamente scomparsi. Lei sente il rischio di un nuovo revisionismo?
E’ un grande pericolo. E’ proprio la distanza temporale a rafforzare il revisionismo o peggio ancora a determinare forme di “negazionismo” . E’ un pericolo reale. Per questo i testimoni devono poter parlare. Anche se pasticciano con le parole, anche se le testimonianze sono frammentarie devono essere messi nelle condizioni di poter parlare. La storia si ricostruisce con i testimoni. Il revisionismo potrebbe rendere inverosimile questo orrore che si è consumato nel xx secolo.
E’ importante anche il “modo” in cui si racconta la storia.
Fondamentale. E si dovrebbe affrontare questo tema con meno retorica, e con molta più umanità. Raccontando la storia anche in modo più comprensibile, con parole più semplici, vere. In questi giorni la televisione lo fa in occasione della giornata della memoria. E’ una ricorrenza importante ma attenzione alla retorica delle celebrazioni. Due o tre giorni di overdose di racconti e testimonianze e poi durante l’arco dell’anno il vuoto. La televisione, peraltro sempre mostrando gli stessi film e invitando i soliti testimoni (ce ne sono molti altri ve lo assicuro) sembra quasi “costretta” a doverne parlare ma non vede l’ora di tornare ai reality e alla superficialità dei programmi quotidiani, che attirano chiaramente più pubblicità…
Un processo alla tv senza appello
Mi dispiace ma la vedo sempre peggio. Meglio rivolgersi a un buon libro. Se per “disgrazia” c’è un bel film lo trasmettono alle 4 del mattino…
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Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995
Raffaella R. Ferrè on Marzo 16, 2008
Helga Schneider non l’ho letta, ma ho visto la sua intervista a Fazio, questa sera, tanto da avere voglia di colmare subito questa mancanza. Perché in una domenica sonnacchiosa, in cui continuo a chiedermi la ragione per cui certe cose non tornano e cosa succede quando le vai a cercare, ho trovato un margine di risposta da una signora che pare saperne un bel po’ della vita e delle catastrofi. Mica poco.
“Salimmo in fretta le scale del vecchio palazzo viennese e il cuore mi batteva così forte che non fui capace di suonare il campanello. Lo fece Renzo, mio figlio. L’avevo cercata a lungo e ora, a distanza di trent’anni da quando mi aveva abbandonata in una Berlino già molto scossa dalla guerra, avevo ritrovato mia madre; viveva a Vienna, nella sua città. lo, invece, nata in Polonia, vissuta nella Germania nazista e rimpatriata in Austria (paese natio anche di mio padre), ormai mi ero stabilita in Italia; avevo un marito e un figlio. Quando la porta si aprì, vidi una donna che mi somigliava in modo impressionante. L’abbracciai piangendo, sopraffatta da un’incredula felicità e pronta a comprendere, a perdonare, a mettere una pietra sul passato. Lei iniziò subito a parlare, a parlare di sé. Nessun tentativo di giustificare il suo abbandono, nessuna spiegazione.Raccontava. Molti anni addietro l’avevano arrestata nel campo di concentramento di Birkenau, dove faceva la guardiana. Vestiva un’impeccabile uniforme “che le stava così bene”. Non erano ancora passati venti minuti che già apriva un maledetto armadio per mostrarmi, nostalgica, quella stessa uniforme. “Perché non te la provi? Mi piacerebbe vedertela addosso”. Non la provai, ero confusa e turbata. Ma ciò che disse subito dopo fu anche più grave dell’aver rinnegato il proprio ruolo di madre. “Sono stata condannata dal Tribunale di Norimberga a sei anni di carcere come criminale di guerra, ma ormai non ha più nessuna importanza. Col nazismo ero qualcuno, dopo non sono stata più niente”
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avantidritta
lo scatolone di dunya e adamo
Helga Schneider “Io, piccola ospite del Fuhrer”
Si può davvero definire un mostro storico come Adolf Hitler un essere umano?” Helga Schneider tenta di rispondere a questa scottante domanda attraverso il suo ultimo lavoro, “Io, piccola ospite del Fűhrer” (Einaudi, 2006).
La scrittrice, lanciata da Adelphi 11 anni fa, ha avuto modo di incontrare Hitler nel 1945, all’età di 7 anni, nel bunker situato sotto la Reichskanzlei, e ne serba un vivido ricordo. Assieme ad un gruppetto di altri bambini era stata invitata a partecipare ad una gita all’interno dell’ultima dimora del Führer. Ad aspettarla ci sarebbero state salsicce in gran quantità e, in un periodo in cui i pasti erano a base di pane secco e rapa bianca, la proposta non poteva essere rifiutata. Il viaggio, sull’autobus alimentato a carbone, perché il carburante è disponibile solo per i mezzi militari, passa attraverso una Berlino ormai distrutta dai bombardamenti, così distante dalla florida città raccontata dal nonno. A dispetto del maestoso edificio della Cancelleria del Reich, “che ostenta ancora un’aria d’irriducibile superbia, malgrado le bombe e le granate degli alleati l’abbiano conciata male”, il bunker è “un angusto dedalo di morte” al quale si accede da una ripida scala che scende fino a quasi 10 metri. Non appena si richiude il portellone d’ingresso, i ragazzini si ritrovano inghiottiti nei corridoi stretti ed umidi, dove si respira aria calda e viziata dall’odore insopportabile di muffa e diesel. Dopo un’accurata visita medica e una lampada UV, potranno beneficiare di ogni ben di dio stipato nei magazzini.
L’incontro vero e proprio con l’uomo che, da quando aveva dichiarato la guerra totale nessuno chiamava più “il Führer”, è un misto di ansia e paura legato all’indottrinamento subito negli anni precedenti e di spirito critico appresi dalla nonna e dall’istitutrice del collegio in cui aveva studiato. L’uomo Hitler appare molto diverso dai ritratti appesi nelle abitazioni: curvo, i baffetti ormai brizzolati, la testa ed il braccio tremolanti e un’ipersensibilità ai rumori causata dalla lesione al timpano subita durante l’ultimo attentato. “Sarebbe questo il Führer della Germania?”.
Helga decide così di regalarci il ricordo di una giornata sconvolgente, passata in un luogo dove tutto era predisposto per cercare di dimenticare la guerra e l’ormai imminente caduta del Reich e, ugualmente, ogni particolare riconduceva inevitabilmente alla disfatta. Attraverso una scrittura semplice e leggera sprona a vedere il mondo con gli occhi di una bambina che s’interroga sulla realtà che la circonda. La narrazione è quella calda di una memoria che cerca di restare fedele alle esperienze vissute senza indugiare in rivisitazioni posteriori, pur collegandole a citazioni storiografiche (primi fra tutti gli estratti dal diario di Joseph Goebbels). L’autrice accosta a particolari nuovi, argomenti trattati nelle precedenti opere, in particolar modo da “Il rogo di Berlino” (Adelphi, 1995).
Ritroviamo così i ricordi della permanenza nel collegio di Eden e la sua direttrice che “Sosteneva che Hitler stava trascinando la Germania verso la catastrofe, che era un pazzo megalomane e un terribile razzista”. Anche le descrizioni del viaggio, l’incontro con il Führer e le rivelazioni sullo sterminio vengono riprese tali e quali. Soltanto accennata ma con il proposito di approfondirla in seguito è la problematica legata all’avanzata dell’armata russa, che portava con sé morte e distruzione. I racconti delle violenze carnali erano già stati trattati ne “L’usignolo dei Linke” nel quale le testimonianze tedesche e russe vengono citate con imparzialità estrema. (Adelphi, 2004). Il continuo riprendere ed approfondire argomenti e ricordi, riporta inevitabilmente alla narrazione orale e questa è la grande forza della Schneider che, dopo l’uscita di “Lasciami andare madre” (Adelphi, 2001), aveva dichiarato: “Credo che il racconto, la parola, la testimonianza possano favorire un maggiore approfondimento della realtà, possano eliminare i luoghi comuni stabiliti dalla ricerca storica della quale a volte mancano le autentiche fonti, possano umanizzare la storia, quella con la S maiuscola”.
L’autrice riesce perfettamente nel suo intento: il lettore si ritrova partecipe della quotidianità della gente comune e respira l’atmosfera della Germania del 1945. La valenza pedagogica delle sue opere è tale da aver spinto la creazione di una linea diretta alle scuole, perché la memoria va perpetrata, nel tentativo di imparare a non commettere gli stessi errori di chi ci ha preceduto. Le sue testimonianze, assimilabili a quelle di Primo Levi, sono, assieme ai diari e alle lettere di Etty Hillesum e di Anne Frank, fra i migliori quadri al femminile di un’epoca tragica. In una società dove sempre più spesso mancano figure familiari di riferimento, ci riunisce attorno a sé come nipoti per raccontarci di un mondo passato ma che potrebbe ritornare L’insegnamento che ne deriva è che la guerra è dannosa per chiunque la viva, che appartenga al popolo dei carnefici o delle vittime, dei vincitori o dei vinti.
Dunya Carcasole
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di Marilia Piccone
CI SONO DELLE STORIE DOVE LA SEMPLICITÀ E LA LINEARITÀ DELLO STILE SONO TALMENTE IN CONTRASTO CON LA PROFONDITÀ DEI CONTENUTI CHE NE ESALTANO LA DRAMMATICITÀ.
E’ il caso di “Stelle di cannella”, in cui Helga Schneider, la scrittrice tedesca che vive a Bologna e scrive in italiano, ritorna nella Berlino degli anni ‘30, quella della sua infanzia, raccontando di tre famiglie che abitano nella stessa strada. Il signor Rauch è un poliziotto, Winterloch è un noto architetto e Korsakov è un giornalista. Fritz Rauch e David Korsakov, entrambi di 9 anni, sono compagni di scuola. Lene, la figlia adottiva di Korsakov è fidanzata con il figlio di Winterloch. Tra il Natale del 1932 e quello del 1933, tutto cambia e il mondo non sarà più lo stesso, né in Germania né altrove. Tanto meno nella strada delle tre famiglie. Timore e scetticismo di fronte al nazismo, dapprima. Antisemitismo strisciante e poi sfrontatamente aperto e violento. I Korsakov sono ebrei, anche se non osservanti. Però la figlia adottiva di Jacov Korsakov è cattolica. I rapporti di buon vicinato finiscono un giorno per l’altro. Non è solo il mondo esterno a volgere le spalle e ad attaccare gli ebrei. Non è solo Fritz che tormenta David e scrive “Morte agli ebrei” davanti al cancello dei Korsakov. Anche Lene finisce per accettare il cartello che proibisce l’ingresso agli ebrei nel suo negozio e si disinteressa delle difficoltà della sua famiglia. E’ più facile non vedere e non sapere. Fine di ogni speranza. I Korsakov riescono ad ottenere il visto per emigrare in America.
Una storia schematica, semplice, essenziale. La forza della propaganda. La vittoria dell’egoismo, dell’ambizione, della paura delle conseguenze di certe prese di posizione. La banalità del male nella banalità della vita quotidiana. Il male nel vicino di casa e, quello che è peggio ancora, nei bambini. Il male che raggiunge una dimensione grottesca nella dichiarazione di Fritz che vuole uccidere il “gatto ebreo” del suo amico perché un “gatto ebreo” non può contaminare la razza accoppiandosi con la sua “gatta ariana”. Un libro da leggere insieme ai nostri figli.
Il libro “Stelle di cannella” ha vinto il “Premio Elsa Morante Ragazzi”.
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di Raffaella Zajotti
28/01/2008

In occasione del Giorno della Memoria, riconosciuto dalla Repubblica Italiana nella giornata del 27 Gennaio, la città di Orvieto si è fatta partecipe di un gran numero di iniziative ed eventi culturali a ricordare le vittime di quelle pagine di storia così tragicamente vicine ai nostri giorni.
“La Repubblica Italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah (lo sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati” (art. 1 della Legge n. 211 del 20 Luglio 2000 che istituisce la giornata della Memoria). Questo il manifesto pubblico affisso per volontà del Sindaco e dell’Amministrazione Comunale di Orvieto.
Nella giornata di Sabato 26 gli studenti della scuole superiori di Orvieto hanno incontrato Helga Schneider, autrice del libro “Lasciami andare madre”, sabato e domenica pomeriggio il testo veniva interpretato alla Sala del Carmine dalle voci di M. Teresa Equitani, Ambra Laurenzi, Celeste Pierantoni, M. Cecilia Stopponi ed Elisabetta Spallaccia, regista dell’evento. La lettura a più voci, assieme alla musica dal vivo eseguita dal violino di Agostino Mattioni, rievoca la storia di Helga, abbandonata dalla Madre in tenera età per diventare membro e ausiliaria delle S.S. nei campi di concentramento di Ravensbrück e Auschwitz-Birkenau.
Nella più profonda tensione tra vissuto individuale e collettivo, tra amore per la madre e sentimento per l’umanità umiliata e offesa, voglia di verità, dignità, ribellione e amore per la vita, Helga interroga la madre sulla sua assenza, sul senso di quel vuoto lasciato alla memoria e all’amore dalle atrocità del nazismo di cui si è resa complice. È la voce fuori campo, di un documentarismo asettico e tragico, a graffiare quella stessa memoria, a riempirla di orrore, a dare corpo al disumano, a dirlo in qualche forma, è la voce della Storia, la traccia indelebile e collettiva, tutt’altro che asettica e distaccata, di quel sentimento di rifiuto, di disgusto, di orrore di fronte alle “tenebre mai superate” di quella tragedia reale a porre l’accento più greve e silenzioso severamente imposto sulla parola incancellabile.
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La “lectio magistralis” di
HELGA SCHNEIDER
(5 ottobre 2003, ore 16.00)
di Gabriella Alù

Nata in Slesia, dopo la guerra diventata Polonia, cresciuta a Berlino, rimpatriata in Austria, diventata per matrimonio cittadina italiana, Helga Schneider vive in Italia dal 1963.
Scrive i suoi libri non nella sua madre lingua (il tedesco), ma in italiano.
Già da più di mezz’ora prima dell’orario stabilito (le 16.00) siamo in molti ad aspettare pazientemente in campo S. Angelo fuori dal tendone di FONDAMENTA, ancora chiuso (la lectio della Schneider è il primo degli interventi previsti per il pomeriggio. (…) Finalmente possiamo entrare, e già dopo pochi minuti non ci sono più posti a sedere. Molti rimangono in piedi.
“La mia non sarà un’analisi del nazismo, ma una testimonianza. Vi dirò quello che è successo a me, quello che ho visto io” dice subito la Schneider.
Ci è immediatamente chiaro che quello che seguirà non sarà certo una “lezione” nel senso tradizionale del termine.
La Schneider ci offre infatti, con molta generosità, la grande “lezione” di vita di una donna che, consapevolmente, accetta di non dimenticare e di rimestare continuamente nei tremendi ricordi della sua infanzia mettendo la sua memoria e le ferite della sua giovinezza al servizio di una nuova generazione che “deve sapere, deve conoscere quello che è stato l’orrore del nazismo”.
