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La baracca dei tristi piaceri
Helga Schneider
Salani

la baracca 

Primavera 2001
1
La sala conferenze distava poche centinaia di metri dall’Hotel,
Sveva la raggiunse su un marciapiede lucido di pioggia affiancato
da alberi frustati dal vento. Un tragitto breve ma estenuante.
Il rinfresco era già cominciato. Due camerieri, uno dei
quali dalla pelle scura, si aggiravano tra gli ospiti offrendo
dei cocktails.
Sveva fu presentata agli altri invitati, frasi di circostanza,
cortesi battute. Rilasciò due interviste: una a un
giornale e l’altra a una nota emittente televisiva tedesca.
Il pubblico era elegante, in ossequio al prestigioso evento
che si svolgeva nel bellissimo edificio e monumento
storico Martin-Gropius-Bau.
Tra un contatto e l’altro Sveva fu avvicinata da una signora
anziana fasciata in un vestito di shantung nero.
«Mi chiamo Herta Kiesel, ho letto il suo libro d’un
fiato. Mi piace come scrive.»
«Grazie, molto gentile…»
«So che è venuta dall’Italia. Posso domandarle quanto
tempo si tratterrà a Berlino?»
«Forse una settimana.» Qualcuno avvisò Sveva che
entro pochi minuti avrebbe dovuto spostarsi sul palco
in sala.
«Mi chiedevo» continuò la signora, «se potesse trovare
un’ora per bere insieme un caffè. Non so, domani,
dopodomani…»
Sveva esitò, ma già la donna traeva dal suo borsellino
di perle rosa un biglietto con un numero di telefono.
“Aspetto la sua chiamata… Nel pomeriggio sono
sempre in casa.»
«Io non…» provò a obiettare Sveva, ma l’altra proseguì:
«Anche fra due o tre giorni, davvero ci conto. E ora
mi concederò una tartina al salmone affumicato che è
proprio ciò che mi sconsiglierebbe il mio medico.»
Detto questo si diresse verso il buffet.

La mattina dopo, aprendo la finestra della sua stanza
d’albergo, Sveva trovò un cielo terso.
Aveva appuntamento con Marco, un caro amico, da
alcuni anni ricercatore e collaboratore di studi storici
per una nota università della capitale. Si erano conosciuti
a Firenze durante la presentazione di un libro sulla
vita di Mussolini. All’epoca lei non era ancora vedova
e il matrimonio di Marco sembrava saldo; successivamente,
dopo il divorzio, lui aveva deciso di lasciare
l’Italia e si era ambientato perfettamente in Germania.
Amava Berlino: la definiva una metropoli giovane, fresca,
affascinante e piena di fermenti in ogni settore.
L’appuntamento era al Sony Center sulla Potsdamer
Platz.

Sotto un’immensa cupola luminosa si affacciavano
sette edifici di vetro e acciaio su una piazzetta inondata
di luce; una visione avveniristica che toglieva il fiato.
Lo vide seduto a un tavolino all’aperto di uno dei
numerosi café popolati di turisti provenienti da tutto il
mondo. I suoi occhi si illuminarono all’arrivo di Sveva;
lei notò subito il nuovo taglio di capelli e un deciso cambiamento
del look.
«Eccoti finalmente!» esclamò Marco. «Scusami ancora
se non ho potuto assistere alla tua conferenza, ma
come ti avevo detto…»
«Dovevi partecipare a un convegno dall’altra parte
della città» lo prevenne lei. «Sei scusato.»
Gli si sedette di fronte. «Che bello vederti! Come
stai?»
Lui esitò per una frazione di secondo: «Bene…»
«Problemi?»
«Non proprio… solo una piccola complicazione.»
«Di che genere?»
Marco scosse la testa: «Ti racconterò tutto con calma,
adesso voglio godermi la tua presenza.»
Arrivò la cameriera. Lui aveva già la sua birra, lei
chiese un caffè americano. Si stava bene all’aperto; il
sole batteva già forte.
«Sei ringiovanito» osservò Sveva. «Cosa hai fatto?»
«Non dimostro i miei quarantasei anni appena compiuti?”
domandò Marco con un’ombra di civetteria per
lui insolita.
«Ne dimostri quaranta… due» concesse lei, benevola.
L’amico sembrò deluso, così lei aggiunse ridendo:
«Ehi, ti sei forse innamorato e ne vorresti dimostrare
trenta?»
Lui non rispose. Ebbe un sorriso strano che lei non
seppe interpretare e che le suggerì discrezione.
Per un po’ Sveva si abbandonò al tranquillo fluire di
parole, suoni, passi e risate che la circondavano, unito
al senso di piacevole benessere che la pervadeva ogni
volta che ritornava a Berlino. Un luogo al quale si sentiva
legata, perché era la città natale di suo padre; anche
se poi, alla vigilia della guerra, la famiglia paterna si era
trasferita in Italia, dove già vivevano altri parenti.
«Mi piacerebbe stabilirmi qui» dichiarò Sveva, presa
da un improvviso entusiasmo.
«Sarebbe magnifico» approvò Marco con calore,
«Berlino è il posto ideale per chi scrive. Qui l’editoria
è vivacissima, ci sono laboratori di scrittura, fiere del libro,
festival della poesia. E si legge dovunque: in vecchi
bunker o gasometri, nei salotti bene, in piccoli locali
improvvisati della zona est, o nei grandi palazzi di vetro
sul Ku’damm. Perché non ci pensi seriamente?»
«Lo farei se non fosse per papà. Da quando mia madre
non c’è più lui ha bisogno di me. È anziano, in pensione,
e io non ho fratelli.»
«Sei una brava figlia» disse Marco.
«Vorrei esserlo di più. D’altronde, devo pensare anche
alla mia vita, al mio lavoro che mi porta spesso in
viaggio. Ma mio padre mi comprende. Rimane tranquillo
in Italia perché sa che ritornerò.»
«Peccato» fece Marco «vorrei averti qui, ma capisco
le tue ragioni.»
Ci fu una pausa, Sveva era improvvisamente assorta.
«A cosa stai pensando?»
Lei si riscosse: «Alla conferenza… C’era tanta gente,
e alla fine in molti si sono complimentati per la
mia relazione.»
«Sono fiero di te» disse Marco affettuosamente.
«Ma come succede sempre in queste occasioni, qualcuno
mi ha rivolto la solita domanda: ‘sta già pensando
a un nuovo libro?»
La sua voce aveva una sfumatura di amarezza. Marco
aggrottò le sopracciglia.
«E allora? Non stai lavorando da mesi a una nuova
storia?»
«Non sto lavorando» ammise Sveva, a occhi bassi.
«Non più.»
«Che significa? Qual è il problema?»
«Mi sono arenata. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo
ad andare avanti. Avevo l’impressione che la struttura
non reggesse. Come quando a una casa manca una
colonna portante, ma non si capisce dove.»
«E quindi?»
«Alla fine mi sono così innervosita che ho cancellato
tutto.»
«Ma come! Senza salvare una copia?» protestò Marco.
«Senza salvare niente» ribadì lei.
«Sei stata precipitosa. Avresti potuto far riposare il
lavoro e riprenderlo in un secondo momento.»
«No, qualcosa in quella trama non funzionava. Ah,
Marco, dicono che il secondo libro è più difficile del
primo, ma comincio a temere che non ne avrò mai più
un altro!»
«Stai scherzando, spero. Hai talento, fra qualche set-
timana o qualche mese troverai un’altra storia e magari
sarà un capolavoro.»
«Ma io non ho tutto questo tempo!» esclamò Sveva,
accorata. «Il mio libro vende a meraviglia, è stato già
tradotto in quattro lingue e ha vinto due premi letterari…
non posso fermarmi ora! I lettori e il mercato dimenticano
presto, lo sai.»
«Sì, ma anche se fosse, e non è detto» considerò Marco,
«potresti sempre contare sul tuo vero mestiere.»
«Io voglio scrivere libri e non tornare a fare la giornalista!»
Sveva si scaldò, sbattendo la mano sul tavolino.
Rimasero qualche istante in silenzio, poi lei disse,
contrita: «Scusami, ho perso il controllo.»
«Va bene, va bene» replicò lui, conciliante. «Ma vedrai
che…»
«Non dirlo!» lo interruppe lei, ma stavolta rideva.
«Non devo dire cosa?»
«Che prima o poi scriverò un capolavoro!»
Marco sollevò le mani in segno di resa, chiamò la cameriera
e ordinò un’altra birra.
Erano di nuovo rilassati; Sveva gli raccontò della donna
che le aveva chiesto un incontro.
«Francamente, non ho nessuna voglia di andare» sospirò.
«Accontentare un’ammiratrice è come gettare un
sasso nello stagno» sentenziò Marco. «Lei consiglia il
tuo libro alle amiche che a loro volta lo consigliano ad
altre amiche e il cerchio si allarga.»
«Ottimo argomento di marketing» annuì Sveva, comicamente
solenne. «Ma sai cosa ti dico? Mi è venuta
fame. Ordinerò un toast.»

