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BERLIN MEMORIES
ICH SPRECHE MIT HELGA SCHNEIDER
OKTOBER 2009

COPYRIGHT MILIJANA PAVLOVIC 

MiliOtt2009

- Buon sabato, Helga. Sarebbe stato bello fare questa conversazione a Berlino, magari prendendo un latte macchiato in un locale Unter den Linden.

Lo faremo, é già in progetto.
 
- Allora Berlino. Ancora Berlino. Berlino che era il tuo destino. E forse lo rimarrà per sempre. La tua amata città d’infanzia. La mia città “rifugio”. Per te piena di vecchie memorie. Per me piena di memorie recenti,  calde ed entusiasmanti. Ma parleremo dei “tuoi” ricordi, ricordi personali che si intrecciano comunque con la grande Storia del secolo passato. Ma se  mi permetti, vorrei cominciare con un complimento: ho visto che il tuo “La baracca dei tristi piaceri” é nella top-ten dei libri più venduti…
 
Grazie, ma sono purtroppo già uscita dalla classifica. Il libro é in ristampa perché cominciava a essere ovunque esaurito. Quindi un libro esaurito non può trovarsi fra i più venduti. Certo, sono dispiaciuta. Sono i rischi dello scrittore: gli alti e i bassi, le euforie e le piccole delusioni. Ma va bene così. Le sfide arricchiscono la nostra esistenza.
 
- Approvo questa tua filosofia della vita, bisogna sempre andare avanti e non guardare troppo indietro. Ma torniamo alla nostra città. E’ giusto che ne parlino due berlinesi di adozione. Ad esempio: sappiamo che gli odori possono richiamare fortemente certi ricordi, persone o situazioni… Quando pensi alla  guerra e a Berlino: qual é il primo odore che ti viene in mente?
 
Il puzzo d’incendio, é un lezzo orribile, specialmente quello dei cadaveri che bruciano sotto le macerie.
 
- Cosa ricordi del momento della fine della guerra? 
 
Tutto: la felicità, l’atmosfera di enorme, incredibile sollievo: niente più bombardamenti. Era la prima cosa che si assaporava. Si, all’età di sette anni e mezzo feci parte della Germania vinta dopo che il 2 maggio del 1945 la capitale del Terzo Reich, Berlino, ormai totalmente accerchiata, aveva capitolato. Due giorni prima Hitler si era suicidato nel bunker sotto la Nuova Cancelleria. Credo che in quel momento, solo nel primo momento, tutti si amassero. Come dopo la caduta del Muro di Berlino. Tutti sembravano fraternamente uniti e convinti che da quel momento in poi sarebbero vissuti in reciproca armonia e comprensione.
 
- E invece?
 
E invece l’immediato dopoguerra fu durissimo e causò una serie di conflitti sociali. Il popolo viveva in preda all’incertezza, al disorientamento, alla fame e alle epidemie, ma la miseria non crea armonia tra la gente. Un gran numero di profughi, provenienti dalla Prussia orientale e fuggiti dall’Armata Rossa, doveva essere nutrito e sistemato in alloggi, ma Berlino era un cumulo di macerie: quasi la metà di tutti gli edifici era totalmente distrutta. Su un milione e mezzo di alloggi, solo 370.000 potevano essere abitati. Subito dopo la guerra mancavano completamente luce, gas, acqua, carburante, legna e carbone e alimentari di prima necessità. Non esisteva alcuna fabbrica che fosse in grado di riprendere la produzione. Un esercito di ladri derubava i sopravvissuti impoveriti dalla guerra e dal regime nazista distruttivo. Noi abbiamo avuto per ben tre volte gli scassinatori in casa, benché non ci fosse molto da prendere. Spesso cercavano solo roba da mangiare. Il consumo dei generi alimentari era razionato e la distribuzione avveniva attraverso le carte annonarie, ma le razioni assegnate bastavano giusto per non morire di inedia. Insomma, il popolo era affamato e molti erano disposti a delinquere per procurarsi del cibo.  
 