Chi conosce anche solo qualcuno dei suoi libri (io avevo letto “Lasciami andare, madre”, sul quale nel 2001 avevo anche scritto una breve recensione), è in grado di cogliere fino in fondo il malessere con il quale – ella stessa dice – “… da anni rivango il mio passato… non riesco a liberarmene… Io mi sentivo una scrittrice, ma mi sono accorta subito che i miei lettori mi vedevano più come una testimone, che come una scrittrice…” (…)
“Mi stupisco di quanto interesse ci sia ancora, in giro, per quel regime autoritario e criminale…. Ci sono anche troppi tentativi di revisionismi, troppa gente che cerca di banalizzare i crimini del nazismo…Per questo, i testimoni devono continuare a testimoniare, è indispensabile. Io ho scelto di farlo tutte le volte che me lo chiedono anche se ogni volta soffro molto (anche oggi, non mi è facile cominciare) perchè questo non mi consente di guardare avanti, al futuro… Ma poi mi dico che la maggior parte della mia vita è trascorsa, che quello che posso fare di utile, negli anni che mi rimangono, è convincere la gente e specialmente i giovani, attraverso la mia esperienza, di quanto fosse orrendo quel regime…Non si deve dimenticare che nel nome della Germania, a causa della Germania, si produsse una vera e propria rottura della civiltà…. Oggi sento che questo è il mio ruolo, e cerco di farlo con i miei librie con le mie parole….”
Ascoltandola, rifletto a quanto possa diventare opprimente la memoria, quanto perduto possa essere, in alcuni casi, il proprio tempo passato se non lo si ritrova e non lo si utilizza dandogli un senso. Penso a Musil ed al suo “le stesse cose ritornano”; a Umberto Eco quando parla della difficilissima “ars oblivionalis” (e cioè di quanto sia più difficile dimenticare, piuttosto che ricordare).
I miei pensieri si intrecciano alle parole di Helga Schneider.
“…Non sono mai riuscita ad elaborare il lutto della mia infanzia, il lutto di mia madre. Una madre che ha abbandonato me il mio fratellino quando eravamo ancora molto piccoli, una madre che ha preferito le SS e i campi di sterminio ai suoi figli, le cui azioni mi fanno orrore, ma che nonostante tutto non riesco ad odiare, perchè era mia madre…”.
Comincia allora a raccontare di quella infanzia terribile che tutti i lettori dei suoi libri (da “Il rogo di Berlino” a “Porta di Brandeburgo” a “Lasciami andare, madre”) conoscono: l’abbandono della madre, andata via di casa per diventare aguzzina in uno dei più feroci campi di sterminio nazista, la fame, la miseria, il puzzo dei cadaveri e il fumo degli incendi nelle strade di una Berlino ormai distrutta, il bunker e l’incontro con Hitler al quale lei ed altri bambini furono portati (per propaganda) pochissimo tempo prima del suicidio del Fuhrer (”…. era quello, Hitler? Quel vecchio dall’aspetto malsano, con la mano sudaticcia… non dimenticherò mai quella stretta di mano…. ma almeno, quel giorno abbiamo mangiato…”).
Continua a raccontare, Helga Schneider, e lo fa con un tono non dimesso, non da vittima: usa toni a volte autoironici e si concede persino qualche battuta di spirito. Non è certo una donna che usa il suo passato per autocommiserarsi: la sua è una elaborazione continua, che probabilmente non avrà mai fine.
Ci racconta di come anche i bambini tedeschi ariani fossero, sotto il nazismo, schedati, spiati, controllati. Di come nemmeno ai bambini fosse permesso esprimere la più piccola critica, il minimo dissenso… Figurarsi gli adulti.
“Non voglio certo giustificare i tedeschi, e accettare quello che spesso dicono, e cioè che non sapevano… No, sapevano. Vedevano i treni blindati, gli ebrei arrestati e picchiati…. i campi di sterminio erano vicino a centri abitati… Sapevano. Ma bisogna anche capire a quali livelli di perfezione ed efficienza la macchina di controllo sulle persone del regime nazista era arrivata….” (…ed io penso alle memorabili pagine di Hannah Arendt in cui, ne “Le origini del totalitarismo” analizza in profondità i meccanismi e l’apparato di controllo e di terrore messi in atto del regime totalitario nazista).
La tensione emotiva, tra il pubblico, è quasi palpabile. (…) Ma dopo di lei è previsto un altro intervento, e deve mettere fine al suo racconto.
Si alza e scende dal palco, ma assieme a lei si alzano tante persone del pubblico che la seguono, le si stringono intorno, vogliono esprimerle la loro gratitudine ed il loro affetto (”grazie, grazie” sento dire da una anziana signora “io sono ebrea, ero a Danzica… grazie per quello che fa…”).
La Schneider ci ha dato una grande lezione.
Una lezione magistrale.
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Stelle di cannella
di Helga Schneider
“Con questa scrittura incisiva e semplice nello stesso tempo “Stelle di cannella” potrebbe essere una lezione scolastica e di vita per molti ragazzi, una lezione tenuta da un insegnante, un po’ speciale ma di sicuro effetto.”
Francesca De Sanctis
L’Unità
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CORRIERE DELLA SERA
Il rogo di Berlino
Il libro è proprio senza tregua come l’esistenza delle migliaia e migliaia di esseri umani che a Berlino conobbero la realtà di un inferno senza speranza…”
Giulio Nascimbeni
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LA STAMPA
Il piccolo Adolf non aveva le ciglia
“Nulla che faccia comunque pensare a un pesante fardello di ipoteche predicatorie. Sono i fatti narrativi a condurre un gioco che resta libero di sé. Il lungo tunnel del nazismo si trasforma in uomini e ambienti che sanno evitare il rischio di una morale sovrapposta.”
Giovanni Tesio
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LA STAMPA
L’usignolo dei Linke
“L’autrice intreccia con un tocco lieve ma profondissimo la propria storia a quella di Kurt: i diversi momenti e luoghi del passato si accostano, e a poco a poco da questa deriva del tempo affiora il racconto di lui, in un lucido passo a passo. E in una prosa di grande nitidezza, senza mai un cedimento. A dimostrazione che è possibile, anzi nel caso di Helga Schneider necessario, fare scrittura della propria vita senza togliere nulla al mestiere del narratore. Questo è infatti il suo terzo romanzo di impianto autobiografico, ma passando dalla memoria alla pagina, questo patrimonio di vita perde ogni appartenenza e, come capita ai veri romanzi, diventa di tutti.”
Elena Loewenthal
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Io, piccola ospite del Fuhrer – Helga Schneider
di Mary Amodeo
Einaudi
Helga Schneider dal 1963 ha scelto di vivere e di scrivere in Italia, il libercolo “ Io, piccola ospite del Führer” è il suo contributo al dibattito su “La Caduta”, il film di Oliver Hirschbiegel prodotto in Germania e trasmesso da Radio Uno di Lugano nell’aprile 2005. Il regista, anche biografo del Führer, ricostruisce gli ultimi 12 giorni della vita di Hitler, chiuso nel bunker di Berlino.
La Schneider, chiamata a dare il suo parere sul lato umano del capo del partito nazista e su come questo aspetto emergesse tragico nel momento estremo della guerra (inverno 1945), al fine di non essere fraintesa dai suoi lettori, che la conoscono come autorevole, convinta antinazista, decide di rispondere all’intervistatore parlando non delle sue impressioni sul film, ma della sua vicenda di bambina scelta, con un ristretto gruppo di piccoli tedeschi, tra cui è anche il fratellino Peter, di soli quattro anni, per incontrare, nel 1944, nel suo bunker il Führer mentre Berlino bruciava colpita a morte dai continui attacchi aerei. “Io piccola ospite del Führer” è il racconto di una Berlino che sta morendo e dell’impressionante tragica, grottesca visione di un uomo tanto temuto ma già ridotto ad uno spettro imbiancato. In realtà la storia del viaggio in bus per le vie di Berlino, dal quartiere dove la piccola Helga vive con la matrigna e il vecchio nonno Opa, fino alla cancelleria del Reich sotto cui era il bunker in cui sopravviveva Hitler, sono la cornice per una bellissima pagina di storia non ufficiale e popolare della Berlino del 1944.
Helga e il piccolo Peter vengono scelti perché la loro zia, Hilde, lavora al Ministero della guerra, nell’ufficio di Goebbels e perché durante la visita che durerà due giorni saranno offerte, ai piccoli visitatori e a coloro che li accompagnano, delle succulente salsicce di fegato, una vera, insperata leccornia in tempi di fame per tutti tranne che per il ristretto entourage di Hitler. La fame è il nemico mortale della popolazione di Berlino, insieme al fuoco dei bombardamenti e alla sporcizia che tutto sommerge. La piccola Helga è profondamente colpita da quel terribile senso di morte che assedia la vita dei berlinesi, ma ciò che Helga vede nella capitale del Reich, in quel terribile inverno 44’, è lo specchio di tante altre città, non solo tedesche, colpite al cuore dalla guerra che lascia dovunque i segni della distruzione: edifici martoriati dai bombardamenti, strade ingombrate di macerie, donne, bambini e vecchi che vivono pressoché tutto il giorno assiepati nei rifugi antiaerei, con uno sfondo esistenziale condiviso e vivo ancora nel ricordo di tanti adulti, allora bambini, non solo tedeschi, che della guerra ricordano gli orrori, la paura, i bombardamenti, la miseria quotidiana, la fame continua. In quell’inverno Helga era solo una bambina ma già tanto adulta da accompagnare il fratellino di Peter e di questi esserne in qualche modo la responsabile, perciò quel viaggio diventa per lei una corsa rivelatrice della tragica realtà storica di una Berlino che muore mentre la sua popolazione è ancora divisa tra coloro che sono convinti che Hitler è il grande salvatore, il padre, il giustiziere e che appena la guerra finirà tornerà a dare grandezza ad un popolo ancora non sconfitto e gli altri, come l’autista del bus, oppure il vecchio Opa o anche la stessa Helga che vedono la cruda verità: il momento estremo della fine è giunto e sono crollate le grandi, tragiche illusioni di un intero popolo! È in questo stato d’animo che Helga per caso scopre come il bunker sia dotato ancora, in quel terribile inverno, di una fornitissima dispensa, in cui non manca niente, mentre la gente di Berlino si trascina per le strade alla spasmodica ricerca dei viveri. E tutto questo perché al Führer e al suo entourage non manchi niente. E poi che scempio è diventato il temibile Hitler:
“.. osservo il suo naso, lungo e brutto, le guance, flosce, con le rughe, infine la bocca grinzosa sovrastata dai famosi bafetti, ormai ingrigiti, ma tagliati con cura.
Sì Hitler ha proprio una bruttissima cera!
Allora mi succede una cosa strana. Il grande Führer del Terzo Reich mi fa pena. Sembra vecchio e malato. E mi dico “Mein Gott, quest’uomo non può fare più nulla per la Germania”. …
Il mio ricordo del Führer è limpido, indelebile. Un uomo che dimostrava molti più anni dei cinquantasei che aveva allora, dalla testa tremolante e dal fisico distrutto. Così diverso da come lo descrisse Josef Goebbels il 20 dicembre 1944 nel suo diario “sono molto felice che il Führer si senta in così formidabili condizioni fisiche e psichiche”.
Ora due sono le possibilità o Goebbels era ancora cieco di fanatismo nazista tanto da non vedere l’invecchiamento del Führer oppure nel giro di quattro mesi anche Hitler dovette sentire che nonostante la propaganda tutto era perduto ed il terrore di essere catturato e ucciso, come capitò poi a Mussolini, doveva distruggerlo, consumarlo nel fisico e nello spirito.
“Io, piccola ospite del Führer” si può far leggere ai nostri studenti con l’assoluta sicurezza di leggere una pagina viva della storia del secolo scorso, ma anche come se si trattasse della visione di una istantanea, della foto di un anno, di una generazione, di un popolo, di un dittatore.
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I libri consigliati da Piero Dorfles
Giornalista e critico letterario, é responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai per cui ha curato diversi programmi radiofonici di successo, tra cui Il baco del millennio.
Ha affiancato Patrizio Roversi e Neri Marcorè nella conduzione della fortunata trasmissione televisiva “Per un pugno di libri”.
I suoi libri sono dedicati al mondo della comunicazione televisiva e radiofonica, come Carosello e l’Atlante della radio e della televisione.
L’USIGNOLO DEI LINKE
Helga Schneider
Adelphi
Dopo Il rogo di Berlino e Lasciami andare, madre, Helga Schneider continua, con una lucidità e una fermezza al tempo stesso pietose e implacabili, a scavare nella sua memoria, che la obbliga a testimoniare atrocità esemplari del secolo appena concluso. Questa volta, assumendo su di sé il carico di un dolore non suo, ci trasmette il racconto affidato nell’estate del 1949 a lei bambina (a sua volta segnata dall’esperienza della guerra) da un piccolo profugo prussiano. Attraverso le parole di Kurt riviviamo così la tragedia delle centinaia di migliaia di tedeschi orientali che nell’inverno ‘44-’45, fuggendo davanti all’Armata Rossa che avanza da est, cercano di raggiungere i porti del Baltico e da qui, a bordo di una nave, la Germania Occidentale. Una fuga drammatica, in un freddo micidiale, per strade coperte di neve, fango e ghiaccio sulle quali i carri procedono con penosa lentezza tirati da cavalli allo stremo, mentre i profughi vengono decimati dalla fame, dalla dissenteria, dalle febbri.
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Il piccolo Adolf non aveva le ciglia – Helga schneider
Pubblicato il 08-06-2007 da admin in Recensioni dai nostri lettori
Helga Schneider è un’autrice tedesca che da molti anni vive a Bologna e scrive in italiano. La sua è una storia molto particolare: figlia di una fanatica nazista, viene abbandonata dalla madre che si dedica totalmente alla causa hitleriana. Solo poco prima della morte della donna, la rincontra ma non riesce a perdonarla per averla abbandonata e per aver seguito le idee di un uomo così crudele. Questo ultimo incontro ha fatto nascere il libro “Lasciami andare, madre” da cui è stato tratto anche uno spettacolo teatrale.
Nel libro qui recensito, l’autrice racconta invece la straziante storia di una donna cui viene sottratto il figlio, con la complicità del marito. L’unica “colpa” del bambino era quella di avere un lieve difetto che lo rendeva indegno non solo di chiamarsi Adolf, ma addirittura di vivere. Così si racconta dei finti ospedali in cui venivano portate le persone cosiddette “inutili” che qui venivano soppresse.
Un racconto terribile ed a tratti commovente, che ricorda le vittime sacrificate in nome di quell’assurdo, pazzesco ed allucinante ideale che era “la purezza della razza”.
Un testo che potrebbe essere adottato nelle scuole e che comunque, anche nella sua crudezza, serve a far riflettere un pò tutti.
Massimo Ricciuti
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1 Commento per “Il piccolo Adolf non aveva le ciglia- Helga Schneider”
Jun 14th, 2007 at 12:09 pm
durante la lettura mi dovevo fermare ogni tanto e “riprendere il fiato” per quanto grande è il male descritto..
bellissimo e straziante.