2
Poiché Marco aveva insistito, dotato com’era di
indole altruista e generosa, Sveva telefonò alla
sua ammiratrice il pomeriggio del giorno dopo,
ma quando si presentò, la risposta che ricevette
fu sorprendente.
«Chi sarebbe lei, scusi?»
Sveva ripeté nome e cognome.
«D’accordo, ma cosa vuole da me?»
«Scusi… Parlo con Frau Kiesel?»
«Precisamente, e con chi altri?»
«Signora, sono la scrittrice che…»
«Ne conosco tanta di gente che scrive» sbottò l’altra.
Colpa di Marco, pensò Sveva. Non voleva che deludessi
un’ammiratrice, e invece questa mi tratta come
un’importuna.
«È lei che mi aveva chiesto di chiamarla» puntualizzò,
un po’ seccata.
«Quando sarebbe successo?»
«L’altro ieri, al Martin-Gropius-Bau, prima della
conferenza. Mi ha dato il suo numero di telefono, non
si ricorda?»
Ci fu un silenzio. Poi la donna esclamò: «Mein Gott,
ma sì! È tutta colpa dei miei buchi!»
«Prego?»
«La memoria recente, ogni tanto fa cilecca. E pensare
che tengo il cervello in allenamento, leggo in continuazione!
Perfino il bollettino della parrocchia. Vuol
perdonarmi?»
«Certo…»
«In compenso la mia memoria remota è prodigiosa.
Ricordo perfino il colore del vestito che indossavo il primo
giorno di scuola. Quando possiamo incontrarci?»
Sveva non rispose subito. Le era passato anche quel
po’ di buona volontà che l’aveva spinta a comporre il
numero, e ora avrebbe dato chissà cosa per trovare un
valido pretesto e rinunciare all’incontro. Oltre il vetro
della finestra il cielo si era rabbuiato.
«Potrebbe fra un’ora?» sentì proporre.
Guardò l’orologio, esitò. Frau Kiesel aggiustò il tiro:
«Ha ragione, facciamo fra due.»
«In verità avevo pensato che…» cominciò Sveva, ma
la donna le indicò l’indirizzo di un locale. «Si trova quasi
sotto casa mia. È un posto niente male, un po’ rustico,
ma preparano un ottimo caffè.»
Sveva si arrese. «D’accordo.» Prima succedeva e prima
se ne sarebbe liberata.
«Se vede una vecchia con un tailleur fuori moda, sono
io» concluse Frau Kiesel. «A fra poco.»

