MAI DIMENTICHERO’…
feb 7th, 2010 di Helga Schneider
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Lasciami andare, madre – Helga Schneider |
| Data: | 11/04/09 (61 letture) |
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Capita a volte che di un film, di un libro vi rimanga impressa una frase. Una frase chi vi obbliga a riflettere, a fermarvi un attimo. Come in questo viaggio nelle emozioni e nei ricordi di Helga Schneider.
“Il sentimento dell’odio mi è sempre stato estraneo”
È questa la frase che si legge sotto il titolo del libro di Helga Schneider. Una frase che mi ha colpito immediatamente, che mi ha anche confuso. Una frase che ho capito, almeno penso di aver capito, solo al termine del libro, solo seguendo i suoi pensieri, così fragili e feriti. Quella frase la disse Rudolf Hoss. Comandante del campo di concentramento di Auschwitz Birkenau. Sapevo cosa andavo incontro prendendo in mano di nuovo un libro di Helga Schneider, sapevo che avrei letto ancora una volta del suo dolore, della sua vita, ma anche del dolore di un mondo intero, dell’intera umanità. Del popolo ebreo, dei tedeschi stessi, dei polacchi, dei russi, degli zingari, degli omosessuali, di tutti. Ed è anche per questo che la frase di Hoss mi ha colpito. Immaginarla sua mi ha stupito, mi ha dato anche fastidio. E mi sembrava strano che la Schneider l’avesse riportata appena sotto il titolo del suo libro. È stato ancora intraprendere un cammino, doloroso. Andare a cercare notizie di Hoss, andare a rileggere documenti, frasi, pagine che parlano di Auschwitz, di Birkenau. Di una follia senza fine. Sapevo cosa andavo incontro, ma era una cosa da fare. Dalla Schneider ho imparato una cosa, una sua frase che mi ha colpito da subito, da sempre. “Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario”. Quello che è successo non sarò mai davvero comprensibile in fondo, ma sempre dovrà essere conosciuto da tutti. Nella illusione forse che errori, che orrori, simili non saranno mai più ripetuti. Forse appena un’illusione.
“Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai”.
“Il sentimento dell’odio mi è sempre stato estraneo”
Parte da qui il libro della Schneider, anche se forse noi ce ne accorgeremo solo dopo, solo leggendolo, solo provando almeno ad intuire i suoi sentimenti. Un libro, come tutti i suoi, raccontato in forma lieve, quasi leggera a tratti, ma capace di fare male. Un libro doppio questo, due piani vicini, che spesso scivolano l’uno dentro l’altro, uno contro l’altro. La storia della follia umana, del più grande delitto dell’uomo. E la storia di una figlia abbandonata dalla madre. “Che cosa può provare una figlia per una madre che ha rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?”. Un lungo viaggio nei ricordi di Helga Schneider, nei suoi sentimenti, nelle sue emozioni. Nella sua fragilità.
Abbondata da piccola insieme al fratellino Peter. Lei a quattro anni, Peter a diciannove mesi. Era l’autunno del 1941 e la madre decideva di arruolarsi nelle SS, lasciando loro da soli, abbandonando il marito, abbandonando tutto per la follia delle SS. Helga Schneider anni dopo, una vita dopo, ha bisogno di capire, di comprendere, ha anche bisogno forse di provare dolore per superare finalmente alla fine i resti di quel legame. Un legame atavico, senza tempo, quello tra madre e figlia. Sfilacciato, distrutto, forse non spezzato. “Lasciami andare, madre”, mi sembra quasi di sentirlo l’urlo della Schneider, un urlo doloso, disperato, appena sussurrato. Dimmi qualcosa che mi permetta di odiarti, qualcosa che finalmente per sempre mi possa allontanare da te. Questo forse cercava la Schneider provocandola anche sua madre, chiedendole di ricordare gli orrori, chiedendole se si fosse pentita, se avesse capito. Tormentandola per liberarsi infine del fantasma di sua madre. Dell’idea di sua madre. Di quel sentimento senza tempo. Non ci dice alla fine se ci riesce, lo tiene per se- Promette alla madre di tornare, forse appena una falsa promessa, forse un suo viaggio nel dolore per chiedere perdono. A noi la risposta, ma è appena la nostra risposta. .