- Come tu sai, io ho vissuto la guerra di Bosnia e quando finì, anch’io ricordo l’euforia e la felicità collettiva dei primi momenti, ovviamente non nelle proporzioni della Germania dopo la capitolazione. Tutti fraternizzavano e c’era un grande trasporto reciproco. Ma anche da noi il dopoguerra ha prodotto molti problemi. La mia piccola città natia, Mrkonjic Grad, era ridotta in pezzi, c’era la penuria degli alloggi e la disoccupazione.
Ma torniamo a te. Un giorno ho visto in un documentario immagini di Berlino che mi hanno impressionata. Era, credo, il Natale del 1944 e i tedeschi, anziché quei regali che ci si scambia in tempo di pace, si donavano ad esempio ceppi di legno legati con nastri colorati. Che ricordo hai del primo Natale dopo la guerra?
 

dono natalizio durante la guerra

 
Rammento che in casa c’era un gran freddo, e non avevamo l’abete per addobbarla. La matrigna aveva staccato alcuni rami nudi di un albero in cortile e li abbiamo dipinti con i colori a tempera di mio padre, che erano rimasti nella stanza che all’epoca doveva servire come studio da pittore. C’era poco da mangiare, ma la nostra matrigna era riuscita a cucinare una crostata cosparsa di margarina e zucchero. Successe che alla vigilia di Natale lei nel pomeriggio dovette uscire e mio fratello ed io rimanemmo soli in casa. Ad un certo punto sentimmo un rumore fuori dall’uscio e, spinti dalla curiosità, aprimmo. C’era un cane, simile a un pastore tedesco, magro fino all’osso, che frignolava da far pietà. Lo facemmo entrare e io gli diedi un pezzo della crostata che la matrigna aveva preparato per Natale. Il cane divorò il piccolo dono e infine si sdraiò vicino alla porta gettandoci occhiate piene di gratitudine. Ma rincasando la matrigna, successe il finimondo. Lei cacciò via la povera bestia con rabbiose pedate e, essendo scontato che ogni malfatto partiva da me e non da mio fratello, mi mise in castigo. Niente cena e a letto alle sei. Furono festività tristi, senza regali, al freddo e a stomaco semivuoto.     
 
- La nostra Berlino di oggi è verdissima. Dalle foto vecchie si vede che lo era anche prima della guerra. Ho visto e letto che, a causa della carenza di combustibile nell’immediato dopoguerra, si abbattevano gli alberi del Tiergarten, dei boschi berlinesi e dei grandi viali alberati. Ti ricordi di questa vasta operazione di raccoglimento di legna per riscaldare i berlinesi?
 
tiergarten berlin  raccolta legna 
Oggi Berlino é di nuovo una città verdissima. Nella capitale esistono oltre 400.000 alberi di ogni specie, circa 80 unità per chilometro. Il 21 aprile del 1945 il viale Unter den Linden era pesantemente sotto il tiro dell’artiglieria nemica e caddero moltissimi alberi. Quelli che rimasero furono sacrificati, insieme a quelli del Tiergarten e di molti viali e vie, per sopperire, almeno in parte, alla grande penuria di legna e carbone di cui soffriva la Germania nel dopoguerra. Fu fatto divieto ai cittadini privati di approvigionarsi da soli di legna, ma molti lo facevano ugualmente, magari di notte cercando di farla franca. Io ricordo che ci venne assegnata una minuscola partita di legna, che però terminò entro pochi giorni, malgrado la usassimo con parsimonia. Rammento nitidamente una scena. Avevamo nel soggiorno un Kachelofen, una di quelle tipiche stufe nordiche rivestite di maioliche. All’epoca mio padre era già reduce e rammento che lui saliva sulla cima della stufa e si acciambellava come un gatto per scaldarsi un poco.
 
- Mi ha colpito molto l’immagine in copertina del tuo libro “Heike riprende a respirare”, i bambini che giocano sulle macerie. Tu hai visto la progressiva distruzione della tua città. A cosa si poteva giocare tra le macerie?
 