A circa dieci passi dall’entrata del café, un uomo dalla
pelle olivastra vendeva roba usata: vecchie medaglie
della prima guerra mondiale, una radio a transistor degli
anni cinquanta color avorio, due manifesti di propaganda
politica della ex Germania Est in bianco e nero,
una teiera araba, stivali di gomma verdi e un telefono
bianco tipo Hollywood, ma Sveva dubitava che fosse
originale. Avrebbe voluto comprare la radio, ma poi
rinunciò. Le sarebbe stata d’impiccio.
Il locale esibiva una facciata restaurata, ma l’interno
era rimasto in stile anni trenta. Dietro un massiccio
bancone rivestito di radica trafficava un uomo di mezza
età con i capelli legati in un codino. Il ragazzo che lo
affiancava ostentando un’aria annoiata, esibiva vistose
mèches bionde.
C’erano due salette. Nella prima, con quattro tavoli
occupati, saettava una giovanissima cameriera in minigonna,
calze nere a rete, scarponi militari e un piercing
al lobo dell’orecchio destro. Sveva non vedeva nessuna
signora con un tailleur fuori moda. Passò oltre.
Nella seconda saletta, più piccola e intima, l’illuminazione
era morbida. Un greve odore di birra si mischiava
a qualcosa che le sembrò cera da pavimenti. Due alti finestroni
si affacciavano su un cortile stretto in cui un solitario
alberello nudo e triste si dondolava al vento.
Una coppia di mezza età era seduta davanti a due
grandi boccali di birra chiara. Quando Sveva passò loro
accanto, la donna le sorrise.
Poi la vide all’ultimo tavolino in fondo, vicino a un
vecchio pianoforte dall’aria vissuta. Un istante di esitazione,
poi si avvicinò.
«Frau Kiesel?»
«S…sì» rispose l’altra con sorpresa.
«Eccomi, sono la scrittrice.»
«Ah… bene. Ma si sieda, prego.»
Sveva si accomodò, a disagio per la tiepida accoglien-
za. Ma ormai era lì: avrebbero bevuto insieme una tazza
di caffè, fatto un po’ di conversazione, alla fine si sarebbero
salutate e amen.
«Il tempo è di nuovo peggiorato» esordì Frau Kiesel,
guardando verso il cortile buio. Un cielo ormai nero
aveva risucchiato la già fioca luce del pomeriggio.
Poi si mise a scrutare Sveva come se non ricordasse per
quale motivo si trovava in sua compagnia.
«Ho sentito al telegiornale che hanno di nuovo ammazzato
un nero» dichiarò, forse per guadagnare tempo. «Sono
 sempre loro!»
«Mi scusi, loro chi?»
«I neonazi! C’era anche sui giornali. Dovrebbe leggere
queste cose!»
«Non ho ancora avuto modo di…»
«È stato tutto inutile!» si scaldò l’altra. «Fiumi di discussioni
e dibattiti in tivù, il divieto di organizzarsi in
partiti palesemente razzisti… e sa qual è il risultato?»
«N…o.»
«Che il Partito nazionale tedesco, razzista e xenofobo,
è ormai insediato in molti parlamenti comunali!
Siamo alle solite! Lei cosa pensa?»
«Io veramente…»
«Ci saranno grandi discorsi pieni di indignazione, si
invocherà una maggiore giustizia sociale e politica, poi
si metterà a tacere tutto.»
Allungò il braccio attraverso il tavolo e sfiorò una mano
di Sveva. «Scusi lo sfogo, ma certe notizie mi mandano
in bestia. Sono molto preoccupata, sa?»
«Per che cosa, signora?»
«Che prima o poi possano ritornare al potere.»
«Chi?»
«I nazisti! E il pensiero mi spaventa a morte, perché
io quell’epoca me la sono vissuta sulla pelle e non è stato
uno scherzo, glielo garantisco».
Ritirò il braccio e cadde in un cupo silenzio, fissando
il contenitore dei tovaglioli di carta. Sveva ne approfittò
per guardarla meglio.
Sembrava più vecchia di quando l’aveva vista alla
conferenza, pareva aver superato abbondantemente la
settantina. Il volto era segnato dagli anni, l’espressione
recava tracce di passate sofferenze. La fronte, altissima,
era solcata da tre profonde rughe perpendicolari, una
delle quali terminava in una specie di croce distorta. Le
mani erano forti, con dita affusolate, il dorso finemente
venato.
Quando rialzò il capo, Sveva poté notare il colore
straordinario dei suoi occhi: quello nobile e raro dell’argento
martellato. Doveva essere stata bella, un tempo.
«Non creda che abbia dimenticato il motivo per il
quale lei si trova qui» Frau Kiesel cercò di rimediare all’iniziale
defaillance. «Noi dovevamo…»
«Non si preoccupi» disse Sveva, gentile. Stava per fare
un commento sui partiti di estrema destra, ma Frau
Kiesel era già altrove. Cambiando tono, dichiarò ammirata:
«La sua relazione è stata eccellente. Acuta, sobria,
chiara. Le faccio i miei complimenti.»
«Oh, grazie…»
Arrivò la cameriera: ordinarono caffè e due fette di
crostata di mele. Frau Kiesel domandò se fosse un dolce
artigianale o industriale; e la ragazza raccontò di
un’amorevole nonnina che notte e giorno preparava
con le sue mani le crostate per il café. Quando si fu allontanata,
Frau Kiesel dichiarò con aria indulgente:
«Naturalmente non c’è nessuna nonna nel retrobottega,
ma apprezzo che la ragazza abbia voluto rassicurarmi
sulla genuinità dei loro prodotti.»
Sul suo volto spuntò un sorriso tenero: «Ho conosciuto
solo la mia bisnonna, la veneravo. Le devo molto.»
Per qualche istante si immerse nel ricordo, tracciando
con l’indice piccoli cerchi sulla superficie del tavolino.
Poi a un tratto alzò il capo e disse: «Prima che mi
dimentichi, devo comunicarle un messaggio.»
«Davvero? Da parte di chi?»
«La mia amica Melanie e suo marito Jost possiedono
una piccola ma prestigiosa casa editrice, e due volte
al mese organizzano serate in cui scrittori noti leggono
qualcosa dei propri libri. Il loro salotto è molto ambito,
vi si incontrano sempre persone interessanti e di
alto profilo.»
Sveva intuì la richiesta.
«Be’, mi hanno incaricata di chiederle se volesse partecipare
alla prossima serata.»
«Ma io non sono poi così nota» si schermì Sveva, ma
l’altra protestò: «Non dica sciocchezze! Detesto la falsa
modestia. Cosa devo riferire ai miei amici?»
«Quando sarebbe?»
«Questo sabato. Melanie mi ha pregato di insistere, ci
terrebbe molto.»
Mancavano quattro giorni.
«Ci pensi su un attimo» propose Frau Kiesel. Prese
un tovagliolo di carta e lentamente lo piegò in più parti,
compiendo la piccola operazione con la massima serietà.
Di nuovo Sveva approfittò dell’occasione per osservarla
meglio.
Indossava un tailleur stile Chanel color rosa pastello,
e i capelli tinti color castano chiaro le sfioravano appena
le spalle. Portava un orologio da polso anni cinquanta.
Poi, come aveva già fatto prima, all’improvviso levò
lo sguardo e ripeté: «Cosa devo dire ai miei amici?»
«Accetto, grazie» rispose Sveva, per mera inerzia.
«Ah, ne sono proprio felice! Per i dettagli, l’orario,
l’indirizzo e tutto il resto le saprò dire.»
«D’accordo.»
«Melanie e Jost vivono per i libri» riprese Frau Kiesel.
«Per loro sono un po’ i figli che non possono avere.
Leggono come dei dannati… E anch’io sono diventata
una lettrice accanita. Divoro di tutto, perché non ho
più voglia di fare molto altro.»
Solo in quel momento Sveva notò il sottile nastro nero
che cingeva la manica della sua giacca. L’altra colse
lo sguardo e disse senza enfasi: «Mia sorella. È mancata
due mesi fa.»
Sveva stava per farle le condoglianze, ma fu bloccata
da un movimento brusco della mano: «Lasci stare.
In tutta onestà non posso affermare di essere in lutto
per lei.»
Una franchezza secca, ostile.
«Eravamo in rottura fin dai tempi dei nazisti, un contrasto
insanabile. L’ho rivista solo il giorno prima che
morisse. Non mi ha nemmeno riconosciuta perché era
sotto l’effetto della morfina.»
Qualcosa era rimasto non detto.
«Una rottura così definitiva deve aver avuto un moti-
vo non indifferente» Sveva non poté trattenersi dall’osservare.
La donna piegò il capo da un lato e con un gesto rapido
fissò dietro l’orecchio una ciocca di capelli che le
era scivolata sulla fronte.
«Sì, grave» rispose, laconica. Ricominciò a tracciare
cerchi sul tavolino, infine dichiarò, lo sguardo basso:
«Successe a causa del mio ragazzo.» Guardò verso il
pianoforte: «Uwe voleva diventare pianista.»
«Uwe?»
«Era il mio fidanzato, tanto tempo fa. Aveva un talento
straordinario per la musica. Un giovane perbene…
di ottima famiglia.»
«E ci riuscì?»
Lei ebbe un sorriso amaro, tra i più amari che Sveva
avesse mai visto: «No, non lo diventò. E non restò nemmeno
il mio ragazzo.»
«Come mai?» Sollevò le spalle e di nuovo abbandonò
le mani sul tavolo, vecchie mani belle e dignitose.
«Uwe aveva tutte le virtù del mondo, ma per i miei
genitori non significava nulla. Nulla, capisce?»
«Veramente…»
«Ha ragione, non potrebbe capire» fece, sdegnosa.
Per qualche istante Sveva resistette alla tentazione
di saperne di più, poi mandò la prudenza alle ortiche:
«Lui era forse… ebreo?»
L’altra esitò, poi snocciolò in fretta la risposta come
se volesse liberarsene: «La madre era cattolica, il padre
per metà ebreo, ma non era membro della Comunità
ebraica. I due figli, Uwe e la sorella, erano stati educati
secondo la religione della madre. Si trattava di un matrimonio
misto, definito dai nazisti ‘privilegiato’. Erano
immuni dai decreti emessi contro gli ebrei e non dovevano
portare la Stella di David.»
«Immagino che malgrado questo non vivessero in un
clima troppo rassicurante» obiettò Sveva.
«Con i nazisti non si poteva mai sapere. A volte disposizioni,