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La recensione de L’Indice
Recensione di Anna Chiarloni, L’Indice 1995, n. 8A
Il rogo di Berlino di Helga Schneider

A lungo rimosso, il tema delle sofferenze dei civili tedeschi nell’ultima guerra è emerso sul finire degli anni settanta nell’alveo di una rivisitazione soggettiva – e dunque meno ideologica – delle memorie familiari. Nell’immediato dopoguerra il giudizio morale sui bombardamenti di Dresda e Berlino si risolveva – anche da parte tedesca, come ricorda Stig Dagermann nel suo reportage “Autunno tedesco” (1946, trad. italiana Il Quadrante, 1987) – con una risposta che era al tempo stesso una definizione di responsabilità della Germania: “Tutto è cominciato a Coventry”. Ma nel 1983, con “Bruder Eichmann”, Reinhardt Kipphardt riproponeva il problema mettendo provocatoriamente sullo stesso piano la Shoah con i bombardamenti sui civili tedeschi e giapponesi: “atrocità simili”, in quanto “prodotto di un’ubbidienza acritica del singolo al sistema”. E la discussione non è certo chiusa, anche perché non può prescindere da una questione di fondo, relativa al “consenso”: se sia cioè possibile separare il “popolo” dall’organismo statale, e quindi dalla macchina bellica di un certo regime. Ora l’intensa testimonianza di Helga Schneider mette dolorosamente a fuoco l’intersezione tra individuo, storia nazionale e linguaggio offrendo nuovi elementi di riflessione.
Abbandonata dalla madre – nazista fanatica – nella prima infanzia, Helga conosce la rigida disciplina dei collegi hitleriani ma anche – grazie alle relazioni della famiglia – il privilegio di un soggiorno riservato alla gioventù ariana nel grande bunker della Cancelleria del Reich. Sono, queste, pagine assai interessanti perché da un’inconsueta prospettiva infantile il lettore viene immesso in quella sequenza di uffici, refettori, camerate e lavanderie che costituivano una sorta di città sotterranea in cui vivevano centinaia di persone al seguito del Führer. Ma Berlino è ormai in fiamme e gli ultimi anni della guerra Helga li vive sepolta in una cantina, con la matrigna e il fratello minore. Ora non c’è tregua all’angoscia e all’orrore. Non si tratta solo di fame e sete, di cimici e ratti. I bambini sopravvivono sottoterra tra gli escrementi e i cadaveri dei suicidi, o dei vecchi morti di stenti. Ricordate “Giochi proibiti”? Qui il fratellino di Helga dichiara tronfio: “Quando sarò grande voglio fare il bandito e uccidere tutti gli uomini”.
Poi arriva la primavera del 1945 e con lei i russi, spesso ubriachi, in cerca di orologi e di corpi di donne. Agguantata anch’essa, Helga viene risparmiata ma in quella cantina assiste alla violenza. Tra le ultime immagini: l’esile salma di un’amica più grande stuprata, rinchiusa in un armadietto da bagno e trasportata fuori dalla cantina, per poterle dare una sepoltura decente.
La rievocazione della Schneider, che dal 1963 vive in Italia, è recente. Che cosa l’ha spinta a ripercorrere quella tragica esperienza infantile? L’indagine sulla propria identità è alla base di molta letteratura autobiografica degli ultimi anni, ma nel lento emergere di queste memorie c’è il segno di una lacerazione ulteriore, successiva all’infanzia. Dopo la guerra, nel 1971, Helga Schneider riesce a rintracciare la madre a Vienna. Sopraffatta dalla gioia essa accorre, vuol capire, perdonare. Ma si trova di fronte una donna fiera del suo passato di SS, nostalgica del nazismo. Schiantata dalla delusione, Helga sfugge rifiutando ogni contatto.
La riflessione sul passato la scava dentro ma ci vorranno ancora vent’anni prima che la scrittura prenda corpo. Poi, in un’estrema negazione della lingua materna, Helga Schneider redige in italiano il memoriale della sua infanzia. La condanna del nazismo è ferma, severa. Il messaggio e limpido. Ma per il lettore resta inscritto nel cono d’ombra delle immagini di quei bombardamenti sulla popolazione di Berlino: “Bombe e fuoco. Fuoco e annientamento. Annientamento di cose, corpi, leggi, tradizioni e conquiste civili”.
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IL GAZZETTINO
Lasciami andare madre
“Splendida letterariamente è la rappresentazione di questo mostro materno incartapecorita, ma con ferocia avvinta alle proprie ragioni sul limitare della tomba.”Rolando Damiani
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IL GAZZETTINO
L’usignolo dei Linke
“Vi sono racconti che assomigliano a deposizioni giurate di un testimone, spettatore o a conoscenza di crimini da giudicare. Alcuni libri di Helga Schneider hanno documentato visivamente, per il tribunale della pubblica opinione, luoghi e personaggi della Germania naziasta, i cui dettagli sfuggivano all’indagine storica. (…) In una prosa di semplice compostezza, che dà al pathos della vicenda un tono veridico e scarno, Helga Schneider descrive un altro atto del dramma svoltosi sotto i suoi occhi e impresso nella sua memoria.”
Rolando Damiani
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Le scritture femminili della riconciliazione e del perdono o della mancata riconciliazione
di Annamaria Manna
6 Agosto 2007
Helga Schneider usa la scrittura per liberarsi da un passato ingombrante – figlia di una donna che ha abbandonato la propria casa per diventare guardiana nel campo di concentramento di Birkenau. I suoi libri autobiografici sono un disperato bisogno di dire per dimenticare: ricordare per dimenticare. La memoria si intreccia infatti con l’oblio, e la cultura è sempre il risultato di un compromesso dinamico tra ciò che permane e ciò che si perde: perdonare a una madre assente nell’infanzia e diventata un’anziana che continua a rimanere legata alla scelta compiuta. Come Helga stessa ha detto: “Vivo ancora con una non-storia tra me e una madre che non ho avuto. Sono cresciuta a Berlino con un’infanzia rubata, senza madre, con una matrigna che non mi voleva bene, le bombe, la miseria, la fame. Sono cresciuta rancorosa, infelice. Appena compiuti i 17 anni sono scappata di casa e non sono più rientrata. In Italia volevo lasciarmi alle spalle tutto. Ho cercato anche di fare a meno della madrelingua e mi sono rivolta alla lingua italiana con una passione incredibile.”
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Azione Cattolica italiana
Helga Schneider
Il rogo di Berlino
Adelphi
Addio Berlino!
“Il nodo si gonfia nel petto, mi soffoca. Berlino sta svanendo all’orizzonte, sprofonda in un velo di foschia. Sento un soffio di gelo, provo un senso di vuoto. I motori rombano, aguzzo lo sguardo: non vedo più niente. Getto un ultimo sguardo dall’oblò: non ho nulla alle spalle, e davanti solo l’ignoto.“
Dopo la nascita di mio fratello Peter, mia madre scoprì di aver sbagliato carriera. Ben presto si convinse che servire la causa del Fürher fosse più onorevole dell’allevare i propri figli”.
Una bambina abbandonata per seguire Hitler.
Helga Schneider, scrittrice austriaca che da decenni vive in Italia, e che ha così deciso di scrivere nella lingua del Paese che l’ha accolta, piuttosto che in quella del Paese che con tanta violenza l’ha rifiutata, racconta in questo libro nient’altro che la sua vita di bambina. Un’esistenza segnata non solo da quel terribile abbandono (che si ripeterà molti anni dopo quando la madre, ormai vecchia, le mostrerà con nostalgia la sua uniforme di guardiana di Birkenau), ma da mille altri eventi che avrebbero probabilmente distrutto ogni speranza di vivere una vita migliore. Dall’orfanotrofio alla visita nel bunker di Hitler, in una surreale ostentazione di opulenza, fino agli anni della guerra e dei bombardamenti, è la parte certamente più efficace dell’intero libro.
È un racconto che fa accapponare la pelle, ma che si legge tutto d’un fiato per la bravura di chi scrive. I mesi passati nella cantina del palazzo di Berlino, una città completamente distrutta dalle bombe, sono un esempio di alta letteratura, libera da ogni autocompiacimento e di qualsiasi forma di retorica. Quello che Helga vive, è vissuto anche dal lettore: la guerra, la distruzione, la morte, ma anche la voglia, la necessità, nonostante tutto, di esserci e di sopravvivere, per raccontarlo.
da “Il Bandolo della matassa” – Guida all’Attenzione Annuale1997-1998
del Settore Giovani di AC
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Helga Schneider
Portrait einer deutschen Schriftstellerin, die in Italien lebt
DI ELISA GRANDIS
Helga Schneider nasce in Polonia in un territorio all’epoca tedesco e cresce a Berlino che lascia nel 1948 per stabilirsi dapprima in Austria e poi, a partire dal 1963, definitivamente in Italia. Qui comincia la sua carriera di scrittrice che decolla definitivamente nel 1995 con la pubblicazione del libro Il rogo di Berlino.
Della Germania non conserva solo la “potestà”, ma anche le esperienze della sua infanzia e prima giovinezza, filo conduttore della sua ricchissima produzione letteraria. “Il rogo di Berlino”, debutto letterario della scrittrice, racconta della sua infanzia triste e solitaria in una città distrutta, Berlino. Abbandonata dalla madre, SS nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, Helga Schneider cresce con la matrigna instaurando con lei un rapporto molto conflittuale e sentimentalmente inesistente. Al lato più personale di questo libro se ne associa un altro, quello della testimonianza storica, poiché l’autrice rientra in quei gruppi di bambini ammessi nel bunker di Hitler nei mesi prima della capitolazione tedesca: l’ultima carta giocata dal ministero della propaganda per mostrare l’amore del Führer nei confronti del proprio popolo.
Il nazismo permea in toto l’esistenza di Helga Schneider tanto che nel romanzo Lasciami andare madre la scrittrice cerca di riallacciare i rapporti con la madre ormai molto anziana, ma indissolubilmente legata al suo passato nel Reich.
Nella breve intervista che segue la scrittrice assurge a emblema dell’incontro di due culture, quella tedesca e quella italiana, ponendole in diretto paragone.
Signora Schneider, quando lei era ancora una scrittrice in erba, coi proventi derivanti da un editore riuscì a fare un viaggio in Italia. Sa dirmi il perché della scelta di questa meta?
Avevo ricevuto da un piccolo editore un anticipo per un romanzo, che però non fu mai pubblicato perché la casa editrice chiuse i battenti. Con quel denaro desideravo solo esaudire un mio vecchio desiderio, quello di fare un viaggetto turistico in Italia. Proposi a un’amica di venire con me e partimmo. Tutto qui. Facemmo una tappa a Verona dove incontrai un ragazzo bolognese. Andammo a mangiare una pizza in tre, la mia amica, lui ed io. Ripartendo lui disse: «Sulla via del ritorno fermati a Bologna, voglio presentarti alla mia famiglia». Dopo Roma partii per Bologna, ma non ripartii più per Vienna. A Vienna non mi aspettava nessuno, ero in rottura con mio padre e la sua seconda moglie. A Bologna trovai una famiglia numerosa che mi accolse con calore.
E da allora non se n’è più andata, complice anche l’incontro con colui che divenne poi suo marito. Ma, oltre a questo, che cosa l’ha spinta a rimanere in Italia?
L’Italia mi piacque subito per le sue abitudini, la sua mentalità, la sua cucina, la sua lingua. Volli subito imparare l’italiano per poterlo scrivere. Nel giro di pochi anni cominciai a collaborare con dei giornali italiani come “Il resto del Carlino” e molti altri.
Lei si definisce una scrittrice “bolognese”. Il sentirsi così profondamente italiana può essere interpretato come un allontanamento dalla sua terra d’origine, la Germania?
Sono diventata bolognese, ma sono anche Slesiana, dove sono nata, tedesca, austriaca, ho parenti in Ucraina e nella ex Boemia. Sono un ibrido senza vere radici.
Partendo dalle sue esperienze personali, quali sono i pregi e i difetti di queste due culture a confronto?
Per me gli italiani sono l’opposto dei tedeschi. Me ne accorgo quando vado in Germania. Ma apprezzo i pregi e le virtù di entrambi i popoli. In Germania, ad esempio, sono rimasta letteralmente senza parole vedendo con quale impegno civile i tedeschi adempiano alla raccolta differenziata dei rifiuti. Credo che in Italia ci metteremo ancora anni per arrivarci…
Quali sono le sue idee in fatto di politica, quali diversità fra Italia e Germania le piacciono o le procurano fastidio?
Io mi considero solo una scrittrice e non mi sento in grado di dare pareri di politica nazionale o estera.
Oggi come ai tempi del Reich chi possiede i mezzi di comunicazione esercita un grande potere e cioè quello di indirizzare le opinioni degli utenti. Già Heinrich Böll in “L’onore perduto di Katharina Blum”, ad esempio, lancia un monito sulla manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei media. Qual è la sua opinione in proposito, essendo lei stessa “operatrice” nella comunicazione?
Vengo spesso invitata alla televisione italiana ma, rendendomi conto della responsabilità che ho nel momento in cui esprimo un’opinione su una questione politica, etica, morale ecc., mi esprimo solo se sono assolutamente certa di essere competente in materia. Spesso infatti non lo sono e lo dico. E taccio.
Ringraziamo la signora Schneider per la breve intervista accordataci con gentilezza e le auguriamo in bocca al lupo per le sue prossime pubblicazioni.
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L’OMBRA DELLA MADRE E LO SGUARDO DI HITLER
Intervista ad Helga Schneider, scrittrice e testimone di una vita nella Storia
di Alessia Ghisi Migliari
Il titolo ha una forza che vibra.
Dovrebbe essere così per un libro – ma non lo è quasi mai.
Lasciami andare, madre.
E ti immagini un gesto violento, che trattiene e frena – frena per ogni giorno a venire.
Mamma è quella che di solito ti dice che la vita è bella e non sarai sola eccetera.
Qui invece, fra le pagine, paradossalmente, non si racconta di un genitore che non ti vuole lasciare andare, ma che ti lascia e basta.
E così non sei più libera.
Helga Schneider, che vive a Bologna dal 1963, é una scrittrice, ma é anche un’artista grafica, come si vede nel suo sito helgaschneider.com. In realtà, dietro di lei, una storia lunga e complicata e, malgrado tutto, vincente (ammesso che in guerra ci siano vincitori).
Quando aveva appena quattro anni, lei e il suo fratellino sono stati abbandonati dalla madre, mentre il loro padre era al fronte, e per un certo periodo hanno goduto della presenza serena e affettuosa della nonna, venuta dalla Polonia per stare con loro, a Berlino.
Poi è arrivata una matrigna, che alla piccola Helga non era per nulla affezionata, e che quindi ha preferito farla internare in collegi rieducativi per bambini difficili – soprattutto lontana da sè.
E c’era la guerra e il nazismo e, quando la sconfitta tedesca si è avvicinata, sono arrivati la fame e la paura, e il buio degli scantinati dove si nascondeva la gente comune, le donne e i bambini e i vecchi.
Non un’infanzia degna del nome, su questo non si discute.
Ci sono stati i cadaveri per strada, e i russi inferociti che si sono rifatti sulla popolazione inerme restituendo ciò che le armate di Hitler avevano fatto in precedenza al popolo sovietico : questioni senza fine.