I giovanissimi, anche dopo una calamità vissuta come quella di una guerra, ad un certo punto sentono l’irrinunciabile necessità di ritornare bambini e risanare la psiche con il gioco. Noi nel dopoguerra giocavamo ogni giorno tra le rovine e – anzi – questi luoghi devastati, un po’ lugubri, pericolanti ma anche dall’atmosfera misteriosa, decadente, malinconica, stuzzicavano la nostra fantasia. Abbiamo organizzato ogni genere di gioco fra le macerie e dimenticavamo la fame e tutto ciò che non andava nella società postbellica, e che non ci sfuggiva: la città distrutta, i mezzi di trasporto urbani quasi inesistenti, i negozi vuoti, la presenza delle potenze occupanti, la penuria di ogni cosa e soprattutto di cibo. Ricordo di aver raccolto ai piedi di un albero un avanzo di mela sul quale sicuramente qualche cane aveva fatto la pipì. Forse quel sospetto mi aveva pure sfiorato, ma la fame era stata più grande. L’ho raccolto e ingoiato avidamente.    
 
-All’epoca di cui parliamo regnava senza alcun dubbio un’atmosfera strana, un po’ allucinata, disorientante e apparentemente senza grandi prospettive per il futuro. Come poteva sembrare una passeggiata nel 1945, in una giornata di sole, con quel meraviglioso cielo azzurro che sotto, invece di una altrettanto splendida città, aveva un mare di macerie?
 
Io ricordo una bellissima primavera postbellica. Berlino era in rovine, ma il sole era quello di sempre e così pure la natura che si era puntualmente risvegliata sbocciando quasi con violenza. C’erano tanti cortili interni circondati da una marea di distruzione, ma la differenza fra la palese disfatta e il verde novello degli alberi, dei cespugli fioriti, delle margheritine spuntate tra l’erba erano così prepotentemente entusiasmanti che ci si sentiva come consolati. Consolati e riconoscenti per essere ancora vivi dopo essere sopravvissuti a una tragedia senza precedenti. 
 
- Se qualcuno ti dovesse chiedere di colorare gli anni della tua infanzia berlinese, quali colori useresti? 
 
Userei forse molti “non colori” come la gamma dei neri e dei grigi. Ma, nonostante tutto, sceglierei anche il verde e soprattutto l’azzurro, quello del cielo di Berlino che dopo i mille roghi era tornato alla sua tinta originale, un blu smagliante.
 
- E’ ancora di un blu smagliante, forse a causa della posizione geografica. Io continuo a trovare il cielo di Berlino speciale, così come é speciale la città, pur conoscendo anche i suoi problemi. Ma quale città, quale paese, quale popolo non hanno problemi?
       
Naturalmente sono d’accordo con te. Berlino é una capitale in continua trasformazione con quartieri ultramoderni, ma anche con aree restaurate con sensibilità ed intelligenza. I castelli di Berlino sono tra gli esempi più belli di architettura prussiana, e i tesori offerti dai musei sono straordinari, ad esempio l’Altare di Pergamon e la Porta di Babilonia esposti al Pergamon Museum. Berlino annovera altri importantissimi musei: L’Altes Museum con il famoso busto di Nefertiti, il Neues Museum, L’Alte National-Galerie, il Bode-Museum, il Museo Ebraico di Berlino, il Museo Guggenheim, Museo Bauhaus, Museum Berggruen, Bröhan-Museum, e tantissimi altri. E poche grandi città offrono così tanti spazi verdi come Berlino, ci sono parchi urbani sparsi un po’ in tutta la metropoli.
 
- Sento un po’ di amarezza in ciò che stai dicendo, quasi tu dovessi difendere l’immagine di Berlino.
 
Ma no, é solo che a volte certe dichiarazioni lette su Internet mi infastidiscono.
 
- Cosa hai letto?
 
Su un forum qualcuno discuteva di Berlino e un partecipante ha dichiarato che Berlino é una città decisamente brutta, e che ha trovato più interessante il paesino Tregalletti. Ora, io non nego che le cittadelle di mille abitanti possono avere il proprio fascino, ma volerle confrontare con una metropoli europea di prestigio denota un’ottusità e una limitatezza profondi, assurdi.
 