norme o leggi cambiavano dalla mattina alla
sera e quando non ne venivi a conoscenza in tempo,
spesso era troppo tardi e cadevi nella loro trappola.»
Guardò di nuovo verso il pianoforte: «Fu un colpo
di fulmine…»
«Fra lei… e Uwe?»
«Sì. Un ragazzo speciale, meraviglioso. Era estate…
aspetti… 1942. Una giornata caldissima. Mi ero rifugiata
con un’amica in un cinema dove si stava al fresco.
Davano un film con la Garbo. E all’uscita…»
Si arrestò, rifletté. «Non ricordo con chi fosse, ma
Uwe mi urtò e mi fece cadere la borsetta. Lui la raccolse
e tutto iniziò in quel momento.»
Il suo viso si rabbuiò: «In seguito commisi un grave
errore. Fui stupida.»
«Cosa fece?»
«Una sciocchezza imperdonabile. Dissi ai miei genitori
della famiglia di Uwe, ma appena sentirono la parola
‘ebreo’ successe il finimondo! Fino ad allora non
mi ero mai accorta che i miei fossero così ferocemente
antisemiti. Mia madre mi riempì la testa di prediche,
mio padre mi strapazzò. Mia sorella disse addirittura
che si vergognava di me, che se il suo fidanzato, uno delle
SA, avesse saputo che frequentavo un ragazzo con
sangue giudeo nelle vene, l’avrebbe lasciata e lei non
me lo avrebbe perdonato per il resto della vita!»
«E lei lo lasciò?»
La sua bocca prese una piega caparbia: «Niente affatto!
Lo amavo.»
Diventò pensosa. Si dondolò un poco avanti e indietro
in un movimento strano, poi domandò di punto in
bianco: «È vero che per il giovane protagonista della
prima parte del suo libro ha preso per modello suo padre?»
«È vero. La sua testimonianza è stata per me molto
importante. Dopo tutto, anche se all’epoca era solo un
ragazzino, ha potuto raccontarmi molti particolari sugli
anni del nazismo che precedevano la guerra.»
«Quindi il suo ottimo tedesco…»
«La prima parola che imparai fu Vati. Babbo. Parlo
la madrelingua di papà praticamente fin dalla nascita.»
Ci fu una pausa, Frau Kiesel era diventata pensierosa.
«Povera Germania» disse infine. «Da una cattiva democrazia
è caduta in una feroce dittatura. Anche Melanie
e Jost sono figli di quel regime e di tutto ciò che ha
causato. Durante la guerra hanno vissuto a Berlino. Allora
erano adolescenti, ma ricordano tutto perfettamente: la
fame, i bombardamenti, il dolore per i parenti caduti al
fronte…»
Aggiunse, malinconica: «Anch’io abitavo in questa
città, perlomeno fino a un certo periodo.»
Sveva domandò, garbata: «Dopo… che successe?»
«Ebbi dei problemi… a causa di Uwe.»
I suoi occhi indagarono per qualche istante in quelli
di Sveva come se fosse incerta se continuare o troncare
il discorso. Infine scosse la testa: «Mi perdoni, sono
una vecchia logorroica. La sto annoiando.»
«Non mi annoia affatto» dichiarò Sveva gentilmente.
L’altra indugiò, poi propose in tono leggero, loquace:
«Perché non mi racconta qualcosa di lei? Ad esempio,
notizie che i giornali non riportano.»
Sveva non aveva nessuna voglia di raccontare di sé,
ma volle accontentarla.
«Be’, dipende da cosa ha letto sui giornali.»
«Che è anche giornalista, ma che ha deciso di dedicarsi
interamente alla scrittura.»
«Effettivamente sarebbe questa la mia intenzione.»
Frau Kiesel allungò di nuovo il braccio e, battendo
una mano su quella di Sveva, disse: «Sono sicura che lei
pubblicherà molti altri libri, mia cara.» Poi tornò ad appoggiarsi
allo schienale della sedia: «Lei ha una figlia. Cosa fa? Studia?
Lavora?»
«Frequenta la Queen Margaret University di Edimburgo.»
«Caspita! Perché così lontano?»
«È fidanzata con uno scozzese.»
«Di solito gli scozzesi sono gente molto chiusa» sentenziò
Frau Kiesel.
«Il ragazzo di mia figlia invece è spontaneo e aperto»
rispose Sveva. «L’ho conosciuto, una volta a Edimburgo
e un’altra quando è venuto in Italia. Si chiama Edwin.
Uno stangone con le lentiggini. Ha subito legato
con mio padre. Era uno spasso vederli insieme.»
«Il mondo è bello perché è vario» chiosò Frau Kiesel,
ormai disinteressata all’argomento.
Si chiuse in un nuovo silenzio rovistando nella sua
borsetta, senza tuttavia estrarre nulla.
Passati che furono un paio di minuti, Sveva tentò di
ricondurla alla storia di Uwe, ma l’altra rispose riluttante:
«Non voglio annoiarla, l’ho già detto.»
Sveva tornò a rassicurarla nel tono più convincente di
cui era capace che non la annoiava affatto, quindi le rivolse
una domanda precisa: «Che problemi ebbe a causa
di Uwe?»
L’altra fece un gesto d’impotenza, come se fosse travolta
da qualcosa di inarrestabile. Poi si arrese: «D’accordo,
ma l’ha voluto lei.»
«L’ho voluto io» confermò Sveva.
«Ma devo fare un passo indietro. Non le secca?»
«No, assolutamente.»
Attese ancora qualche istante, poi cominciò.
«A causa di Uwe mio padre era cambiato, non lo riconoscevo
più. Lo scoprivo ottuso e odiosamente fanatico.
Sapere che io amavo un ragazzo con sangue ebreo
nelle vene lo offendeva nel suo onore di ariano con tanto
di certificato di purezza.»
«Che lavoro faceva?»
«Era un funzionario del ministero della Sanità e temeva
ripercussioni per colpa della nostra storia. Cominciò
a tenermi chiusa in camera per impedirmi di vedere
Uwe, ma un giorno scappai. Uscii dalla finestra,
mi calai da un albero, chiamai lui da una cabina telefonica
e ci incontrammo al Tiergarten. Quando rientrai,
mio padre mi prese a cinghiate, e la mattina dopo mi
cacciò di casa. Mia madre era totalmente d’accordo,
mi aveva già preparato una valigetta con il minimo
indispensabile.»
«E dove andò?»
«I genitori di Uwe possedevano diversi appartamenti
e me ne misero a disposizione uno piccolo ma molto
grazioso dalle parti di Zehlendorf. Lasciai gli studi di
psicologia e andai a lavorare in fabbrica. I miei non mi
cercarono mai più.»
«Nemmeno sua sorella?»
«Elisabeth?» esclamò, sarcastica. «Un giorno mi aveva
chiamata Judenhure, puttana ebrea. Mi disprezzava
profondamente.»
Arrivò la cameriera con le ordinazioni e cominciarono
a dedicarsi al caffè e alla crostata di mele.
«Io dovrei stare lontana dai dolci» si crucciò Frau
Kiesel, «ma sono troppo golosa. La mia amica Melanie
non è una gran cuoca, ma è un genio nel preparare
torte e ciambelle. La sua Mohnstrudel ogni volta è un
capolavoro.»
Sveva ascoltava con un orecchio solo, impaziente invece
di conoscere il seguito della storia. Ma Frau Kiesel
continuò a divagare.
«Quando era più giovane, Melanie faceva la giornalista.
Per un certo periodo intervistò i sopravvissuti ai
campi di sterminio per un importante settimanale tedesco;
un giorno mi contattò per avere un colloquio.
Erano gli anni Ottanta e qui in Germania la stampa cominciava
a essere piena di articoli e servizi su Hitler,
sui campi di sterminio, sul genocidio degli ebrei e via
dicendo.»
Vuotò la tazzina con manifesto piacere. «Se non fosse
veleno per il mio cuore berrei caffè dalla mattina al-
la sera.»
«Una o due tazzine al giorno non fanno male» sostenne
Sveva. «Lo dicono anche i medici.»
«Non si saranno messi d’accordo con i produttori di
caffè?» domandò Frau Kiesel maliziosamente.
«Chi lo sa» Sveva sorrise. «A proposito: perché Melanie
le chiese un’intervista?»
«Voleva che le parlassi del lager di Ravensbrück, ma
all’ultimo momento cambiai idea e non volli più saperne.
In principio lei insistette, ma quando si rese conto
che sarei rimasta irremovibile si rassegnò e mi invitò a
cena. Cominciò così la nostra amicizia.»
«Lei è stata… a Ravensbrück?»
L’altra serrò la bocca, sembrava che non volesse rispondere.
Poi confermò, controvoglia: «Sissignora, sono
stata in quell’inferno.»
«Mi dispiace…» Sveva fu molto colpita dalla notizia.
«So che è stato un posto tremendo.»
«Tremendo è dir poco, cara signora.»
«Ma, mi perdoni, per quale motivo è stata deportata?»
Nuovo indugio, poi cedette: «Perché ero stata arrestata
e accusata di Blutschande, di aver contaminato il
sangue ariano con quello ebreo! Era un reato.»
Si irrigidì, sbottò fra i denti: «Blutschande! E loro erano
una famiglia perbene… Il padre di Uwe era stato decorato
con la Croce di ferro di Prima classe del 1914, si
rende conto?»
Proseguì, accorata: «In principio sembrava che i nuclei
‘misti’ non dovessero avere grandi problemi, infatti
la famiglia del mio ragazzo viveva a Berlino indisturbata.
Si consideravano al riparo da brutte sorprese, e anche
Uwe e io ci credevamo al sicuro. Ma da un giorno
all’altro tutto cambiò. La Gestapo lanciò la cosiddetta
Grossaktion Juden, grande azione ebrei. Eravamo…
aspetti… Sì, fu nel febbraio del 1943.»
«Cosa accadde?» domandò Sveva, sempre più presa
dal racconto della donna.
«Una mattina, Gestapo e SS bloccarono gli ingressi
di circa cento fabbriche di Berlino e caricarono gli ebrei
su camion. Poi li trasportarono in vari posti di raccolta
già stabiliti in precedenza. A sorpresa la Gestapo fece
anche irruzione in case private rastrellando famiglie
miste ed ebrei definiti ‘di valore’, come il padre di Uwe,
portandoli a forza nei posti di raccolta. Il fanatico ministro
Goebbels aveva promesso a Hitler che entro breve
tempo avrebbe ripulito la capitale da ogni residuo
giudaico. Ormai anche le famiglie privilegiate erano nel
mirino del regime.»
Sospirò profondamente e aggiunse, guardando nel
vuoto: «Accadde una domenica, lo ricordo come se
fosse ieri.»