E poi il dopoguerra : generazione sfortunata. Helga e la famiglia sono rimpatriati in Austria, paese di origine del padre – ma anche lì la matrigna ha ottenuto che la ragazzina venisse mandata in collegio, e alla fine quello sarà il suo posto fino ai sedici anni. Dopo, la giovane ha deciso che è meglio camminare con le proprie gambe, cercare un luogo per lei, e, appena diciassettenne, ha lasciato il “nido”, è andata a vivere a Salisburgo, si è mantenuta agli studi e già sapeva di voler scrivere, già lo faceva.
E da Vienna, dove si è trasferita, grazie all’anticipo di un libro che non sarà mai pubblicato parte per un viaggio alla volta dell’ Italia, incontra il futuro marito e indietro non torna più.
Nel 1971 é una giovane moglie e decide di trovare sua madre, quella che è andata via moltissimo tempo prima, e che nessuno le ha spiegato perchè.
Sta a Vienna, e lì la raggiunge, vuole conoscerla, farle incontrare il nipotino, cose ovvie.
Ed è allora che la storia si riempie dove c’erano i vuoti : la mamma partita era una fervente nazista, un’ausiliaria delle Waffen SS, che aveva lasciato i suoi piccoli per seguire il proprio credo e diventare una guardiana al campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau.
Non che si possa immaginare che significhi questa confessione. Ma il fatto è che la donna che l’accoglie in Austria non ha alcun pentimento di quel passato, di cui ormai si sa molto.
Anzi : percepisce la propria esistenza come spenta, dopo la caduta di Hitler.
Non un dubbio, niente.
L’incontro dura poco, Helga se ne va.
E passano altri ventisette anni prima che avvenga l’ultimo faccia a faccia con questa madre, ormai anziana: è il 1998, ma ancora nulla è cambiato, nessun ravvedimento, nessun riavvicinamento.
E non è che tu da fuori possa immaginarti che significhi, questo, ma lo puoi leggere, perchè Helga la scrittrice trova quel titolo, quello che vibra (Lasciami andare, madre, Adelphi, 2001 ), e racconta di sè, di questa mamma che se ne è andata, e così non la potrai mai lasciare, rimane un’ombra, per ciò che non è stato e ciò che ha fatto – lei, non tu.
Helga, che sempre scrive, oggi ha successo, è tradotta, conosciuta. Tra letteratura e testimonianza, é così che la presentano ai convegni, alle conferenze, quando incontra gli studenti nelle scuole, perché per lei “la testimonianza storica é un dovere”, come diceva già Primo Levi.
E da questi ricordi scomodi, aguzzi, nascono molte delle sue opere, che affrontano ognuna una tematica spesso poco nota del nazismo, come ad esempio “Il piccolo Adolf non aveva le ciglia” (una riedizione che uscirà nel gennaio 2007 con Einaudi), o l’ultimo, che racconta del suo veloce e incisivo incontro con Hitler, avvenuto nel bunker del Führer, in una Germania prossima alla disfatta.
“Io, piccola ospite del Fuhrer” (Einaudi), è infatti l’evocazione proprio di quell’episodio, di quei luoghi senza luce, a pochi passi dalla sconfitta – Helga, una bambina “privilegiata” (dicevano), che grazie ad una zia acquisita riesce a trascorrere due giorni in quella prigione sotto terra e “riempirsi finalmente la pancia”, cosa diventata ormai impossibile nella Germania affamata.
Allora provi a contattarla, questa donna che ha tanto da dire, anche se pensi che mica è facile.
E invece trova il tempo di risponderti e rispondere alle tue domande, anche se magari l’ha già fatto parecchie volte.
E ti parla di un senso di colpa come se fosse qualcosa di suo, come se si potesse accusare i figli di ciò che han fatto i genitori – è una cosa che sorprende, davvero come un legaccio, che non si scioglie.
Ma, visto che se ne ha la possibilità, meglio lasciare alle sua parole lo spazio che devono avere.
1) Signora Schneider, leggendo alcuni suoi libri appare nettamente, sullo sfondo, l’enorme solitudine di una bambina e una ragazzina che si è trovata negli sconvolgimenti della Storia e di una famiglia altrove. Lei è nata in Polonia nel 1937, e nel 1941, mentre lei e il suo fratellino eravate ancora piccolissimi, vostra madre vi ha lasciato, vostro padre era a combattare. Non esiste nella sua mente, così incredibilmente giovane, almeno un ricordo gentile di questa mamma che voleva altro?
Non ho nessuno ricordo gentile o affettuoso di mia madre.Nessuno.
2) Per qualche tempo la sua infanzia è stata consolata dalla presenza della nonna paterna, semplice, severa ed affettuosa. Quando però suo padre si è risposato, la sua matrigna, non avendo alcuna affezione per Helga, l’ha istituzionalizzata in diversi collegi. Eppure è stata la direttrice di uno di questi luoghi, a parlare di razzismo in un’ottica fino ad allora sconosciuta. Al punto che forse fu anche il suo insegnamento a permetterle di guardare con occhi diversi Adolf Hitler. Cosa le diceva quella voce così inusuale per emergere sopra tutte le altre con tanta forza?
La direttrice del mio secondo collegio diceva l’esatto contrario di quanto prima avevo sentito attorno a me, di quanto dicevano la radio, gli altoparlanti in giro, l’invadente e onnipresente propaganda. Lei diceva che il Führer era un cattivo soggetto, che era un razzista e che definiva gli ebrei esseri inferiori. Io naturalmente ero confusa, non capendo bene se dovevo credere a Mutter Heinze o alla propaganda.
3) Lei ha ripetuto più volte che eravate infarciti da una cultura e un indottrinamento votati all’antisemitismo. Erano i nemici, erano inferiori. Lei conosceva, da piccola, compagni o amichetti ebrei?, anche per la piccola Helga erano nemici?
Ho cominciato ad andare a scuola nel 1943 e all’epoca difficilmente c’erano ancora bambini ebrei nelle scuole tedesche.
4) I suoi primi anni sono stati durissimi. Ha anche conosciuto, al di fuori di una dolorosa situazione familiare, il dramma della fame e della povertà nella Berlino distrutta dalla guerra, lunghi periodi nel buio delle cantine. La gente credeva ancora che il nazionalsocialismo ne sarebbe uscito vincitore?
Dopo la disfatta di Stalingrado il popolo tedesco (tranne gli irriducibili, i fanatici), aveva capito che la guerra era perduta e che forse prima o poi anche il nazionalsocialismo sarebbe crollato. Ho sentito mugolii in questo senso, ma in realtà era pericoloso pronunciare questi pensieri in luoghi pubblici, e la gente aveva paura di esprimerli perfino in seno familiare o tra amici, sospettando ovunque la possibile infiltrazione di qualche spia o informatore della Gestapo.
5) Nel suo ultimo libro, Io, piccola ospite del Fuhrer (Einaudi, 2006) racconta della sua esperienza come piccola ospite nel bunker di Hitler, del breve e incisivo incontro con questo uomo, che non era quello che si era immaginata e che invece si è trovata, lì, in quel luogo buio. Eppure il suo sguardo era diverso dalla sconfitta che aleggiava dovunque. Cosa c’era di così convincente e “diabolico” in quello sguardo?
Hitler aveva senza alcun dubbio uno sguardo particolare, magnetico, penetrante. Era un uomo dall’indubbio carisma, ma esistono carismi usati a fin di bene, e carismi usati a fin di male. Hitler ha usato il suo a fin di male.
Quando l’ho visto per quei pochi minuti, il suo sguardo – malgrado attorno a lui tutto sapesse di sconfitta e morte – mi era parso fermo e autoritario. Ma forse era anche lo sguardo dell’uomo che ormai viveva in un mondo tutto suo rifiutando la realtà dell’evidente prossima sconfitta che al contrario quasi tutti attorno a lui sentivano, avvertivano sicuramente con paura e angoscia. Tutti temevano soprattutto la reazione e la vendetta dei sovietici.
6) Lei ha anche coraggiosamente affrontato il tema della violenza dell’invasione russa in Germania, violenza che si è rivolta verso i cittadini e che troppo spesso è stata taciuta. Secondo lei perchè?, perchè i tedeschi erano visti tutti come “cattivi”?
Naturalmente non tutti i tedeschi erano cattivi né considerati cattivi dai russi, loro sapevano bene che nelle cantine delle città devastate vegetavano anche donne, bambini, vecchi e malati innocenti, ma la Germania di Hitler aveva arrecato immani sofferanze all’Unione sovietica, e quando l’Armata Rossa si era trovata finalmente sul suolo tedesco, nessuno era riuscito a frenare la cieca sete di vendetta di buona parte dei soldati russi.
7) Dopo la guerra lei ha lasciato la Germania, ma i rapporti con la sua famiglia non sono migliorati, e quindi, appena diciassettenne, è andata a vivere da sola e si è mantenuta, creandosi una nuova vita a Salisburgo e poi a Vienna. In questa vita già c’era la scrittrice, e anche se sarebbero occorsi anni alla sua affermazione, fu proprio il denaro del primo anticipo di un libro, che non sarebbe mai stato pubblicato, a permetterle di venire in Italia, dove ha conosciuto suo marito e dove si è trasferita. Com’era per una tedesca vivere in Italia, 40 anni fa?, permanevano i luoghi comuni e gli strascichi emotivi di una guerra ancora un pò vicina?
Vivendo in Italia dal 1963 non ho avvertito alcuno strascico della Seconda Guerra Mondiale. Ho sentito al contrario un popolo vivo e in qualche modo determinato a riconquistare di nuovo il benessere. Tutti compravano tutto con le cambiali e i diciottenni non storcevano il naso quando, chiedendo a papà in prestito la macchina per portare a spasso la propria ragazza, questa macchina non era una veloce BMW ma solo un’umile Seicento. C’era ancora la gioia delle piccole cose, delle cose modeste. Questo si é perso. Oggi c’é il culto del superfluo e le nuove generazioni ne sono state contagiate.
Lei ha osservato che non è tollerabile continuare a far pesare colpe sui tedeschi, dopo tanto tempo, colpe di cui ben pochi sono responsabili, soprattutto fra le generazioni attuali. Eppure ha anche fatto notare che secondo lei non era possibile che i tedeschi, allora, non sapessero, come spesso è stato sostenuto. Per lei, la maggioranza della popolazione, sapeva ciò che stava accadendo a milioni di persone?, o erano idee vaghe, rifiutate?
La maggior parte della popolazione non sapeva cosa succedeva a milioni di ebrei, ma nello stesso tempo troppi sapevano, ad esempio le centinaia di migliaia di persone che avevano contribuito a costruire e a far funzionare i Lager, le camere a gas, i crematori…. Naturalmente sapeva anche il gran numero di guardiani, cuochi, elettricisti, sorveglianti, nonché i medici che compivano sedicenti esperimenti sulle cavie dei campi. Insomma, un esercito di “volonterosi carnefici” regolarmente stipendiati per collaborare allo sterminio di prigionieri, ecclesiastici, zingari, omosessuali ed ebrei era perfettamente a conoscenza di quanto avveniva nei campi di concentramento nazisti.
9) Nel 1971 è riuscita a scoprire a Vienna quella madre di cui non sapeva nulla, perchè suo padre non le aveva mai detto niente del motivo della sua “partenza”. Scopre così che sua madre faceva parte della Waffen SS e che era stata sorvegliante ad Auschwitz-Birkenau, ma soprattutto che non aveva modificato la sua visione della vita, assolutamente, anzi. Rimaneva in lei il dolore per la caduta di Hitler, e l’orgoglio per la sua appartenenza nazista. L’incontro fu breve. Come poteva difendere un’ideologia così terribile, dopo tanto? La propaganda, la realtà di allora potevano averla resa cieca, ma dopo tanto, nemmeno una piccola revisione, di fronte ai ricordi delle atrocità del campo di sterminio?
La fede nel nazionalsocialismo é rimasta incrollabile in mia madre fino alla sua morte. Ma non era la sola: credo che Priebke, ad esempio, sia ancora convinto di aver ubbidito solo a ordini superiori e inevitabili. Esattamente come mia madre.
10) Com’è cambiata la sua vita, scoprire che quella madre sparita era in realtà un membro attivo del nazismo?
La mia vita non é cambiata, ma era cambiato qualcosa dentro di me. Sentivo una sorta di colpa riflessa per il passato di mia madre, e lo sento ancora.
11) Sua madre fu condannata a sei anni da un tribunale degli alleati, ma ne scontò solo due perchè collaborò. In una specie di dossier veniva definita come “bugiarda, fanatica, infida”. Per quel poco che l’ha conosciuta, nemmeno un aggettivo buono può venir fuori? Non mostrò nemmeno per un piccolo momento un pò di dispiacere per essersene andata?, per aver angariato i prigionieri?
No. Mia madre non si é pentita di nulla. Nemmeno per aver abbandonato due bambini piccoli al proprio destino.
12) Nell’incontro seguente, nel 1998, sua madre, ormai anzianissima, permaneva nella propria ideologia, e lei disse di essere rimasta ancora più sconvolta del primo incontro. Sperava che si fosse ravveduta, addolcita?, almeno un poco?, o che si fosse resa conto che quelle persone, nei campi, non erano “sporchi ebrei”, ma, appunto, persone?
Si, in fondo speravo che si fosse pentita, che – seppure tardi – si fosse svegliato in lei un sentimento materno; una parvenza di dolcezza materna. Ma fu una speranza vana.
13) Lei non crede che per tante persone, essere rimaste legate al credo nazista anche dopo aver visto quanto avevano fatto, possa dipendere da una questione di sopravvivenza? Insomma : vivere per una filosofia in maniera totale, e poi scoprire che quella realtà era assassina oltre ogni immaginazione. Ammetterlo non potrebbe significare perdersi?, avere sbagliato tutto? Per sua madre non poteva essere così?
Non so che cosa possa determinare un fanatismo ad oltranza alieno a ogni ragionamento. Forse é proprio così: se mia madre avesse capito quanto era stato criminale il regime di Hitler, forse sarebbe scivolata in una sorta di pazzia. Non lo so.
14) Mi sembra di notare un paradosso. Il regime nazista diceva alle donne che il loro compito era essere buone mogli e madri. Malgrado il bisogno distorto di potere, sua madre non sarebbe stata più aderente al credo nazista rimanendo al fianco della propria famiglia, visto che questo era quello che si chiedeva a una buona tedesca nazionalsocialista?
Il nazismo diceva tutto e il contrario di tutto. Da un lato propagandava l’unione della famiglia, dall’altro faceva di tutto per disgregarla e convertire tutti i suoi membri: madri, padri e figli fino dagli 8-9 anni all’ideologia nazionalsocialista. Ogni componente familiare doveva iscriversi a un’associazione nazista e farne attivamente parte. Perciò, essendo tutti occupati in diversi orari, la famiglia non aveva quasi più la possibilità di incontrarsi a casa propria.
15) Lei ha avuto la forza di lottare per avere una vita piena e di successo, malgrado i molti dolori. E ha accettato il compito, sicuramente doloroso, di testimoniare. Ormai è famosa, e le sue parole giungono ovunque. Malgrado lo senta come un dovere, non ha mai pensato di lasciare da parte la “testimone” per far posto solo alla “scrittrice”, che esiste da sempre e che magari è stata messa in ombra dal suo vissuto?