- In maggio tu e tuo figlio siete stati a Berlino, che impressione gli ha fatto la città?
 
Gli ho presentato Berlino con orgoglio e lui ne é stato entusiasta. Ha detto che avrebbe voluto viverci stabilmente se fosse stato possibile trasferire là il suo lavoro. Infatti Berlino é una metropoli molto amata dai giovani perché oltre agli innumerevoli svaghi, che attirano sempre più turisti, offre una scelta infinita di eventi culturali e tantissime opportunità di lavoro. A mio figlio piaceva l’atmosfera ariosa delle ampie strade e piazze e il verde meraviglioso che si incontra dovunque. E’ rimasto ammiratissimo dal Sony Center in Potsdamer Platz. E ci siamo vergognati perché ci trovavamo continuamente sulle piste ciclabili che sono rispettate dai berlinesi, ma non da chi viene dall’Italia come noi, non avvezzi alla disciplina. Si, Berlino gli é decisamente piaciuta. 
 
- Ci siamo allontanati dal tema.
In un libro sulla vita dei bambini nel periodo postbellico ho visto una foto di ragazzini in un’aula scolastica, che in fila ordinata restituiscono i libri di testo nazisti a un insegnante. Come fu il ritorno a scuola dopo la guerra? Anche voi bambini dovevate passare attraverso quel procedimento che si chiamava “denazificazione”, e che fu imposto a milioni di tedeschi per neutralizzare l’influsso nazionalsocialista nella Germania dopo la caduta del regime hitleriano?
 
In quei giorni a scuola c’erano insegnanti che non avevano in tasca la tessera del partito nazista, e che ci sottoponevano a una “denazificazione” – come dire – soft. Anche se il concetto di ”denazificazione” é abbastanza azzardato da applicare a bambini che non sapevano nemmeno che cosa fosse in realtà il nazionalsocialismo. Comunque, ci spiegarono a grandi linee che il nazismo era un regime sbagliato, che un bambino ebreo é una persona come tutte le altre, che nei Lager sono stati ammazzati milioni di esseri innocenti, che i tedeschi non appartengono affatto a una razza superiore, e che ogni essere umano ha il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni anziché quelle prescritte da qualsiasi regime. Insomma, erano i primi passi verso una formazione democratica. Beh, non é stato semplice. All’improvviso ci dicevano che tutto ciò che avevamo imparato fino a quel giorno erano solo fandonie.
 
- Cosa pensava la ragazzina Helga di Hitler dopo la guerra?
 
Ricordavo soprattutto la visita al suo bunker e la mano sudaticcia con la quale aveva stretto la mia. Ma provavo anche un segreto orgoglio per aver visto da così vicino colui che sentivo definire sempre più spesso un mostro, causa di milioni di morti e che aveva portato la Germania e l’intera Europa alla rovina.
 
- Col senno di poi ti sei data una risposta alla domanda su chi era veramente Hitler?
 
Riguardo alla sua persona sono stati scritti moltissimi volumi. Secondo me era dotato di una notevole intelligenza e di una grande, tenace forza di volontà. Aveva un indubbio carisma e sapeva comunicare. Suggestionava il popolo e tutti coloro che facevano parte del suo entourage. Durante le campagne elettorali prometteva ai tedeschi quello che desideravano e una volta eletto, il popolo lo ammirava perché si faceva beffe dell’Occidente, ottenendo senza colpo ferire una serie di sorprendenti concessioni. Una buona parte della popolazione, volente o dolente, rimase con lui fino al ‘43, anno in cui la Germania iniziò a capire che la guerra era perduta. In seguito l’80% dei tedeschi perse la fiducia in lui e gli voltò idealmemte le spalle, anche se – con lo spettro della Gestapo sempre presente – non era cosa da ammettere in via ufficiale.
 