1943, Berlino , quartiere Lankwitz
Era stata invitata a pranzo dai genitori di Uwe. Molto
affezionate a Herta, le due buone persone cercavano di
offrirle il calore familiare che non aveva più.
La giornata era insolitamente mite, considerando la
stagione ancora precoce.
Uwe viveva in un ambiente sereno, di sobria elegan-
za. I suoi erano agiati, ma non lo ostentavano.
Herta, frequentando quella gente, aveva notato che
in casa non c’era nessun oggetto che richiamasse la religione
del padre. Al contrario, su una parete del soggiorno
c’era una piccola croce in ferro battuto.
Quella mattina lei arrivò presto e i due ragazzi andarono
nel giardino che confinava con una grande terrazza.
Si sedettero su una panchina godendosi il sole tiepido.
C’era fra loro una tenerezza silenziosa, riservata. Si
udiva in lontananza il leggero rumoreggiare della metropoli
domenicale.
L’aria era luminosa, le ombre lievi. Una gentile brezza
si aggirava fra gli alberi nei cui fusti scorreva già la linfa
nuova. In quei momenti i due giovani sembravano al
riparo dalla follia che imperversava nel paese. Lei non
pensava a nulla, si beava della presenza del suo ragazzo.
Poi lui si alzò. Le sue dita percorsero il bordo di una
cicatrice che scavava il tronco di un frassino. Herta seguì,
incantata, quel movimento. Lei amava le mani di
Uwe, sembravano essere nate per i tasti di un pianoforte.
Tuttavia, non erano di aspetto delicato, pallide e affusolate
come in genere si immagina siano le mani dei pianisti.
Le sue invece erano larghe con dita agili e forti.
All’improvviso lui si girò e chiese in tono accorato:
«Tu credi che diventerò un buon pianista e che un giorno
farò concerti nelle importanti città europee e forse
anche in America?»
Lei lo amava anche per quella sua incertezza che
contrastava con la grande ammirazione che il suo talento
suscitava in chiunque ne venisse a contatto.
«Sono sicura che suonerai all’Opera di Vienna e alla
Scala di Milano» dichiarò Herta con amorevole impeto.
«Me lo sento!»
Mai sentore fu più fallace.
Lui le sorrise, grato, ma un attimo dopo il suo volto
si rattristò.
«Cosa c’è?» chiese la ragazza, allarmata dalla sua
espressione.
Uwe si avvicinò e, stringendola a sé, disse: «Mio padre
ha sentito certe voci sul destino degli ebrei a Berlino.»
Herta si staccò da lui per guardarlo negli occhi: «Ma
voi siete una famiglia privilegiata! E tua madre è tedesca
e cattolica. Hai sempre detto che non avete nulla da
temere dai nazisti!»
«Scusami, non volevo spaventarti» rispose Uwe, pentito
per averla agitata.
«Ma voi non avete nulla da temere, non è vero?» insistette
lei.
«No, certo, mi sono lasciato prendere dalla mia solita
emotività.»
«Tu non puoi essere in pericolo! Dimmi che non lo
pensi!»
Lui guardò un gelsomino su cui rami brillava ancora
la rugiada: «E tu dimmi che mi ami.»
«Rispondi alla mia domanda!» replicò Herta, perentoria.
«Non penso di essere in pericolo» disse lui, mentendo.
«E poi, mio padre ha amici influenti al governo.»
Lei volle accontentarsi della sua risposta, ma qualcosa
rimase nel suo animo come un confuso presentimento.