Io desidero fortemente scrivere un puro romanzo, e ci sto provando. Ma la mia carriera va avanti con una specie di Leitmotiv che si chiama: Helga Schneider fra letteratura e testimonianza. E’ vero, ormai me ne sento un po’ prigioniera.
16) Con la cultura che c’è oggi in Occidente e i mezzi di comunicazione di cui disponiamo… può tornare un altro Hitler?
Malgrado la cultura e i potenti mezzi di comunicazione, il mondo potrebbe essere coinvolto in una sciagura forse ancora peggiore del regime nazista
“Resisti agli inizi”, diceva Cicero.
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INTERVISTA A HELGA SCHNEIDER
A cura di Franco Romanò
D.: Signora Schneider, vorrei partire dal suo ultimo romanzo L’usignolo dei Linke. In questo libro, oltre che offrirci una testimonianza di grande intensità su una tragedia collettiva rispetto alla quale però molti altri libri sono stati scritti e da diversi punti di vista, lei solleva un velo su uno dei tabù più difficili da trattare: la violenza dei soldati dell’Armata Rossa verso la popolazione civile tedesca in fuga dalle province orientali. Pochi hanno avuto questo coraggio, anche se ci fu chi come Brecht, denunciò da subito tale comportamento e, recentemente, anche Gunther Grass. Quanto le è costato questo coraggio?
R.: E’ vero: il tema dei brutali atti di rivalsa compiuti dai soldati dell’Armata Rossa nei confronti della popolazione civile tedesca residente nelle allora province orientali del Reich tedesco, e la conseguente fuga di circa 14 milioni di disperati di cui moltissimi morirono in condizioni orribili e disumane tra cui bambini e neonati, è stato per decenni una specie di tabù. Si temeva che si arrivasse a pareggiare in qualche modo i crimini nazisti commessi sul suolo dell’Urss con quelli dell’Armata Rossa commessi sui civili tedeschi sul territorio del Reich. La Germania, si ripeteva, doveva prima fare i conti con i crimini e genocidi commessi durante la Seconda Guerra Mondiale nei confronti di molte nazioni e popoli non solo in Unione sovietica, ma anche nei confronti di altri paesi. E così sulla tragedia dei civili della Germania orientale, che avevano perso la patria, tutti gli averi, e avevano contato milioni di morti, per diversi decenni era stato steso un velo di silenzio. Solo ora si comincia, in Germania, ad affrontare questa annosa tematica che, ad ogni modo, tedeschi e sovietici hanno in comune. Una questione che prima o poi dovrà essere elaborata da entrambe le parti.
D.: Nei suoi romanzi e nelle sue testimonianze ci sono molti bambini, lei stessa era una bambina quando dovette assistere agli orrori di cui parla. Sono bambini che hanno dovuto crescere molto in fretta, eppure mi sembra che il suo sforzo, da un punto di vista narrativo, sia stato quello di recuperare per quanto possibile l’innocenza e talvolta persino l’ingenuità di quello sguardo. E’ così?
R.: Nei miei libri autobiografici e/o testimoniali compaiono spesso i bambini perché io stessa vivevo da bambina sotto la dittatura totalitaria, antidemocratica e terroristica di Adolf Hitler nonché sotto la sua guerra; quello nazista è stato un regime che negò a me e alla gioventù tedesca il diritto all’infanzia. Nelle mie memorie tento di ricostruire anche i miei sentimenti di allora. Scrivendo i miei testi e calandomi full immersion nel passato, ho molto sofferto, e non lo dico per catturare simpatie. Rivangare, ossia frugare in antichi dolori e angosce, fa male. E’ come riaprire vecchie ferite. E’ vero, tento anche di recuperare il mio sguardo innocente di quell’epoca, anche se si tratta di uno sguardo ferito. Come tutti gli sguardi dei bambini di guerra; le guerre di allora e le guerre attuali.
D.: Veniamo ai due protagonisti de L’usignolo dei Linke, Kurt e lei stessa, Helga. A volte, in un romanzo autobiografico, l’autore sceglie di cambiare il nome al personaggio, lei invece ha voluto mantenere quelli veri. Perché? E cosa ha comportato questo per la scrittrice Helga Schenider rispetto al personaggio di Helga.
R:. Rispettando la privacy del vero Kurt e la sua famiglia, ho naturalmente usato uno pseudonimo. Per quanto riguarda il mio nome, fin da Il Rogo di Berlino, libro autobiografico uscito nel 1995 da Adelphi, ho usato il mio vero nome e cognome. Lo devo ai miei lettori.
D.: Il romanzo è costruito a mosaico, vi sono dei cambi di tempo, flash back, cambiamenti di registro linguistico e brani di vera e propria saggistica storica. Preso nel suo insieme il libro è composto con una tecnica che definirei cinematografica; oppure lei ha semplicemente seguito la sua memoria, che procede in questo modo zigzagante?
R.: Mi ripetono spesso che i miei libri hanno un impianto cinematografico, forse perché in gioventù ho frequentato un corso di recitazione e regia. Gli inserti storici, soprattutto ne L’usignolo dei Linke, sono necessari per illustrare entrambe le posizioni, sia quelle delle armate naziste (invasione, stupri, massacri), sia quelle delle Armate rosse (avanzata verso Berlino, odio e sete di vendetta accumulati in anni di lotta contro l’invasore nazista ecc.); non per giustificare (ad esempio le barbarie dell’Armata Rossa nei confronti dei civili tedeschi), ma per descrivere entrambi i lati di una stessa medaglia.
D.: Veniamo a Lasciami andare madre. Ciò che più mi ha colpito di questa testimonianza è l’impossibilità di fare giustizia per crimini così grandi come quelli compiuti nei campi di sterminio, senza assumere in qualche modo la parte del giustiziere, altrettanto spietato. C’è un passaggio del suo libro in cui lei dice chiaramente di rendersi conto che stava torturando sua madre con le sue domande insistenti su ciò che aveva fatto come guardiana nel campo di Birkenau: una vecchia signora novantenne, per giunta! E’ tornata a pensare a questo dopo che il libro è uscito?
R.: Sì, ho ripensato spesso al duro interrogatorio che nel 1998 ho fatto a mia madre quasi novantenne. Ma penso che leggendo Lasciami andare, madre, si comprenda benissimo il meccanismo e la dinamica che avevano sortito quell’interrogatorio. Successe dopo ciò che nel libro ho chiamato la svolta. Il libro contiene una spaccatura provocata dal contegno di mia madre. La spaccatura ha prodotto la svolta, che ha dato inizio all’interrogatorio.
D.: Le sue sono testimonianze tragiche in un secolo che ha conosciuto molte tragedie ma poche opere tragiche. Come se lo spiega da scrittrice?
R.: Un secolo che è stato caratterizzato da guerre, dittature scellerate, da grandi e dolorosi flussi migratori forse ha voglia di dimenticare e quindi produce più opere liete che drammatiche. Per fortuna ci rimangono sufficienti creatori di opere che si assumono il compito di non far dimenticare certi eventi storici. Il nostro presente è fatto del nostro passato. Volerlo ignorare comporta dei pericoli. Uomo avvisato è mezzo salvato. Conoscere il passato è una forma di prevenzione. Bisogna sapere di quali mali hanno sofferto i membri di una famiglia per potere in qualche modo prevenire il ripetersi degli stessi mali nelle nuove generazioni.D.: Ciò che colpisce dei suoi libri e anche del modo in cui lei si presenta in pubblico è il rigore di una testimonianza che denuncia con grande determinazione le sofferenze del popolo tedesco senza scivolare mai in una forma anche lontana di revisionismo. Ho notato che lei ci tiene particolarmente a sottolineare questo aspetto e ricordo che alla Feltrinelli, durante la presentazione del libro, lei sottolineava proprio questo e cioè che il regime nazista fu il primo responsabile anche delle sofferenze del popolo tedesco e nel suo ultimo libro ci sono ampie testimonianze di questo. Mi chiedo che impatto ha avuto la sua opera in Germania, e se qualcuno fra gli storici revisionisti più moderati, penso a un Nolte, hanno cercato di entrare in rapporto con lei.
D.: Tengo moltissimo a spiegare che non tutti i tedeschi dell’era hitleriana erano per Hitler, erano fanatici nazionalsocialisti o volevano che tutti gli ebrei venissero non cacciati dalla Germania, ma uccisi. Un popolo non è mai omogeneo. Un popolo non è mai del tutto il suo Stato. E così non si possono giudicare i tedeschi di allora in modo categorico: tutti per Hitler, tutti delle SS, tutti antisemiti, tutti apologeti della guerra. E tengo a spiegare un’altra cosa: che buona parte del popolo tedesco, malgrado si sia trovato dalla parte dell’aggressore Hitler, ha molto sofferto sia sotto la dittatura nazista, sia sotto la guerra. Alla fine della guerra, chi usciva dalle cantine (noi), non avevamo proprio nulla della razza superiore che avrebbe dovuto dominare il mondo, ma eravamo solo misere, denutrite e sporche ombre.
Il mio Lasciami andare, madre, in tedesco Lass mich gehen, ha avuto un successo straordinario in Germania. Forse perché in Germania tutto ciò che rievoca l’epoca del nazismo suscita ancora grande interesse. Hitler rappresenta per i tedeschi una ferita non ancora guarita. Di questo sono convinta.
D:. I suoi romanzi trasmettono una grande fiducia nel potere catartico del racconto e della parola. Non mi riferisco solo al fatto che lei scrive romanzi, ma che essi sono pieni di personaggi che raccontano, raccontano in continuazione. Mi domando se la catarsi possa diventare un modo di gestire la giustizia nel caso di crimini così grandi e che implicano un numero altissimo di responsabili. Nel farle questa domanda penso a un caso concreto e cioè la decisione del Governo Sudafricano di Mandela di processare i responsabili dei crimini durante il regime di Apartheid chiedendo loro di dire semplicemente la verità restituendo alle loro vittime o ai congiunti la dignità che era stata loro tolta. Mi sembra che in questo caso Mandela abbia scelta il valore restitutivo del racconto piuttosto che la certezza della pena. Cosa ne pensa?R.: Non credo nell’assoluto potere catartico del racconto, della parola, del ricordare, del testimoniare, ma credo che il racconto, la parola, la testimonianza possano favorire un maggiore approfondimento delle realtà storiche, possano eliminare luoghi comuni stabiliti dalla ricerca storica della quale a volte mancano le autentiche fonti, possono umanizzare la storia, quella con la “S” maiuscola. Quando racconto agli studenti come vivevamo noi bambini sotto Hitler e la guerra in una Berlino che un tempo era una capitale aperta, all’avanguardia, splendente e piena di voglia di vivere, quando racconto che vivevamo come i topi nascosti in miseri buchi privi di quelle cose che avrebbe dovuto garantire un paese civile, cioè acqua potabile, gas per cucinare, elettricità, assistenza medica; mentre invece eravamo in preda al terrore, alla fame, ai pidocchi e alle cimici, fanno fatica a crederci. Perché nei libri di storia non esistono nozioni raccontate “dal basso”. Molti insegnanti possono confermare che i miei racconti dal vivo lasciano sempre un seme importante negli studenti.
D.: Un’ultima domanda, signora Schneider. Lei a Milano, durante la presentazione del libro, ci disse che il 79% dei tedeschi, i giovani in particolare, sono stanchi di sentirsi rimproverare colpe che non hanno nemmeno potuto commettere. A me pare che non sia soltanto il popolo tedesco ostaggio di un passato che non passa, ma l’Europa intera, che non può pagare in eterno i crimini commessi da un regime; non pensa che su questo gli intellettuali europei, gli scrittori, dovrebbero avere più coraggio e meno sudditanza rispetto a sensi di colpa indotti?
R.: Sì, trovo assurdo e ingiusto che la Germania non riesca a scrollarsi di dosso i sensi di colpa indotti derivanti dai dodici anni di nazionalsocialismo. Ma sono anche convinta che è giusto e indispensabile che i giovani studino il nazismo così come si studia Napoleone e la Rivoluzione francese. Ma le generazioni nate dopo Hitler, e perfino la mia, sono nata nel 1937, quindi non ho potuto votare per il Fuhrer, non possono essere accusati di alcunché. Studiare la storia con equilibrio, analizzandola, ma senza doversi sentire coinvolti e accusati, questo mi auguro per gli studenti tedeschi. La Germania è un paese indubbiamente civile e democratico e stantie accuse non fanno che allontanare i giovani dalla nostra recente storia europea: che devono sapere e studiare. Il resto talvolta è mera strumentalizzazione politica.
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Lasciami andare, madre
Di Helga Schneider
Adelphi
Le testimonianze sui crimini del nazismo sono molte, chi vuole conoscere quegli orrori non ha che da leggere. Quasi tutte le testimonianze sono raccontate da coloro che l’olocausto lo hanno subito: gli ebrei. Quasi tutte le testimonianze sono sconvolgenti. Ma quando è la figlia di una kapò nazista, una bambina di cosiddetta “razza ariana” a dirci della sofferenza che sua madre, invasata di Hitler, le ha inflitto con convinzione, l’orrore assume un aspetto diverso e si fa universale: i nazisti sono stati carnefici della loro stessa prole.Helga Schneider, ottima scrittrice ancorché voce civilmente impegnata, in Lasciami andare, madre narra una storia vera: quella del difficilissimo rapporto con la mamma, ombra distruttiva dalla quale – come il titolo fa pensare – non riesce a staccarsi. Cresciuta in Germania fra parenti al servizio del terzo reich, il padre un pittore di origine polacca, Helga Schneider all’età di quattro anni, insieme al fratellino di pochi mesi, viene abbandonata da colei che l’ha generata perché decide di dedicare la propria vita alla causa: lo sterminio degli ebrei. La madre di Helga, scelta proprio per la durezza e la fanatica determinazione, si arruola per diventare guardiana nei lager tristemente più famosi: quelli dove i medici facevano esperimenti sulle donne, quelli nei quali si gasavano i bambini. Dopo la guerra processata per crimini nazisti non rinnegherà il suo credo.
Helga rivedrà sua madre un paio di volte. A ventisette anni, quando fuggirà inorridita da ciò che lei avrebbe voluto regalarle: una manciata di preziosi sottratti agli ebrei uccisi. A cinquantasette, in un pensionato per anziani a Vienna, dove la madre novantenne, ridotta ormai a un mucchietto di ossa bramose di protezione, non vorrebbe più lasciarla andare.
In questo incontro Helga Schneider ripercorre con angoscia la sua infanzia: esperienza che non vi riassumiamo ma che vi consigliamo di conoscere per la forza morale e il talento dell’autrice. Autrice tedesca che, a causa della sofferenza, confessa di aver dimenticato la propria lingua.
La Schneider vive in Italia, dove insieme a Lina Wertmueller, dall’omonimo dramma, ha tratto un adattamento teatrale.