-Stiamo consumando un’ottima piadina romagnola in un posto delizioso con i tavoli all’aperto, e mi é balzata in mente una domanda: qual é la prima cosa che nel dopoguerra hai mangiato con gusto?
 
Una rosetta bianca imbottita di margarina e fettine di ravanelli. Mi sono appartata sul balcone e l’ho mangiata piano piano gustandola in pace. Dopo una guerra tutto ha un gusto speciale, si dà un grande valore anche al poco.
 
helga berlino 1942-43  
-E il primo gelato?
 
Ah, questa é una storia tragicomica, l’ho descritta nel mio libro “Il rogo di Berlino”. Ero insieme a mio fratello, ci avevano dato i soldi per comprare un gelato. Ma siccome all’epoca il gelato lo mettevano tra due cialde, il suo gli era caduto a terra e pretendeva che gli dessi il mio. Ha fatto una scena talmente straziante che una signora mi ha intimato: “Insomma, dagli il tuo gelato! Non vedi come si dispera?” A volte detestavo mio fratello, era così furbo, egoista e prepotente.
 
- Qualcuno nominava i campi di sterminio e ciò che era successo agli ebrei?
 
La mia matrigna a volte mi mandava da sola allo spaccio per ritirare dei generi alimentari ai quali avevamo diritto con i bollini. E una volta ho sentito chiedere una signora a un’altra: “Ma sarà poi vero che nei Lager hanno ammazzato tutti quegli ebrei col gas?”
 
- Tuo padre tornò reduce. Sappiamo che era un pittore e, da quanto ci hai raccontato ne “Il rogo di Berlino”, anche pacifista. Come si comportava con voi? Raccontava delle sue esperienze al fronte? Il mio ad esempio amava andare a caccia con amici, ma dopo la guerra non ci è andato mai più. Spesso i soldati ritornano dal fronte molto cambiati…
 
Mio padre quasi non parlava. Era taciturno e scostante. Siccome la mia matrigna mi trattava con freddezza e ostilità, avevo sperato di trovare in papà un alleato, ma non fu così. Anzi, un giorno mi accusò duramente di essere ingrata alla donna che mi faceva da madre. Per il resto andava a dipingere i fiori che crescevano sulle macerie.  
 
- In un secondo tempo tu e tuo padre vi siete riavvicinati?
 
Mai. Né a Berlino né dopo il nostro rimpatrio in Austria. Lui é rimasto un muro impenetrabile.
 
- Vorrei fare una piccola parentesi… Tra le tue vecchie foto ho visto una che non hai mai pubblicato, quella del Kinderheim di Oranienburg-Eden dove ti aveva internata la tua matrigna. Possiamo inserirla nell’intervista? 
 
Certo. Nel 1998 RaiTre realizzò un documentario su di me e mi accompagnarono prima a Vienna e poi a Berlino. La regista voleva che trovassimo ad ogni costo l’edificio del mio ex collegio, o Kinderheim, perché voleva fare delle riprese là. Così partimmo con lo staff. Giunti a Eden non ricordavo più dove si trovasse la casa, ricordavo solo che da un lato si affacciava su un vialetto che si chiamava Vogelbeerweg, e dall’altro su una strada sprovinciale, la Germendorfer Allee. Ad un certo punto fermai un signore e dissi: “Durante la guerra sono stata in un collegio qui a Eden, ma non riesco a trovarlo.” Lui chiese d’acchito: “Era per caso quello di Mutter Heintze?” Confermai sollevata e lui ci fece strada.

collegio di eden
Ecco la foto del Kinderheim, ma non risale all’epoca in cui abbiamo realizzato il documentario con RaiTre. E’ stata scattata da un-ex allieva del Heim che vi aveva trascorso 14 anni della sua vita, quindi oltre la fine della guerra. Ma riconosco tutto, anche se la foto inquadra solo una piccola parte della casa. A sinistra c’é la veranda che esisteva già allora, e subito dopo si vedono le finestre della sala da pranzo dove, poco dopo il mio arrivo nel 1943, ho consumato, insieme a tutti gli altri bambini internati e la direttrice del Heim, il mio primo, modesto pranzo, che tuttavia avevo trovato gustoso e saziante. La casa non era cambiata, mi sono molto commossa. Ma nel retro non avevo ritrovato il campo di giochi che la direzione aveva allestito all’epoca per i bambini che avevano in custodia.
L’edificio dell’ex Kinderheim rimase per 53 anni nella DDR, nella Deutsche Democratische Republik.  
 
