L’anziana Frau Kiesel incontra un’ambiziosa scrittrice, Sveva, e le racconta la sua triste storia, dando voce a un dramma lungamente taciuto: quello delle prigioniere dei lager nazisti selezionate per i bordelli costruiti all’interno degli stessi campi di concentramento, con l’ipocrita e falsa giustificazione di voler limitare l’omosessualità tra i deportati. Donne i cui corpi venivano esposti ai sadici abusi delle SS e dei prigionieri maschi – spesso veri e propri relitti umani – che malgrado tutto preferivano rinunciare a un pezzo di pane per scambiarlo con pochi minuti di sesso. Donne che alla fine della guerra, schiacciate dall’umiliazione e dalla solitudine, invece di denunciare quella tragedia fecero di tutto per nasconderla e seppellirla dentro di sé. In questo nuovo capitolo della memoria storica personale e collettiva ricostruito nel suo nuovo romanzo intitolato La baracca dei tristi piaceri, Helga Schneider continua a dare testimonianza di ciò che è accaduto perché non si ripeta mai più, e a rendere un coraggioso omaggio alle donne che in tutti i tempi e in tutti i luoghi subiscono la violenza degli uomini, delle leggi, della Storia. Infinitestorie.it ha intervistato la scrittrice.
D. Quale urgenza l’ha spinta a raccontare questa storia e a infrangere un nuovo tabù?
Nei miei libri precedenti ho spesso focalizzato crimini del nazismo poco noti, come ad esempio l’abuso sessuale sui minori da parte delle SS nei campi di concentramento nazisti, o L’Aktion T4, il programma che prevedeva la soppressione di persone inabili fisicamente e mentalmente, colpite da malattie genetiche o terminali, o da più o meno gravi malformazioni fisiche. La baracca dei tristi piaceri invece squarcia il velo di un tema che fin dopo la fine della Seconda guerra mondiale è rimasto un tabù: la costruzione di bordelli in dieci campi di concentramento nazisti, nei quali a prigioniere selezionate al Lager Ravensbrück fu imposta la prostituzione forzata.
D. Come si è documentata per scrivere questo libro?
La baracca dei tristi piaceri è un romanzo, tuttavia è chiaro che ho dovuto documentarmi su questa materia. Su internet si trovano alcuni buoni documenti inerenti al tema, ma poi quasi nessuno ha voluto portare questo ennesimo crimine nazista alla conoscenza del largo pubblico, sia in Germania che altrove. Ignoro quanti libri abbiano tentato di affrontare l’argomento; io so soltanto che, quando accenno a qualcuno dei bordelli nei lager nazisti, mi imbatto sempre in reazioni di incredulità. Mia cugina e coetanea berlinese, sapendo che tipo di libri scrivo, in passato mi ha procurato spesso contatti con ex-deportati ed ex-perseguitati del nazionalsocialismo, ma in questo caso ho potuto avvalermi solamente di una voce, peraltro abbastanza restia, del figlio di una madre che, detenuta a Ravensbrück, era stata trasferita al bordello di Auschwitz. Le informazioni ricevute sono analoghe in molti dettagli alle stesse circostanze che troviamo al bordello ”Sonderbau“ di Buchenwald. Inoltre ho potuto trarre importanti elementi dal libro di Eugen Kogon, Der SS-Staat, pubblicato nel 1946, la prima e impressionante documentazione sul Lager Buchenwald, sul bordello ”Sonderbau“ e sul sistema concentrazionario nazista, che viene tuttora considerato un classico sui crimini commessi dai nazionalsocialisti. Kogon, morto nel 1987, pubblicista, sociologo e politolo, all’epoca era un accanito avversario del nazismo e fu più volte arrestato dalla Gestapo. Nel 1939 fu deportato a Buchenwald dove trascorse sei anni della sua vita. Poco prima della liberazione del Lager da parte degli americani, Kogon seppe di trovarsi su una lista di 46 prigionieri che le SS intendevano eliminare per evitare l’esistenza di pericolosi testimoni, ma un prigioniero influente lo salvò, facendolo uscire clandestinamente dal Lager, nascosto in una cassa di legno. Il resto della costruzione del libro spettava al mestiere della scrittrice. Ho pensato che, se ormai si sa moltissimo sugli orrori commessi dai nazisti durante il regime di Hitler, perché si dovrebbe ignorare l’esistenza dei bordelli nei Lager?
D. La violenza che la protagonista del suo libro, e molte altre donne, subivano nei bordelli dei Lager era doppia: prima la deportazione, spesso per futili motivi, nel campo Ravensbrück, poi l’umiliazione, il disprezzo e la vergogna che le aspettavano al ritorno dall’orrore dopo la guerra. Come affrontavano tutto ciò e come riuscivano a sopravvivere?
Soltanto negli anni Novanta alcune ricercatrici hanno cominciato a elaborare questo tema, tra loro Christa Paul, che ha scritto il libro Zwangsprostitution (Prostituzione forzata). Ma poche erano le donne disposte a testimoniare, soprattutto dopo che i loro ”colleghi di prigionia maschi“ avevano espresso su di loro giudizi duri e sprezzanti. In seguito le testimonianze si erano molto diradate. Una era quella di Margarethe W. dell’agosto 1990. All’epoca la donna aveva superato la settantina, ma ricordava nitidamente il giorno della selezione per il bordello al campo Ravensbrück. In quale stato queste vittime siano ritornate dai bordelli è facile da immaginare: distrutte nel corpo e nella psiche, spesso malate per resto della loro vita.
D. La città di Berlino, oggi capitale moderna e all’avanguardia, fa da sfondo al romanzo. Come è cambiata nel tempo e quale rapporto la lega ancora a essa?
Ho ristabilito con Berlino un contatto molto stretto, anche per via di mia cugina che è nata in quella città e ci vive ancora. Berlino è una metropoli in continua evoluzione, affascinante, fresca e giovane, ma che ricorda e vuole fare ricordare. Chi come me ha vissuto la guerra a Berlino, vede ancora i segni del suo tragico passato, che ammoniscono e invitano alla riflessione. Ma ammiro anche lo sforzo di voler conciliare la Storia con il futuro che, con il grandioso edificio del Reichstag, la nuovissima stazione ferroviaria, Potsdamer Platz e il Sony Center appare già molto presente.
D. La scrittura ha per lei un valore terapeutico?
Assolutamente sì, ma rappresenta anche un’esigenza irreprimibile: la scrittura è una passione, e io ne sono stata catturata fin dall’adolescenza.
D. Dalla sua esperienza umana e di scrittrice emerge una grande forza, un desiderio di abbracciare la vita, ma anche la speranza con cui affrontare il futuro. Da dove nascono?
Ho avuto un destino tutt’altro che facile, ma mi ha messo nella culla due cose: un talento per la scrittura e un carattere forte, combattivo. Ho saputo coltivare entrambi.
9 novembre 2009