Bruna Alasia
A volte è davvero impossibile riuscire a capire, a comprendere. Perché. Perché. Perché alcune cose possono accadere, perché sempre l’odio, la rabbia, la cattiveria, la voglia di potere guidano le azioni dell’uomo. Perché. Conoscere diventa così necessario, anche se poi mi viene da chiedere se sia anche utile. Da sempre si dice che conoscere gli errori e gli orrori degli uomini prima di noi possa aiutarci a non commetterli di nuovo. Ma poi è la stessa storia a confutare tutto questo. Non impariamo mai nulla in realtà. Mai nulla cambierà. Eppure conoscere è necessario. Per alimentare quella debole fiammella, quella debole speranza che forse un giorno riusciremo anche ad imparare dai nostri errori del passato.
Helga Schneider semplicemente ha voglia di raccontare. Di ricordare. Di capire. Ed è brava, straordinariamente brava. I suoi libri sono sempre necessariamente tragici, drammatici, ma anche sorprendentemente lievi a tratti, poetici. E questo fa ancora più male. Il male mischiato al bene. Attimi normali, semplici, di vita di tutti i giorni. Semplicemente poetici. E poi all’improvviso il male, il suo ricordo, arriva improvviso. Inquina la poesia. Ci ricorda l’incredibile follia dell’uomo. La sua cattiveria, sempre senza fine. È sempre la memoria la protagonista dei suoi libri. Sempre in doppio livello che si intreccia, che si confonde. La memoria delle persone, delle singole persone, compressa la sua, di quando era appena una bambina negli ultimi anni del nazismo, nei primi anni di tutto quello che venne dopo. E la Memoria, la memoria collettiva, la storia, il ricordo. Un passato tragico, orribile. Con tante ferite ancora oggi aperte e dolorose. Un passato che si vorrebbe dimenticare, ma che invece si deve ricordare sempre. Non per farne occasione d’odio o di vendetta, si ricadrebbe nello stesso orrore. Ma per ricordare quanto male possa fare l’uomo, fin dove può arrivare la sua follia, la sua cattiveria. I due livelli della memoria, del ricordo, si intrecciano profondamente nei libri della Schneider. Rendendoli particolari, forti, dolorosi ma anche profondamente unici, personali. È la storia di singole persone. Dei loro ricordi, della loro memoria, del loro dolore. Che si intreccia con la memoria delle genti, di popoli interi. A volte il racconto del dolore di una singola persona ferisce colpisce anche più del dolore di un intero popolo. Il dolore di un intero popolo sembra follia, sembra impossibile poi nella realtà. Troppo distante dai nostri pensieri, dalla nostra immaginazione. Di un popolo occidentale impigrito dalla ricchezza e dalla pigrizia mentale. Anche se poi questo accade ancor oggi in modo diverso, con altre forme, in molte parti del mondo. Non forse con la follia e l’immensità numerica e ideologica dell’olocausto, ma comunque in forme minori l’odio sempre muove le azioni umane. Popoli interi distrutti sono ancor oggi parte della storia. Anche in questo momento in cui state leggendo queste parole da qualche parte nel mondo accade più in piccolo, ma certo non in modo meno doloroso per chi lo subisce, qualcosa di opprimente per un intero popolo succede. Io ho in mente una foto in bianco e nero dell’olocausto. Persone, bambini ed adulti, in divisa con i visi senza più sorriso. Una vecchia foto in bianco e nero. Come i ricordi. Ma a volte la storia di una persona, di una singola persona fa forse ancora più male. Semplicemente forse perché ci immedesimiamo di più. Abbiamo gli stessi pensieri, le stesse emozioni, le stesse paure di quella singola persona. Ci immaginiamo il suo viso. Nei libri della Schneider il ricordo collettivo è lo sfondo, spesso, molto spesso, anche in primo piano, su cui si muove la storia di una persona, di alcune persone. Un intreccio costante complesso tra memoria collettiva e memoria singola. Una memoria dolorosa. Sempre profondamente dolorosa. I suoi libri sono viaggi nell’inimmaginabile, nel dolore più profondo. Con lo stupore di sapere, di riscoprire, che tutto questo è avvenuto, è avvenuto veramente.
È un libro straordinario questo della Schneider. Come molti dei suoi. È un libro di storia ma anche un delicato racconto. Storia e poesia che si fondono insieme. Un tema difficile, spesso dimenticato, volutamente lasciato dimenticare. Quello della sofferenza del popolo tedesco alla fine della guerra. Come se il dolore non fosse dolore. Quasi che questa fosse la giusta pena di una colpa collettiva. Solo non esistono colpe collettive, come non esiste il dolore collettivo. Ce lo raccontano Kurt ed Helga. Parlano del loro dolore, del dolore di ognuno di noi.
Un libro da leggere insieme ai nostri figli

Fritz Rauch e David Korsakov, entrambi di 9 anni, sono compagni di scuola. Lene, la figlia adottiva di Korsakov è fidanzata con il figlio di Winterloch. Tra il Natale del 1932 e quello del 1933, tutto cambia e il mondo non sarà più lo stesso, né in Germania né altrove. Tanto meno nella strada delle tre famiglie.
Timore e scetticismo di fronte al nazismo, dapprima. Antisemitismo strisciante e poi sfrontatamente aperto e violento. I Korsakov sono ebrei, anche se non osservanti. Però la figlia adottiva di Jacov Korsakov è cattolica. I rapporti di buon vicinato finiscono un giorno per l’altro. Non è solo il mondo esterno a volgere le spalle e ad attaccare gli ebrei. Non è solo Fritz che tormenta David e scrive “Morte agli ebrei” davanti al cancello dei Korsakov. Anche Lene finisce per accettare il cartello che proibisce l’ingresso agli ebrei nel suo negozio e si disinteressa delle difficoltà della sua famiglia. E’ più facile non vedere e non sapere. Fine di ogni speranza. I Korsakov riescono ad ottenere il visto per emigrare in America.
Una storia schematica, semplice, essenziale. La forza della propaganda. La vittoria dell’egoismo, dell’ambizione, della paura delle conseguenze di certe prese di posizione. La banalità del male nella banalità della vita quotidiana. Il male nel vicino di casa e, quello che è peggio ancora, nei bambini. Il male che raggiunge una dimensione grottesca nella dichiarazione di Fritz che vuole uccidere il “gatto ebreo” del suo amico perché un “gatto ebreo” non può contaminare la razza accoppiandosi con la sua “gatta ariana”. Un libro da leggere insieme ai nostri figli.
Helga Schneider – RIZZOLI
(ristampa 2006 EINAUDI)
Romanzo verità sulla follia del Terzo Reich
Il romanzo-verità della Schneider nasce da un’intervista raccolta dall’autrice – che già aveva pubblicato con successo l’autobiografico “Il rogo di Berlino” e la silloge di racconti “Porta di Brandeburgo”. Nomi e situazioni, spogliati degli anagrafici connotati, nulla tolgono all’agghiacciante realtà storica. L’uso della prima persona rende ancora più vivo il pathos narrativo, creando un inquietante transfert tra scrittrice e lettori: è come se la Schneider indossasse vesti, illusioni e sofferti pensieri di Grete – della donna sventuratissima – che le ha rivelato le sue confidenze. La narrazione è chiusa dentro il movimentato flash back che corre tra il 1940 e il 1997: un ping-pong storico e letterario che vivacizza il tessuto del romanzo fatto di rivisitazioni di un doloroso passato, rinverdito dalla memoria.
L’ottuagenaria protagonista racconta la sua esperienza nei lager camuffati da cliniche nella Berlino anni Trenta-Quaranta, quando da piccolo-borghese – figlia di bottegai -, aveva fatto il grande salto sociale maritandosi con una SS, di nobile estrazione, avvenente, amante dell’arte e della musica di Wagner (”ariano perfetto”), con importanti mansioni riguardanti la questione ebraica. Quando la giovane donna apre gli occhi, e si accorge di aver sposato un mostro che le sottrae il tenero figlioletto, il neonato Adolf, colpevole di essere nato imperfetto, e per questo motivo lo fa sopprimere, si stacca dal marito e dagli ideali hitleriani in cui ella stessa aveva creduto. Il suo destino sarà amaramente segnato poiché proprio l’inflessibile coniuge la farà ricoverare nella costruzione “mascherata da clinica psichiatrica” che alla giovane donna farà comprenderei di trovarsi in un luogo apprestato per l’eliminazione delle “esistenze indegne di vivere, dei pesi morti della nazione”. “Sappi che approvo pienamente il programma di eutanasia del Reich – le aveva detto il suo inflessibile Gregor – che elimina i pesi morti della nazione e le esistenze… non degne di vivere. Trovo che sia una disposizione estremamente progressista che in futuro sarà imitata da molti altri Paesi”.
La sfortunata Grete passerà attraverso peripezie strazianti, sarà persino costretta ad un omicidio, per legittima difesa. Il suo efferato consorte perirà, con la sua spocchiosa famiglia d’origine sotto un bombardamento. Dopo tante sciagure, nessuno avrebbe sperato in un finale sereno, seppure velato di malinconia, che giunge provvidenziale a stemperare la drammatica tensione che ha reso partecipe il lettore. Figli e nipoti fanno corona intorno all’anziana protagonista e al suo secondo consorte – il fratello di Gregor, da sempre dissenziente nei confronti del nazismo -, eppure il piccolo Adolf non è del tutto dimenticato. No, la vecchia madre non potrà mai rimuovere del tutto il volto di quel suo figlio sfortunato e non potrà smettere del tutto di pensare a “che vita sarebbe stata la sua, se fosse vissuto?”
“L’ultimo bambino vittima del programma di eutanasia nazista – avverte ancora in appendice la Schneider – venne ucciso il 29 maggio del 1945, malgrado le truppe americane stazionassero ormai da trentatré giorni su quel territorio.”
Questo romanzo non è solo un documento sull’orrore della “dolce morte” – come eufemisticamente la chiamavano i nazisti -, ma è anche uno spaccato sociale, non privo di ironia, rivelato con penna asciutta che sa indulgere a note colloquiali, mai urlate, con brevi abbandoni lirici (”Una cappa di nubi solcate di sinistre striature, annuncia un imminente temporale” – leggiamo nell’incipit; “Il sole calante fa scendere sul lago alcune manciate di stelline dorate” – incontriamo più avanti -; “Un’alba impaziente aveva fuso la notte come cera” – è la bella immagine simile a un verso di Ungaretti) che regalano poesia a vicende che riteniamo sia impossibile comprendere quanto necessario conoscere.
con Helga Schneider
9 settembre 2004
Helga Schneider ieri era bambina, era una di quei bambini usati come oggetti di propaganda che negli ultimi mesi della vita di Adolf Hitler, lo incontrarono nel suo bunker “metri e metri di cemento sotto Berlino”.Helga strinse la mano al Fuhrer e vide un uomo vecchio e malato, la stretta di mano dell’uomo che doveva guidare la Germania (l’Europa, il Mondo…) era una stretta molle, la mano era sudata. Helga a sette anni rimase esterrefatta.
La sua storia, la storia che ha raccontato al Festival e che racconta quando incontra bambini e adulti, non è solo di un incontro con uno dei più diabolici esseri umani, la sua storia é una storia di sofferenza vissute, viste e conosciute.
Helga ha parlato di cosa i tedeschi hanno fatto in Russia, e di cosa i sovietici hanno fatto in Prussia orientale. Stupri, violenze e morte. Questa è la guerra. Helga aveva un cuginetto lontano, Kurt, tutti e due da bambini hanno subito traumi indicibili.
Helga aveva una mamma e ne ha parlato. Una mamma guardiana del campo di sterminio di Birkenau, una mamma di cui non seppe più nulla per oltre trent’anni e che poi incontrò a Vienna, e la madre le chiese di indossare la sua ex- divisa da SS.
Helga Schneider ha visto e vissuto quello che un bambino (e che ogni altro essere umano), non dovrebbe vivere, la guerra. Ha deciso di raccontarla, di raccontare cos’è davvero la guerra. Non lo ha raccontato a suo marito (italiano), non lo ha raccontato a suo figlio, per proteggerli, ma lo ha scritto per far sapere al mondo cos’è la guerra e cosa è riuscito a fare l’uomo in guerra.
Se questo incontro, se gli incontri che la Schneider tiene in Italia e all’estero esistono, si deve dire un grazie ad Adelphi, che Helga ha più volte chiamato “il suo principe azzurro”, l’editore che ha creduto in lei, nella sua memoria, nella sua testimonianza, nella sua vita e nella voce della sua vita.
Helga nel 1945 strinse la mano ad Hitler e oggi, nel 2004, stringendola a me, mi ha trasmesso la voglia di far qualcosa (nel mio piccolo) affinché la pace vinca la guerra.
Scrivere di guerra per una cultura della pace è quello che Helga Schneider ha voluto dire a Mantonva, ed io scrivo e scriverò di guerra per una cultura della pace.
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di Paola Zannoner
Questa storia mi ha veramente toccata, del resto come tutte quelle scritte da questa bravissima autrice, la cui vita è stata difficilissima, ma il cui talento letterario le ha permesso di attingere al proprio materiale biografico per narrare l’orrore della guerra e dei lager, ma puntando sul senso di solidarietà e sulla speranza.
E’ quello che proviamo leggendo questa storia che rievoca la vicenda poco conosciuta della fuga dei profughi tedeschi durante la disfatta della Germania, per scampare alla violenza vendicativa dell’esercito russo: civili che pagano il prezzo più alto di guerre scellerate, e di deliri di conquista.
Il racconto è sapientemente costruito per analessi “a cornice”: si inizia oggi, con l’incontro tra due persone mature (e lì per lì mi è echeggiato nell’orecchio la canzone di Guccini “e correndo la incontrai lungo le scale…”) che rievocano la loro amicizia nata nell’estate del 1949 in Austria, un rapporto inizialmente diffidente e conflittuale, ma poi terapeutico al punto da permettere a Kurt Linke, sopravvissuto alla fuga dalla Prussia, di iniziare un percorso di guarigione dalla grave depressione causata dagli eventi tragici di quell’esodo.
Non parlo mai di utilità a proposito di letteratura, ma una storia del genere bisogna leggerla. E’ utile all’anima.
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Recensione
STELLE DI CANNELLA
Salani
Dicembre 1932-dicembre 1933: in Germania si consuma l’inizio della follia che di lì a poco avrebbe generato l’Olocausto e condotto alla seconda guerra mondiale.
Nel microcosmo di un quartiere borghese di Wilmersdorf l’avvento al potere di Hitler distrugge tragicamente gli equilibri affettivi di tre famiglie legate da rapporti di buon vicinato che nel tempo si sono consolidati in salda e profonda amicizia.
Ciò che fa la differenza, da un giorno all’altro, è la fede ebraica di una di esse: il “particolare” che fino ad allora non aveva mai giocato alcun ruolo nei rapporti fra le persone, diventa una colpa che all’improvviso gli amici di sempre si sentono in dovere di far pagare ai nuovi nemici.
Ed è così che due bambini, Fritz e David, inseparabili compagni di giochi, si trasformano in vittima e carnefice, sotto gli occhi prima indifferenti e poi partecipi degli adulti “ariani”, che con tragica ipocrisia mettono a tacere la propria umanità per ricercare qualche misero beneficio dalla insensata guerra contro gli ebrei.