Fu un pranzo sereno. Al termine Uwe suonò il pianoforte
per loro. Aveva un talento naturale di cui i genitori
si erano accorti presto: all’età di otto anni aveva preso
la prima lezione con una pianista russa che viveva a Berlino,
a nove frequentava già un corso al conservatorio.
Herta avrebbe voluto che non smettesse mai, ma
Uwe si fermò nel mezzo di una sonata di Mozart, con
grande sorpresa della famiglia. Era una cosa che non
succedeva mai, a meno che lui non fosse malato.
«Non ti senti bene?» si informò subito la madre, tastandogli
la fronte. Ma lui si ritrasse e disse, volutamente
leggero: «Ho solo voglia di aria fresca, mamma!»
Prese Herta per mano e la condusse nel garage dove
c’era l’automobile del padre e tre biciclette. Uwe indicò
quella di sua sorella, che studiava in Svizzera.
«Prendi questa, è di Julia.»
«Cosa vuoi fare?» chiese Herta.
«Un giretto nei dintorni» rispose lui. «Per un po’ voglio
dimenticarmi della guerra.»
Lei sorrise con tenera indulgenza: «Ma, amore mio,
la guerra c’è e poi… io non so andare in bicicletta.»
«Non hai mai imparato?» si stupì lui.
«No.»
«Però ti farò lo stesso una foto per il mio album» dichiarò
il ragazzo. Andò in casa e ritornò con la sua
Leica.
«Su, monta in sella» la esortò.
Lei ubbidì, benché con molta perplessità.
«Sorridi, amore!»
Ma lei si accorse di non riuscirci. L’otturatore
scattò.