(Foto: Mutter Heintze. Helga dice: “Era una santa donna. Ci cantava il Ninna-nanna di Brahms prima di addormentarci. Quante volte mi ha abbracciata quando mi sentivo abbandonata dalla mia famiglia senza avere notizie di loro…” Morì nel 1964 a Berlino.)

mutter heintze

-Ancora ti commuovi parlando di Mutter Heintze…
 
Mi commuovo ogni volta che parlo di una donna che mi ha mostrato affetto. Forse perché in ogni figura femminile calorosa vedo inconsapevolmente la madre che non ho avuto. Crescere senza madre lascia nel figlio un vuoto incolmabile, specialmente se la separazione é avvenuta non a causa della sua morte, ma perché lei lo ha abbandonato per i propri egoismi, come é successo a me. Ti confido una cosa: sorretta da un sentimento assurdo e fortemente contradditorio, e malgrado sappia che mia madre se n’é andata per fare la guardiana nei campi di sterminio nazisti, a volte penso, ed é un conflitto drammatico, che non avrei voluto crescere né con lei né senza di lei.
 
- Come a dire: pur di avere una madre… 
 
D’altra parte la mia moralità mi impone di rifiutare nel senso più radicale la scelta di mia madre di andare a fare un mestiere sporco, disumano e deprecabile nei Lager nazisti.
 
- Lasciare il Kinderheim di Eden ti ha procurato dolore e angoscia, nonostante sapessi che saresti tornata a casa e avresti rivisto tuo fratello, al quale eri molto legata. 
 
Era l’unico richiamo familiare che sentivo, ad eccezione della nonna paterna che era lontana e irraggiungibile. In seguito, nei miei tempi bui di Berlino, é intervenuta una persona che mi ha dato attenzione e affetto, il nonno acquisito, che chiamavo Opa.
Si, lasciare Eden mi addolorava per Mutter Heintze e mi spaventava perché non sapevo cosa mi avrebbe aspettato a Berlino. Ascoltavamo la radio e dicevano che la capitale era ininterrottamente sotto i bombardamenti e che i berlinesi se la passavano malissimo, ma quando rividi la città, lo spavento fu anche peggiore di quanto avessi previsto. Berlino era semidistrutta, era già un immenso rogo, e vedere quella cantina dove campava una comunità affamata, depressa ed esasperata, mi sconvolse. Da quel momento in poi ogni cosa che succedeva avrebbe avuto  dimensioni dilatate: la fame disperata, il timore che mio padre potesse cadere al fronte, il clima teso e insopportabile degli abitanti della cantina, la palese ostilità della matrigna e il terrore delle bombe.         
 
- Ma c’era Opa…
 
Si. E come figura di identificazione paterna, lui mi ha dato più del mio stesso padre. Un padre sempre assente che più amavo più sentivo distante.   
 
- Infine la notizia che dovevate andare nel bunker del Fuhrer…
 
Un’iniziativa partita dalla nostra zia acquisita, che lavorava al Ministero della Propaganda. Se fosse stata la nostra vera zia, intendo di sangue, non ci avrebbe mandati incontro al pericolo. Insomma, attraversare una Berlino bombardata giorno e notte con un bus pieno di bambini per fare visita al Fuhrer nel suo bunker e guadagnare due salsicce in croce e un po’ di dentifricio sullo spazzolino… era un’idea cattiva e bislacca. 
 
- Col senno di poi – ti secca di aver visto Adolf Hitler e che ti abbia dato la  mano?   
 