Una follia che tra le vittime innocenti, nel microcosmo di Wilmersdorf, iscrive anche il povero gatto di David, giustiziato barbaramente da Fritz per avere osato – lui, gatto ebreo – attentare all’onorabilità della propria gatta ariana.
Il romanzo ci trasporta con efficacia nella soffocante atmosfera della Germania nazista della prim’ora, aiutandoci a cogliere la dimensione domestica e individuale di una tragedia che di lì a poco avrebbe sconvolto il mondo.
Per lo stile diretto e il linguaggio di presa immediata, il libro si presta anche alla lettura da parte dei più giovani.
Non si sa se la vita di Helga Schneider sia più incredibile o più crudele. Abbandonata nel 1941, all’età di quattro anni, da una madre che considerava i suoi figli un intralcio alla sua carriera di ausiliaria delle SS, Helga ha vissuto anni d’inferno con una matrigna che le ha sempre preferito il fratellino Peter, e a otto anni è precipitata nell’inferno della II Guerra Mondiale. Ha stretto la mano a Hitler nel bunker di Berlino, ha visto da vicino stupri, fame, sofferenze, umiliazioni, morte. Poi il dopoguerra, un’adolescenza inquieta, la fuga dalla famiglia, il matrimonio in Italia, un figlio, il terribile incontro con la madre ormai anziana ma per nulla pentita delle sue scelte, la scomparsa prematura del marito, e infine i libri, la notorietà, la possibilità di raccontare e raccontarsi, la memoria, finalmente la pace. Ma attenzione, non siamo di fronte ad un fenomeno da baraccone, ad una donna da esibire in un programma tv strappalacrime in prima serata (anche se portarla spesso in tv non farebbe certo male, in questi tempi di calma piatta televisiva): Helga Schneider è un fior di scrittrice, capace con poche parole di sbattere in faccia ai lettori tutto l’orrore, l’insensatezza, il dolore della guerra e dell’intolleranza con il candore della testimone-bambina che è stata ma anche con la saggezza della testimone-donna che è diventata.
di Francesca Iannilli
05/04/2008

di Stefano Corradino

“La giornata della memoria è un appuntamento importante, ma attenzione alla retorica delle celebrazioni. 2 o 3 giorni di overdose di racconti e testimonianze e poi, durante il resto dell’anno… il vuoto. La tv, peraltro sempre mostrando gli stessi film e invitando i soliti testimoni (ce ne sono molti altri ve lo assicuro) sembra ‘costretta’ a doverne parlare ma non vede l’ora di tornare ai reality e alla superficialità dei programmi quotidiani, che attirano chiaramente più pubblicità.
La riflessione ad Articolo 21 è della scrittrice tedesca Helga Schneider, ad Orvieto per la manifestazione “Venti Ascensionali” che si chiude proprio con una due giorni di riflessioni sul valore della memoria. Autrice di libri importanti (in italiano) che raccontano la sua tragica esperienza con il nazismo, Helga è figlia di una guardiana di Auschwitz che l’abbandonò all’età di 4 anni per seguire Adolf Hitler, il Fuhrer che lei, bambina, incontrò…
Cominciamo proprio da qui. Lei incontrò Adolf Hitler…
Era il dicembre 1944. Durante un soggiorno nel bunker del Führer. Io e mio fratello eravamo stati invitati insieme ad altri bambini “privilegiati”. Lo incontrammo, non credevo ai miei occhi! Per come me lo ero immaginato pensavo fosse un uomo alto, possente e invece davanti a me vedevo un vecchio dai movimenti stentati.
A 60 anni dai campi di concentramento dovremmo avere maturato i giusti “anticorpi”… Abbiamo il vantaggio dei mezzi di comunicazione. Anche internet è uno strumento che consente a tutti di sapere molte cose. Alcuni pericoli sembrano scongiurati, ma mi rimane la sensazione forte che nel dna dell’umanità ci sia un razzismo forte, esplicito o latente, la costante paura dell’altro.
lo scatolone di dunya e adamo
La scrittrice, lanciata da Adelphi 11 anni fa, ha avuto modo di incontrare Hitler nel 1945, all’età di 7 anni, nel bunker situato sotto la Reichskanzlei, e ne serba un vivido ricordo. Assieme ad un gruppetto di altri bambini era stata invitata a partecipare ad una gita all’interno dell’ultima dimora del Führer. Ad aspettarla ci sarebbero state salsicce in gran quantità e, in un periodo in cui i pasti erano a base di pane secco e rapa bianca, la proposta non poteva essere rifiutata. Il viaggio, sull’autobus alimentato a carbone, perché il carburante è disponibile solo per i mezzi militari, passa attraverso una Berlino ormai distrutta dai bombardamenti, così distante dalla florida città raccontata dal nonno. A dispetto del maestoso edificio della Cancelleria del Reich, “che ostenta ancora un’aria d’irriducibile superbia, malgrado le bombe e le granate degli alleati l’abbiano conciata male”, il bunker è “un angusto dedalo di morte” al quale si accede da una ripida scala che scende fino a quasi 10 metri. Non appena si richiude il portellone d’ingresso, i ragazzini si ritrovano inghiottiti nei corridoi stretti ed umidi, dove si respira aria calda e viziata dall’odore insopportabile di muffa e diesel. Dopo un’accurata visita medica e una lampada UV, potranno beneficiare di ogni ben di dio stipato nei magazzini.
L’incontro vero e proprio con l’uomo che, da quando aveva dichiarato la guerra totale nessuno chiamava più “il Führer”, è un misto di ansia e paura legato all’indottrinamento subito negli anni precedenti e di spirito critico appresi dalla nonna e dall’istitutrice del collegio in cui aveva studiato. L’uomo Hitler appare molto diverso dai ritratti appesi nelle abitazioni: curvo, i baffetti ormai brizzolati, la testa ed il braccio tremolanti e un’ipersensibilità ai rumori causata dalla lesione al timpano subita durante l’ultimo attentato. “Sarebbe questo il Führer della Germania?”.
Helga decide così di regalarci il ricordo di una giornata sconvolgente, passata in un luogo dove tutto era predisposto per cercare di dimenticare la guerra e l’ormai imminente caduta del Reich e, ugualmente, ogni particolare riconduceva inevitabilmente alla disfatta. Attraverso una scrittura semplice e leggera sprona a vedere il mondo con gli occhi di una bambina che s’interroga sulla realtà che la circonda. La narrazione è quella calda di una memoria che cerca di restare fedele alle esperienze vissute senza indugiare in rivisitazioni posteriori, pur collegandole a citazioni storiografiche (primi fra tutti gli estratti dal diario di Joseph Goebbels). L’autrice accosta a particolari nuovi, argomenti trattati nelle precedenti opere, in particolar modo da “Il rogo di Berlino” (Adelphi, 1995).
Ritroviamo così i ricordi della permanenza nel collegio di Eden e la sua direttrice che “Sosteneva che Hitler stava trascinando la Germania verso la catastrofe, che era un pazzo megalomane e un terribile razzista”. Anche le descrizioni del viaggio, l’incontro con il Führer e le rivelazioni sullo sterminio vengono riprese tali e quali. Soltanto accennata ma con il proposito di approfondirla in seguito è la problematica legata all’avanzata dell’armata russa, che portava con sé morte e distruzione. I racconti delle violenze carnali erano già stati trattati ne “L’usignolo dei Linke” nel quale le testimonianze tedesche e russe vengono citate con imparzialità estrema. (Adelphi, 2004). Il continuo riprendere ed approfondire argomenti e ricordi, riporta inevitabilmente alla narrazione orale e questa è la grande forza della Schneider che, dopo l’uscita di “Lasciami andare madre” (Adelphi, 2001), aveva dichiarato: “Credo che il racconto, la parola, la testimonianza possano favorire un maggiore approfondimento della realtà, possano eliminare i luoghi comuni stabiliti dalla ricerca storica della quale a volte mancano le autentiche fonti, possano umanizzare la storia, quella con la S maiuscola”.
L’autrice riesce perfettamente nel suo intento: il lettore si ritrova partecipe della quotidianità della gente comune e respira l’atmosfera della Germania del 1945. La valenza pedagogica delle sue opere è tale da aver spinto la creazione di una linea diretta alle scuole, perché la memoria va perpetrata, nel tentativo di imparare a non commettere gli stessi errori di chi ci ha preceduto. Le sue testimonianze, assimilabili a quelle di Primo Levi, sono, assieme ai diari e alle lettere di Etty Hillesum e di Anne Frank, fra i migliori quadri al femminile di un’epoca tragica. In una società dove sempre più spesso mancano figure familiari di riferimento, ci riunisce attorno a sé come nipoti per raccontarci di un mondo passato ma che potrebbe ritornare L’insegnamento che ne deriva è che la guerra è dannosa per chiunque la viva, che appartenga al popolo dei carnefici o delle vittime, dei vincitori o dei vinti.
Dunya Carcasole
E’ il caso di “Stelle di cannella”, in cui Helga Schneider, la scrittrice tedesca che vive a Bologna e scrive in italiano, ritorna nella Berlino degli anni ‘30, quella della sua infanzia, raccontando di tre famiglie che abitano nella stessa strada. Il signor Rauch è un poliziotto, Winterloch è un noto architetto e Korsakov è un giornalista. Fritz Rauch e David Korsakov, entrambi di 9 anni, sono compagni di scuola. Lene, la figlia adottiva di Korsakov è fidanzata con il figlio di Winterloch. Tra il Natale del 1932 e quello del 1933, tutto cambia e il mondo non sarà più lo stesso, né in Germania né altrove. Tanto meno nella strada delle tre famiglie. Timore e scetticismo di fronte al nazismo, dapprima. Antisemitismo strisciante e poi sfrontatamente aperto e violento. I Korsakov sono ebrei, anche se non osservanti. Però la figlia adottiva di Jacov Korsakov è cattolica. I rapporti di buon vicinato finiscono un giorno per l’altro. Non è solo il mondo esterno a volgere le spalle e ad attaccare gli ebrei. Non è solo Fritz che tormenta David e scrive “Morte agli ebrei” davanti al cancello dei Korsakov. Anche Lene finisce per accettare il cartello che proibisce l’ingresso agli ebrei nel suo negozio e si disinteressa delle difficoltà della sua famiglia. E’ più facile non vedere e non sapere. Fine di ogni speranza. I Korsakov riescono ad ottenere il visto per emigrare in America.
Una storia schematica, semplice, essenziale. La forza della propaganda. La vittoria dell’egoismo, dell’ambizione, della paura delle conseguenze di certe prese di posizione. La banalità del male nella banalità della vita quotidiana. Il male nel vicino di casa e, quello che è peggio ancora, nei bambini. Il male che raggiunge una dimensione grottesca nella dichiarazione di Fritz che vuole uccidere il “gatto ebreo” del suo amico perché un “gatto ebreo” non può contaminare la razza accoppiandosi con la sua “gatta ariana”. Un libro da leggere insieme ai nostri figli.
28/01/2008
“La Repubblica Italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah (lo sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati” (art. 1 della Legge n. 211 del 20 Luglio 2000 che istituisce la giornata della Memoria). Questo il manifesto pubblico affisso per volontà del Sindaco e dell’Amministrazione Comunale di Orvieto.
HELGA SCHNEIDER
(5 ottobre 2003, ore 16.00)
di Gabriella Alù

Scrive i suoi libri non nella sua madre lingua (il tedesco), ma in italiano.
“La mia non sarà un’analisi del nazismo, ma una testimonianza. Vi dirò quello che è successo a me, quello che ho visto io” dice subito la Schneider.
Ci è immediatamente chiaro che quello che seguirà non sarà certo una “lezione” nel senso tradizionale del termine.
Chi conosce anche solo qualcuno dei suoi libri (io avevo letto “Lasciami andare, madre”, sul quale nel 2001 avevo anche scritto una breve recensione), è in grado di cogliere fino in fondo il malessere con il quale – ella stessa dice – “… da anni rivango il mio passato… non riesco a liberarmene… Io mi sentivo una scrittrice, ma mi sono accorta subito che i miei lettori mi vedevano più come una testimone, che come una scrittrice…” (…)
“Mi stupisco di quanto interesse ci sia ancora, in giro, per quel regime autoritario e criminale…. Ci sono anche troppi tentativi di revisionismi, troppa gente che cerca di banalizzare i crimini del nazismo…Per questo, i testimoni devono continuare a testimoniare, è indispensabile. Io ho scelto di farlo tutte le volte che me lo chiedono anche se ogni volta soffro molto (anche oggi, non mi è facile cominciare) perchè questo non mi consente di guardare avanti, al futuro… Ma poi mi dico che la maggior parte della mia vita è trascorsa, che quello che posso fare di utile, negli anni che mi rimangono, è convincere la gente e specialmente i giovani, attraverso la mia esperienza, di quanto fosse orrendo quel regime…Non si deve dimenticare che nel nome della Germania, a causa della Germania, si produsse una vera e propria rottura della civiltà…. Oggi sento che questo è il mio ruolo, e cerco di farlo con i miei librie con le mie parole….”
Ascoltandola, rifletto a quanto possa diventare opprimente la memoria, quanto perduto possa essere, in alcuni casi, il proprio tempo passato se non lo si ritrova e non lo si utilizza dandogli un senso. Penso a Musil ed al suo “le stesse cose ritornano”; a Umberto Eco quando parla della difficilissima “ars oblivionalis” (e cioè di quanto sia più difficile dimenticare, piuttosto che ricordare).
I miei pensieri si intrecciano alle parole di Helga Schneider.
“…Non sono mai riuscita ad elaborare il lutto della mia infanzia, il lutto di mia madre. Una madre che ha abbandonato me il mio fratellino quando eravamo ancora molto piccoli, una madre che ha preferito le SS e i campi di sterminio ai suoi figli, le cui azioni mi fanno orrore, ma che nonostante tutto non riesco ad odiare, perchè era mia madre…”.
Comincia allora a raccontare di quella infanzia terribile che tutti i lettori dei suoi libri (da “Il rogo di Berlino” a “Porta di Brandeburgo” a “Lasciami andare, madre”) conoscono: l’abbandono della madre, andata via di casa per diventare aguzzina in uno dei più feroci campi di sterminio nazista, la fame, la miseria, il puzzo dei cadaveri e il fumo degli incendi nelle strade di una Berlino ormai distrutta, il bunker e l’incontro con Hitler al quale lei ed altri bambini furono portati (per propaganda) pochissimo tempo prima del suicidio del Fuhrer (”…. era quello, Hitler? Quel vecchio dall’aspetto malsano, con la mano sudaticcia… non dimenticherò mai quella stretta di mano…. ma almeno, quel giorno abbiamo mangiato…”).
Continua a raccontare, Helga Schneider, e lo fa con un tono non dimesso, non da vittima: usa toni a volte autoironici e si concede persino qualche battuta di spirito. Non è certo una donna che usa il suo passato per autocommiserarsi: la sua è una elaborazione continua, che probabilmente non avrà mai fine.
Ci racconta di come anche i bambini tedeschi ariani fossero, sotto il nazismo, schedati, spiati, controllati. Di come nemmeno ai bambini fosse permesso esprimere la più piccola critica, il minimo dissenso… Figurarsi gli adulti.