In seguito fecero una passeggiata nei dintorni. Costeggiarono
lunghi fronti di palazzi distrutti dai bombardamenti,
a un chioschetto sgangherato comprarono
due limonate che sapevano di detersivo. Si sedettero su
un muretto rimasto miracolosamente in piedi davanti a
una triste rovina e si tennero per mano.
«Non sarò mai un pianista» disse Uwe, fissando il
marciapiede bucherellato.
«Sì che lo sarai!» ribadì Herta, ardente. «Te l’ho già
detto, me lo sento!»
Ma a casa li aspettava la Gestapo. Avevano appena
arrestato i genitori di Uwe.
I due ragazzi, spaventati a morte, dovettero dare le generalità.
Poi un agente chiese a Herta che rapporti avesse
con quella famiglia. Lei rispose senza esitare di essere
la fidanzata di Uwe.
Li portarono via tutti, ‘per ulteriori accertamenti’.
La Grossaktion Juden era iniziata.

Si ritrovarono nella Rosenstrasse, in un edificio in
precedenza appartenuto alla Comunità ebraica. Vi erano
già tenute in stato di fermo circa duemila persone, le
donne separate dagli uomini.
Dopo cinque ore di attesa, Herta fu interrogata. Fu
costretta a firmare una carta in cui confermava di essere
la fidanzata di Uwe. Poi fu rinchiusa in una cantina
insieme a una trentina di donne di tutte le età, compresa
una bambina di appena quattro anni.
Nei giorni successivi migliaia di donne si radunarono
in Rosenstrasse per chiedere a gran voce il rilascio dei
propri congiunti, ignorando le minacce delle SS. Caso
più unico che raro nella storia del nazismo, la protesta
andò avanti per due settimane e di fatto impedì la deportazione
dei prigionieri.
I nazisti cedettero: quasi tutti gli arrestati, compresi
i genitori di Uwe, furono rilasciati, a eccezione di un
gruppetto di uomini (tra cui inspiegabilmente Uwe),
che era stato deportato in tutta fretta ad Auschwitz, e
una quindicina di donne accusate di Blutschande. Ma
a differenza della madre di Uwe, lasciata libera nonostante
fosse accusata anch’essa di aver macchiato il
sangue ariano con quello ebraico, Herta subì un trattamento
ben diverso.
Fu trasferita nel carcere della Gestapo.

«Non seppi mai più niente di Uwe» concluse Frau
Kiesel, amara.
La saletta era vuota, anche la coppia se ne era andata.
«Il nazismo non mi privò solo del mio fidanzato, ma
anche di un cugino» aggiunse tristemente.
«Cosa gli accadde?» domandò Sveva. Cominciò a
sentirsi catturata dalla storia della donna come in una
malia irresistibile.
«Fu vittima della dura repressione che subirono all’epoca
gli omosessuali» rispose Frau Kiesel. «Si chiamava
Robert, ma per tutti era solo Roby. Insomma, lui
era di quella sponda.»
Detto questo consultò l’ora, e Sveva ebbe un tremito
interiore: non poteva andarsene adesso!
«Che successe a Robert?» incalzò senza curarsi di
apparire invadente, importuna.
Frau Kiesel si accigliò e fece di no col capo. Ma nello
stesso tempo sembrava subire la spinta di voler rispondere.
«Fu l’autunno del 1942, se ricordo bene…» cominciò,
esitante, «quando a Roby capitò la stessa cosa che
avevo dovuto subire io: suo padre lo cacciò di casa.»
«Perché era omosessuale?»
«Esatto. Appena venne a saperlo lo mandò via senza
pietà. Lo rinnegò. Lui, insieme al resto della famiglia.
Roby studiava medicina. Era bravo, un ottimo studente;
la materia lo appassionava. Ma non poté sopportare
quel rifiuto.»
A un tratto si alzò in piedi come se si fosse ricordata
di un’urgenza; o se avesse necessità di andare in bagno.
Poi fissò Sveva con uno sguardo indecifrabile: «Vuole
davvero sentire tutte queste disgrazie?»
«Sì» rispose in tono fermo. Allora l’altra tornò a
sedersi.
«Ci vedevamo di nascosto» esordì. «Lui era in difficoltà,
senza la famiglia gli mancava la terra sotto i piedi.
Non aveva soldi, ogni tanto gli davo qualcosa, ma
nemmeno io navigavo nell’oro. Vivevo con uno stipendio
striminzito. Dovevamo incontrarci in un posto segreto,
frequentato da altri come lui. Per ordinanza della
Gestapo e della Polizia criminale, i locali dove, secondo
i nazisti, ‘si promuoveva l’immoralità pubblica’, erano
stati chiusi e gli omosessuali erano costretti a riunirsi
clandestinamente.»
«Ma… come si manteneva, povero ragazzo?»
«Era questo il problema. In Germania imperversava
una feroce campagna omofoba come se si trattasse
di mettere il popolo in guardia da una specie di peste
bubbonica. Alla radio e sui giornali si faceva “proselitismo”
per un’eterosessualità di regime, pensi che idiozia!
A ogni modo, gli omosessuali non venivano più assunti
da nessuna parte perché semplicemente era vietato.
I trasgressori rischiavano la prigione.»
«E allora cosa fece?»
«Vuol saperlo davvero?»
«Sì.»
«Finì al Bahnhof Zoo.»
«In che senso?»
«Andava con gli uomini per denaro.»
«Intende…»
«Si prostituiva. Ma fece una brutta fine.»
«Che accadde?»
«Il peggio. Una sera bussarono alla porta del mio appartamento.
C’era anche Uwe. Vidi un giovane terrorizzato
che mi implorò di seguirlo perché Roby era nei
guai. Subito dopo si lanciò giù per le scale. In un primo
momento mi irritai, perché avevo raccomandato a
mio cugino di non rivelare a nessuno il mio indirizzo,
ma poi l’angoscia fu più forte e decisi di andare con lui.
Uwe volle accompagnarmi.»
Fu presa da una tossettina nervosa: «Mi scusi…»
Durò per un bel po’. Bevve un bicchiere di acqua,
lentamente passò.
«Il ragazzo ci aspettava giù al portone» continuò infine,
coraggiosa, «ma non riuscimmo a tirargli fuori nulla.
Prendemmo la piccola auto di Uwe. Il giovane disse
che dovevamo raggiungere il Bahnhof Zoo. A quel punto
cominciai ad avere un brutto presentimento.»
Si arrestò, guardò verso la finestra. L’alberello nel
cortile si agitava, ostaggio del vento.
«Era un posto orribile» ricordò, «un ricettacolo di
sesso proibito. Vi giungevano uomini, per la maggior
parte di mezza età e oltre, da tutte le parti del paese perché
attratti dalla giovane ‘merce’ che sapevano di trovare
al Bahnhof Zoo di Berlino. C’erano diciottenni, ventenni,
ma anche ragazzini di quattordici, quindici anni…
una piaga sociale che nemmeno la polizia segreta
era riuscita a debellare, il che è tutto dire nella Germania
nazista, mi creda.»

Herta, Uwe e il ragazzo, del quale ignoravano il nome,
sbucarono da un’entrata secondaria su un binario
di manovra scarsamente illuminato. I pochi operai
addetti ai lavori di smistamento merce erano perlopiù
complici e fiancheggiatori dei giovani prostituti che pagavano
lautamente il loro silenzio.
Nell’area immersa nelle tenebre guizzavano qua e là delle
ombre. Si udivano bisbigli, mormorii e voci soffocate.
Trovarono Roby disteso sul fondo di un carro merci
vuoto. Emetteva gemiti appena udibili. L’altro ragazzo
accese una piccola torcia elettrica, gettando un debole
cono di luce sul suo amico che giaceva in una pozza
di sangue.
«Un cliente gli ha piantato un coltello nella pancia»
spiegò finalmente. «Quel porco pretendeva delle cose
schifose. Roby non voleva e quello si è imbestialito.»
Herta si chinò sul cugino trattenendo il fiato.
«Bisogna portarlo all’ospedale, subito» disse Uwe.
«Io non potevo chiamare nessuno…»  gemette il ragazzo,
«perché sono ricercato. Capite? Io avrei voluto farlo ma…» 
Fu allora che Roby morì.