Non mi secca, ho vissuto un piccolo frammento di Storia. Quando vado nelle scuole italiane, gli studenti sono sempre molto impressionati al fatto che ho visto il Fuhrer da così vicino e mi fanno tante domande: Come era? Cosa ti diceva? Cosa pensavi in quei momenti? Lo odiavi?
 
 -Cinquant’anni dopo quegli eventi scrivesti “Il rogo di Berlino”, e fu un successo. Nel libro parli anche delle forze occupanti di Berlino e dei primi incontri con i russi, gli stessi russi che nella vostra cantina avevano violentato, davanti ai vostri occhi, due ragazzine. Non voglio porti domande su questo episodio raccapricciante e orrendo, ma come erano i russi che, d’accordo con gli alleati, si insediarono per primi a Berlino?
 
In realtà io non ho un brutto ricordo dei russi, ci regalavano del pane e pezzi di salsicce. A scuola ci davano il semolino caldo con sopra una noce di burro e un’altra di una strana marmellata solida e scura. Crescendo ho saputo molte cose che all’epoca non potevo capire. Ad esempio che tra aprile e giugno del 1945 i russi avevano violentato a Berlino circa 100 000 donne e ragazze, molte delle quali ripetutamente. Molte rimasero incinta.
 
-Torniamo un po’ indietro. Nel tuo libro “Stelle di cannella” hai descritto i rapporti tra due ragazzi berlinesi, uno ebreo e l’altro ariano. Che impressione ti faceva la Hitlerjugend, gioventù prima ben addestrata, indottrinata e poi sacrificata senza batter ciglio per difendere all’ultimo momento Berlino dall’assedio dell’Armata Rossa?
 
Io non avevo molte occasioni di venire a contatto con i membri della Hitlerjugend. Una volta, mentre la mia matrigna mi stava portando al Kinderheim di Eden, incontrammo un gruppo sulla S-Bahn, e rimasi impressionata dal loro atteggiamento sprezzante, maleducato e prepotente. La propaganda e il lavaggio del cervello della gioventù tedesca mostrava in quei ragazzi i suoi frutti malefici. Per fortuna mio fratello non aveva ancora l’età necessaria per essere richiamato alla Hitlerjugend.    
 
-Alcuni soldati alleati hanno raccontato che, quando catturavano membri della Hitlerjugend, questi feroci ragazzi, che poco prima facevano saltare in aria carri armati ed erano pronti a dare la vita per il Führer e la Vaterland, di colpo tornavano ad essere bambini. Piangevano, storditi e disperati, e volevano la mamma.
 
Si possono violentare la mente e la psiche di un ragazzino fino ad un certo punto, oltre il quale spunterà sempre il bambino con le sue paure, le sue innocenze e il suo bisogno di sentirsi protetto, anziché essere investito a proteggere un fantomatico Reich, un fantomatico Fuhrer o una capitale sotto assedio il cui destino é di non poter essere più salvata nemmeno con l’esercito più forte del mondo.     
 
-Nonostante le esperienze terribili della tua infanzia, la nonna paterna era per te  un porto sicuro, almeno a livello psicologico. E lo rimase fino alla sua morte. Di lei parli sempre con una grande emozione.
 
L’ho amata moltissimo ed é rimasta l’unico modello di donna al quale sto guardando ancora oggi.
 
-Caliamoci per un attimo nel momento in cui Frau Bittner uscì dalla cantina per trovare dell’acqua e tornò con la notizia che la guerra era finita. Tu avevi sette anni e mezzo. In una situazione normale, una bambina, travolta dalla gioia collettiva, avrebbe abbracciato la mamma, tu invece ti sei gettata nelle braccia del tuo nonno acquisito… 
 
E’ vero, ma era stato l’unico fanalino di luce nel buio di quegli anni. A lui mi sentivo moltissimo legata.  
 
-Cosa speravi in quei momenti?
 
Di potermi godere la pace ancora a lungo con Opa, e che finalmente finisse la fame.
 
-Suppongo che per questo bisognasse avere ancora pazienza…  
 
Molta pazienza. All’inizio, come sempre, c’era pochissimo da mangiare e  tutto in surrogati: verdura essicata, melassa al posto dello zucchero, il caffé era un misto di orzo, segale e cicoria, e latte e uova erano in polvere. 
 