“Non voglio certo giustificare i tedeschi, e accettare quello che spesso dicono, e cioè che non sapevano… No, sapevano. Vedevano i treni blindati, gli ebrei arrestati e picchiati…. i campi di sterminio erano vicino a centri abitati… Sapevano. Ma bisogna anche capire a quali livelli di perfezione ed efficienza la macchina di controllo sulle persone del regime nazista era arrivata….” (…ed io penso alle memorabili pagine di Hannah Arendt in cui, ne “Le origini del totalitarismo” analizza in profondità i meccanismi e l’apparato di controllo e di terrore messi in atto del regime totalitario nazista).
La tensione emotiva, tra il pubblico, è quasi palpabile. (…) Ma dopo di lei è previsto un altro intervento, e deve mettere fine al suo racconto.
Si alza e scende dal palco, ma assieme a lei si alzano tante persone del pubblico che la seguono, le si stringono intorno, vogliono esprimerle la loro gratitudine ed il loro affetto (”grazie, grazie” sento dire da una anziana signora “io sono ebrea, ero a Danzica… grazie per quello che fa…”).
La Schneider ci ha dato una grande lezione.
Una lezione magistrale.
di Helga Schneider
L’Unità
Il rogo di Berlino
Giulio Nascimbeni
Il piccolo Adolf non aveva le ciglia
Giovanni Tesio
L’usignolo dei Linke
Elena Loewenthal
di Mary Amodeo
Einaudi
Helga Schneider dal 1963 ha scelto di vivere e di scrivere in Italia, il libercolo “ Io, piccola ospite del Führer” è il suo contributo al dibattito su “La Caduta”, il film di Oliver Hirschbiegel prodotto in Germania e trasmesso da Radio Uno di Lugano nell’aprile 2005. Il regista, anche biografo del Führer, ricostruisce gli ultimi 12 giorni della vita di Hitler, chiuso nel bunker di Berlino.Ha affiancato Patrizio Roversi e Neri Marcorè nella conduzione della fortunata trasmissione televisiva “Per un pugno di libri”.
I suoi libri sono dedicati al mondo della comunicazione televisiva e radiofonica, come Carosello e l’Atlante della radio e della televisione.
Helga Schneider
Adelphi
Pubblicato il 08-06-2007 da admin in Recensioni dai nostri lettori
Nel libro qui recensito, l’autrice racconta invece la straziante storia di una donna cui viene sottratto il figlio, con la complicità del marito. L’unica “colpa” del bambino era quella di avere un lieve difetto che lo rendeva indegno non solo di chiamarsi Adolf, ma addirittura di vivere. Così si racconta dei finti ospedali in cui venivano portate le persone cosiddette “inutili” che qui venivano soppresse.
Un racconto terribile ed a tratti commovente, che ricorda le vittime sacrificate in nome di quell’assurdo, pazzesco ed allucinante ideale che era “la purezza della razza”.
Un testo che potrebbe essere adottato nelle scuole e che comunque, anche nella sua crudezza, serve a far riflettere un pò tutti.
Massimo Ricciuti
Jun 14th, 2007 at 12:09 pm
bellissimo e straziante.
Recensione di Anna Chiarloni, L’Indice 1995, n. 8A

Abbandonata dalla madre – nazista fanatica – nella prima infanzia, Helga conosce la rigida disciplina dei collegi hitleriani ma anche – grazie alle relazioni della famiglia – il privilegio di un soggiorno riservato alla gioventù ariana nel grande bunker della Cancelleria del Reich. Sono, queste, pagine assai interessanti perché da un’inconsueta prospettiva infantile il lettore viene immesso in quella sequenza di uffici, refettori, camerate e lavanderie che costituivano una sorta di città sotterranea in cui vivevano centinaia di persone al seguito del Führer. Ma Berlino è ormai in fiamme e gli ultimi anni della guerra Helga li vive sepolta in una cantina, con la matrigna e il fratello minore. Ora non c’è tregua all’angoscia e all’orrore. Non si tratta solo di fame e sete, di cimici e ratti. I bambini sopravvivono sottoterra tra gli escrementi e i cadaveri dei suicidi, o dei vecchi morti di stenti. Ricordate “Giochi proibiti”? Qui il fratellino di Helga dichiara tronfio: “Quando sarò grande voglio fare il bandito e uccidere tutti gli uomini”.
Poi arriva la primavera del 1945 e con lei i russi, spesso ubriachi, in cerca di orologi e di corpi di donne. Agguantata anch’essa, Helga viene risparmiata ma in quella cantina assiste alla violenza. Tra le ultime immagini: l’esile salma di un’amica più grande stuprata, rinchiusa in un armadietto da bagno e trasportata fuori dalla cantina, per poterle dare una sepoltura decente.
La rievocazione della Schneider, che dal 1963 vive in Italia, è recente. Che cosa l’ha spinta a ripercorrere quella tragica esperienza infantile? L’indagine sulla propria identità è alla base di molta letteratura autobiografica degli ultimi anni, ma nel lento emergere di queste memorie c’è il segno di una lacerazione ulteriore, successiva all’infanzia. Dopo la guerra, nel 1971, Helga Schneider riesce a rintracciare la madre a Vienna. Sopraffatta dalla gioia essa accorre, vuol capire, perdonare. Ma si trova di fronte una donna fiera del suo passato di SS, nostalgica del nazismo. Schiantata dalla delusione, Helga sfugge rifiutando ogni contatto.
La riflessione sul passato la scava dentro ma ci vorranno ancora vent’anni prima che la scrittura prenda corpo. Poi, in un’estrema negazione della lingua materna, Helga Schneider redige in italiano il memoriale della sua infanzia. La condanna del nazismo è ferma, severa. Il messaggio e limpido. Ma per il lettore resta inscritto nel cono d’ombra delle immagini di quei bombardamenti sulla popolazione di Berlino: “Bombe e fuoco. Fuoco e annientamento. Annientamento di cose, corpi, leggi, tradizioni e conquiste civili”.
Lasciami andare madre
L’usignolo dei Linke
di Annamaria Manna
6 Agosto 2007
Azione Cattolica italiana
Il rogo di Berlino
Adelphi
Addio Berlino!
“Il nodo si gonfia nel petto, mi soffoca. Berlino sta svanendo all’orizzonte, sprofonda in un velo di foschia. Sento un soffio di gelo, provo un senso di vuoto. I motori rombano, aguzzo lo sguardo: non vedo più niente. Getto un ultimo sguardo dall’oblò: non ho nulla alle spalle, e davanti solo l’ignoto.“
Una bambina abbandonata per seguire Hitler.
del Settore Giovani di AC
Portrait einer deutschen Schriftstellerin, die in Italien lebt
DI ELISA GRANDIS
Della Germania non conserva solo la “potestà”, ma anche le esperienze della sua infanzia e prima giovinezza, filo conduttore della sua ricchissima produzione letteraria. “Il rogo di Berlino”, debutto letterario della scrittrice, racconta della sua infanzia triste e solitaria in una città distrutta, Berlino. Abbandonata dalla madre, SS nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, Helga Schneider cresce con la matrigna instaurando con lei un rapporto molto conflittuale e sentimentalmente inesistente. Al lato più personale di questo libro se ne associa un altro, quello della testimonianza storica, poiché l’autrice rientra in quei gruppi di bambini ammessi nel bunker di Hitler nei mesi prima della capitolazione tedesca: l’ultima carta giocata dal ministero della propaganda per mostrare l’amore del Führer nei confronti del proprio popolo.
Il nazismo permea in toto l’esistenza di Helga Schneider tanto che nel romanzo Lasciami andare madre la scrittrice cerca di riallacciare i rapporti con la madre ormai molto anziana, ma indissolubilmente legata al suo passato nel Reich.
Nella breve intervista che segue la scrittrice assurge a emblema dell’incontro di due culture, quella tedesca e quella italiana, ponendole in diretto paragone.
di Alessia Ghisi Migliari
Dovrebbe essere così per un libro – ma non lo è quasi mai.
Lasciami andare, madre.
E ti immagini un gesto violento, che trattiene e frena – frena per ogni giorno a venire.
Mamma è quella che di solito ti dice che la vita è bella e non sarai sola eccetera.
Qui invece, fra le pagine, paradossalmente, non si racconta di un genitore che non ti vuole lasciare andare, ma che ti lascia e basta.
E così non sei più libera.
Helga Schneider, che vive a Bologna dal 1963, é una scrittrice, ma é anche un’artista grafica, come si vede nel suo sito helgaschneider.com. In realtà, dietro di lei, una storia lunga e complicata e, malgrado tutto, vincente (ammesso che in guerra ci siano vincitori).
Quando aveva appena quattro anni, lei e il suo fratellino sono stati abbandonati dalla madre, mentre il loro padre era al fronte, e per un certo periodo hanno goduto della presenza serena e affettuosa della nonna, venuta dalla Polonia per stare con loro, a Berlino.
Poi è arrivata una matrigna, che alla piccola Helga non era per nulla affezionata, e che quindi ha preferito farla internare in collegi rieducativi per bambini difficili – soprattutto lontana da sè.
E c’era la guerra e il nazismo e, quando la sconfitta tedesca si è avvicinata, sono arrivati la fame e la paura, e il buio degli scantinati dove si nascondeva la gente comune, le donne e i bambini e i vecchi.
Non un’infanzia degna del nome, su questo non si discute.
Ci sono stati i cadaveri per strada, e i russi inferociti che si sono rifatti sulla popolazione inerme restituendo ciò che le armate di Hitler avevano fatto in precedenza al popolo sovietico : questioni senza fine.
E poi il dopoguerra : generazione sfortunata. Helga e la famiglia sono rimpatriati in Austria, paese di origine del padre – ma anche lì la matrigna ha ottenuto che la ragazzina venisse mandata in collegio, e alla fine quello sarà il suo posto fino ai sedici anni. Dopo, la giovane ha deciso che è meglio camminare con le proprie gambe, cercare un luogo per lei, e, appena diciassettenne, ha lasciato il “nido”, è andata a vivere a Salisburgo, si è mantenuta agli studi e già sapeva di voler scrivere, già lo faceva.
E da Vienna, dove si è trasferita, grazie all’anticipo di un libro che non sarà mai pubblicato parte per un viaggio alla volta dell’ Italia, incontra il futuro marito e indietro non torna più.
Nel 1971 é una giovane moglie e decide di trovare sua madre, quella che è andata via moltissimo tempo prima, e che nessuno le ha spiegato perchè.
Sta a Vienna, e lì la raggiunge, vuole conoscerla, farle incontrare il nipotino, cose ovvie.
Ed è allora che la storia si riempie dove c’erano i vuoti : la mamma partita era una fervente nazista, un’ausiliaria delle Waffen SS, che aveva lasciato i suoi piccoli per seguire il proprio credo e diventare una guardiana al campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau.
Non che si possa immaginare che significhi questa confessione. Ma il fatto è che la donna che l’accoglie in Austria non ha alcun pentimento di quel passato, di cui ormai si sa molto.
Anzi : percepisce la propria esistenza come spenta, dopo la caduta di Hitler.
Non un dubbio, niente.
L’incontro dura poco, Helga se ne va.
E passano altri ventisette anni prima che avvenga l’ultimo faccia a faccia con questa madre, ormai anziana: è il 1998, ma ancora nulla è cambiato, nessun ravvedimento, nessun riavvicinamento.
E non è che tu da fuori possa immaginarti che significhi, questo, ma lo puoi leggere, perchè Helga la scrittrice trova quel titolo, quello che vibra (Lasciami andare, madre, Adelphi, 2001 ), e racconta di sè, di questa mamma che se ne è andata, e così non la potrai mai lasciare, rimane un’ombra, per ciò che non è stato e ciò che ha fatto – lei, non tu.
Helga, che sempre scrive, oggi ha successo, è tradotta, conosciuta. Tra letteratura e testimonianza, é così che la presentano ai convegni, alle conferenze, quando incontra gli studenti nelle scuole, perché per lei “la testimonianza storica é un dovere”, come diceva già Primo Levi.
E da questi ricordi scomodi, aguzzi, nascono molte delle sue opere, che affrontano ognuna una tematica spesso poco nota del nazismo, come ad esempio “Il piccolo Adolf non aveva le ciglia” (una riedizione che uscirà nel gennaio 2007 con Einaudi), o l’ultimo, che racconta del suo veloce e incisivo incontro con Hitler, avvenuto nel bunker del Führer, in una Germania prossima alla disfatta.
“Io, piccola ospite del Fuhrer” (Einaudi), è infatti l’evocazione proprio di quell’episodio, di quei luoghi senza luce, a pochi passi dalla sconfitta – Helga, una bambina “privilegiata” (dicevano), che grazie ad una zia acquisita riesce a trascorrere due giorni in quella prigione sotto terra e “riempirsi finalmente la pancia”, cosa diventata ormai impossibile nella Germania affamata.
Allora provi a contattarla, questa donna che ha tanto da dire, anche se pensi che mica è facile.
E invece trova il tempo di risponderti e rispondere alle tue domande, anche se magari l’ha già fatto parecchie volte.
E ti parla di un senso di colpa come se fosse qualcosa di suo, come se si potesse accusare i figli di ciò che han fatto i genitori – è una cosa che sorprende, davvero come un legaccio, che non si scioglie.
Ma, visto che se ne ha la possibilità, meglio lasciare alle sua parole lo spazio che devono avere.
2) Per qualche tempo la sua infanzia è stata consolata dalla presenza della nonna paterna, semplice, severa ed affettuosa. Quando però suo padre si è risposato, la sua matrigna, non avendo alcuna affezione per Helga, l’ha istituzionalizzata in diversi collegi. Eppure è stata la direttrice di uno di questi luoghi, a parlare di razzismo in un’ottica fino ad allora sconosciuta. Al punto che forse fu anche il suo insegnamento a permetterle di guardare con occhi diversi Adolf Hitler. Cosa le diceva quella voce così inusuale per emergere sopra tutte le altre con tanta forza?
3) Lei ha ripetuto più volte che eravate infarciti da una cultura e un indottrinamento votati all’antisemitismo. Erano i nemici, erano inferiori. Lei conosceva, da piccola, compagni o amichetti ebrei?, anche per la piccola Helga erano nemici?
Quando l’ho visto per quei pochi minuti, il suo sguardo – malgrado attorno a lui tutto sapesse di sconfitta e morte – mi era parso fermo e autoritario. Ma forse era anche lo sguardo dell’uomo che ormai viveva in un mondo tutto suo rifiutando la realtà dell’evidente prossima sconfitta che al contrario quasi tutti attorno a lui sentivano, avvertivano sicuramente con paura e angoscia. Tutti temevano soprattutto la reazione e la vendetta dei sovietici.
“Resisti agli inizi”, diceva Cicero.
A cura di Franco Romanò
Il mio Lasciami andare, madre, in tedesco Lass mich gehen, ha avuto un successo straordinario in Germania. Forse perché in Germania tutto ciò che rievoca l’epoca del nazismo suscita ancora grande interesse. Hitler rappresenta per i tedeschi una ferita non ancora guarita. Di questo sono convinta.
Adelphi