Frau Kiesel tacque, spossata dal ricordo.
Dalla prima saletta si udiva un concitato vocio maschile
e dai frammenti che giungevano fino a loro si capiva
che un gruppetto di clienti stava commentando
una partita di calcio.
«Forse avevo bisogno di parlare ancora una volta di
queste cose» ammise Frau Kiesel. «Quando mio marito
era ancora vivo toccava a lui ascoltarmi, era sempre
disponibile ogni volta che sentivo la necessità di tirare
fuori i brutti ricordi… quando cominciavano a bruciarmi
dentro come acido. Confidandogli i miei strazi mi
sembrava di espellere quell’acido, capisce? Anche se
in genere il sollievo durava poco e presto mi trovavo al
punto di prima.»
La voce cambiò, assunse un tono tenero, struggente.
«Mio marito era un angelo, un essere umano dotato
di una sensibilità squisita, un uomo raro, speciale.
Con lui riuscivo a essere assolutamente sincera, al contrario
di quanto accadeva con i miei terapeuti. Li detestavo
perché avevo l’impressione che volessero succhiarmi
via ogni più remoto pensiero. Insistevano e insistevano
e io mi ribellavo. Facevo di tutto per salvare
un angolino dentro di me che restasse solo mio. Continuai
il trattamento solo perché Albert lo riteneva indispensabile.»
Sospirò, negli occhi il riverbero dell’antico affetto.
«Non so come abbia fatto a non stancarsi di me, pover’uomo.
Ero una moglie complicata, sempre sofferente,
spesso insopportabile. Mi sentivo pressata da
troppi problemi. Ho visto piangere Albert molte volte
per me… ma Buchenwald mi aveva distrutta.»
Sveva disse, credendo che si fosse sbagliata: «Intendeva
Ravensbrück, non è vero?»
Ma l’altra rispose, a un tratto con un tono duro e risentito:
«Intendevo Buchenwald!»
«Lei è stata a…»
Annuì, compiendo un gesto di improvvisa insofferenza.
Diventò nervosa, si mosse inquieta sulla sedia,
apriva e chiudeva la borsetta. Infine guardò di nuovo
l’orologio e dichiarò, risoluta: «Le ho portato via anche
troppo tempo, ora devo andare.»
Era ricomparsa la fanciulla col piercing che inveiva
al cellulare: «Ma sei sordo? Ti ho detto che ora non posso
parlare!»
Quando terminò di strillare scrutò in direzione delle
due donne come a chiedere se fossero a posto.
«Un’altra fetta di crostata?» domandò Sveva in tono
allettante. Ormai era determinata a trattenere Frau Kiesel
a ogni costo, ma la risposta fu un deciso no.
«Non posso, mi creda!»
«Coraggio! Perché no?»
« Il mio medico non fa altro che raccomandarmi di
andarci piano con gli zuccheri.»
«Un pezzetto di crostata in più non farà alcuna differenza»
la esortò Sveva in perfetta malafede. L’altra esitò,
sospirò, poi si arrese: «E va bene!»
Così ordinarono anche dell’altro caffè. Quando la
cameriera si fu allontanata, Frau Kiesel si alzò, si scusò
e andò al bagno.

Sveva guardò oltre le finestre. Pioveva rabbiosamente
e i rami dell’alberello nello spoglio cortile oscillavano
avvolti da un’irreale aura di vapore argenteo. Le fece
uno strano effetto e per un momento ebbe l’impressione
che più nulla là fuori avesse mantenuto la sua consistenza,
che tutto si stesse liquefacendo per dissolversi e
finire miseramente in qualche canale di scarico.
«Tutta quest’acqua sembra voler sciogliere il mondo»
sentì infine dire Frau Kiesel. «A Buchenwald, quando
pioveva, si diffondeva un orribile odore di catrame bagnato
che penetrava in tutte le baracche. Se ci ripenso
lo sento ancora nelle narici.»
Scivolò sulla sedia e si strinse nelle spalle come se
avesse freddo.
Era più forte di lei, e Sveva le fece la domanda che le
premeva in gola come se bruciasse: «Per quale motivo
dopo Ravensbrück era finita a Buchenwald?»
L’altra prese tempo, gli occhi solo fessure. Poi rispose
con un tono nuovo, aspro e metallico: «Perché ci dissero
che chi si fosse fatta avanti per il Sonderbau sarebbe
stata liberata entro sei mesi!»
«Sonderbau?» ripeté Sveva, colta alla sprovvista.
Negli occhi dell’altra avvampò una luce quasi di
gioia maligna: «È così che chiamavano il bordello di
Buchenwald, cara signora. Vedo che l’ho spiazzata.»
«No… è solo che…»
«È solo che non se lo aspettava. Ma non se ne crucci.
Il bordello è quello dove si trovano le prostitute, dopo
tutto. Non è un bel concetto. Anche se oggi le donne
che si vendono per denaro le chiamano ‘lavoratrici del
sesso’, quasi fosse una categoria un po’ bizzarra di impiegate
che esercita per libera scelta. La mia situazione
di allora era molto diversa, perché l’unica alternativa al
bordello era crepare a Ravensbrück.»
Premette i pugni contro gli occhi in un gesto penoso.
Poi con un tonfo sordo lasciò cadere le mani sul tavolo
e ripeté con voce carica di un rancore mai sopito:
«…‘se accetti di lavorare al Sonderbau sarai liberata
dopo sei mesi’. Dissero proprio così, quei bastardi!»
«E lei… ci credette?»
Per un istante la donna rimase come impietrita, non
si capiva se di sconcerto o di sdegno. Poi ebbe come
uno scatto. I suoi occhi lampeggiarono, i lineamenti si
trasformarono in una maschera di furibondo dolore.
Sveva si sorprese a contemplare affascinata il contrasto
fra la sua età e l’incredibile mutevolezza del suo viso.
Passò qualche minuto prima che l’altra fosse in grado
di riprendere la parola.
«Ci credetti perché ero maledettamente giovane e inesperta!»
dichiarò poi, la voce bassa, acrimoniosa. «Se
non mi fossi fatta avanti ‘spontaneamente’ – si fa per dire
– in un modo o nell’altro a Ravensbrück ci avrei lasciato
la pelle. Nella mia grande ignoranza mi illusi che
il Sonderbau fosse il male minore. Vedevo l’orrore attorno
a me. Le altre prigioniere che morivano una dopo
l’altra… e oltre duemila di internate erano già state trasferite
ad Auschwitz e si sapeva cosa era stato di loro…
Per giunta avevano cominciato a usare molte donne come
cavie per i loro esperimenti!»

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