-Anche mia nonna ricorda le uova in polvere portate dagli americani, si chiamavano “uova di Truman”. Pure noi dopo la guerra usavamo il latte in polvere che mischiavamo con il cacao. Oggi mi chiedo dove all’epoca fosse saltato fuori il cacao, é rimasto un vero mistero. E dopo la fine della guerra… un giorno la prima banana. Fu un momento quasi surreale! Mi sembrava di sognare.   
 
Io invece rammento la prima volta che ebbi in mano un’arancia. Annusavo e annusavo il suo profumo, mi incantava il suo colore… Ma dovevo dividerla con mio fratello e nacque una contesa molto agitata per la conta degli spicchi. Mancava poco che fra noi due finisse in botte.
 
-C’è un particolare che ho notato in molte persone uscite da una guerra, compresa me stessa: la paura di rimanere senza cibo. Io ho sempre una scorta di pane in casa. Ancora oggi, e sono passati 14 anni dalla fine della guerra di Bosnia, ritrovandomi di sera senza pane, mi viene l’angoscia, anche se per cena posso prepararmi un piatto di pasta o un risotto di quelli già pronti in busta. Ti succede qualcosa del genere?
 
Veramente no. Ma ricordo che il marito di mia cugina teneva in cantina un secondo frigorifero per non rimanere mai senza scorte di alimentari. E parlo ormai degli anni Novanta!    
 
-Il tuo quartiere, Berlin-Steglitz, dopo la divisione in settori passò al controllo americano.  Notavi la differenza nel comportamento fra russi e americani? So che c’erano dei cartelli  che avvisavano: “No fraternization.” Quei cartelli servivano a qualcosa?
 
Questo non so dirlo. Ma so che era severamente vietato avvicinarsi agli americani. Le ordinanze delle autorità di occupazione parlavano chiare: gli eroi d’America non dovevano avere contatti con la popolazione tedesca. Eravamo nemici e dovevamo rimanerlo. Ma io ho l’impressione che all’epoca i berlinesi considerassero gli alleati come liberatori dal giogo della guerra, dai bombardamenti e dal caos del Reich in dissoluzione. Certo, gli alleati non erano venuti da liberatori, loro erano i vincitori e noi i vinti. Ma ciononostante non avrebbero permesso che i sopravvissuti morissero di fame.
 
- Non hai mai visto ebrei liberati da un campo?
 
Si, una volta. Fu poco dopo la guerra in una stazione ferroviaria mezzo distrutta, ma non ricordo più quale. Il nonno mi aveva portato con sé. Lui aveva sentito che là sostava un convoglio che trasportava alimentari e, come tanti altri, era intenzionato a rubare qualcosa. Infatti riuscì ad appropriarsi di un piccolo sacco con una strana farina scura. In quel momento arrivò un treno scassato dal quale scesero ebrei liberati da un campo di concentramento. Erano scheletrici, ancora vestiti con le tute rigate del lager ed erano terribilmente silenziosi. Allora non sapevo ancora che cosa avessero fatto i nazisti agli ebrei nei Lager.
 
 
Grazie della tua disponibilità e di aver condiviso con me e con chi ci legge alcuni dei tuoi ricordi.
 
Milijana Pavlovic
 

Una risposta a “BERLIN MEMORIES I”

  1. ALDO DE GIOIA scrive:

    Buon pomeriggio dott.ssa Schneider,
    sono il prof. Aldo De Gioia, storico e giornalista.
    Vorrei incontrarla per farLe alcune domande circa gli ultimi giorni nel bunker e sulla scomparsa di Martin Bormann. Inoltre; vorrei organizzare una conferenza sugli ultimi giorni del terzo Reich.
    Il mio recapito telefonico è 081 0606009 e il l’indirizzo e-mail è del mio allievo dott. Giuseppe Terracciano.
    Grazie. Cordiali saluti.

    Aldo De Gioia

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