L’aveva già incontrata quella madre, una madre mai chiamata per nome. Era il 1971, 27 anni prima di questo nuovo incontro. “Fu improvviso che provai, irrefrenabile, il bisogno di cercarti”. Un incontro che Helga Schneider ci aveva già raccontato in un altro libro, sempre forte questo bisogno di condividere tutte della sua vita con gli altri, con i lettori. Lei con la voglia, il bisogno, di trovare finalmente una madre, il bisogno di capire. La madre che invece provò solo a farle indossare la sua vecchia uniforme delle SS, a darle in mano dei gioielli d’oro fatti con l’oro degli ebrei. Senza mai nessun pentimento. Era scappata allora Helga Schneider, aveva sepolto il ricordo della madre in un angolo lontano, nascosto, della memoria. Fino a una lettera color rosa in arrivo da Vienna. Gisela Freihorst, una carta amica di sua madre. Che la esortava a un nuovo incontro con sua madre, ormai davvero anziana. “Dopotutto, è sempre sua madre”.
“Oggi ti rivedo madre, e ho il batticuore. Che cosa ci diremo?”
Inizia così il libro di Helga Schneider. Come sempre, come ogni suo libro, intimo e doloroso. Parla sempre di sé, della sua famiglia, della sua vita. Della sua Germania e del suo passato. Saremo vicino a lei in questo incontro, così doloroso, così difficile. Non può stare lontana da sua madre. Non è solo morbosa curiosità, è il legame profondo che non si può rompere mai tra una madre e una figlia. Con tutte le colpe, non si può rompere mai. Un incontro in cui la Schneider ripercorrerà la propria vita e naturalmente, non può essere altrimenti, anche una parte della storia più recente e dolorosa della Germania. E noi con lei. Cercherà in ogni attimo di spezzarlo quel legame con quella donna, senza riuscirvi mai del tutto, senza riuscirvi per davvero. Non ci racconta la sua ultima scelta, la sua ultima decisione. E per una scrittrice che ha condiviso davvero sempre tutto con i suoi lettori è forse anche una scelta dolorosa. Per una volta i suoi sentimenti, le sue scelte, rimangono solo sue. Ed è giusto così.
Il presente si inframmezza sempre con i ricordi del passato, si mischiano, si confondono i due piani. I sentimenti della Schneider per la madre cambiano attimo dopo attimo in quella mattinata. Ha bisogno di capire. Forse ha solo bisogno di trovare alla fine un motivo per andarsene, per liberarsi di quell’oppressione sul cuore e sui pensieri che è quella donna, che è sua madre. È un incontro doloroso, ma non poteva essere altrimenti. Doloroso per lei, ma anche per noi che leggiamo. Il piano più strettamente personale della loro storia che si mescola con la storia più dolorosa della Germania, dell’umanità intera. Sembra quasi uno scontro, una partita a scacchi. Con le due donne che fanno le loro mosse, solo così dolorose.
“O invece stava rinascendo in me una piccola, stolta speranza? Forse era cambiata; forse si era pentita; forse l’estrema vecchiaia le aveva addolcito il cuore; forse sarebbe stata persino capace di un gesto materno. Curiosità, speranza; e una sorte di oscuro richiamo”. Insisto su questi sentimenti della Schneider perché sono il cuore del libro, del racconto. Insisto perché è l’unico modo per capirla, e forse capire in parte anche il comportamento della madre. Insisto perché è l’unico modo di capire la frase di Rudolf Hoss che leggiamo all’inizio del libro. Una partita a scacchi in cui si sfidano le due donne. Ognuna con i propri ricordi, con i propri sentimenti. Le convinzioni e le ferite, profonde. Non possiamo non stare con Helga Schneider, parteggiare per lei. Ma sarà comunque un viaggio doloroso, capace anche di portare alla luce profonde contraddizioni in tutte e due le donne. Lei figlia abbandonata ad appena quattro anni, insieme al fratellino, al padre. La madre che ha lasciato tutto per entrare nelle SS. Non c’è pace per entrambe, forse la pace sarà di un altro tempo. Parte subito all’attacco la Schneider, che ha bisogno di capire, che ha bisogno di allontanarsi da quella donna che chiama madre. Ma la vede nel frattempo debole, fragile ormai. Cerca di scorgere ogni possibile pentimento nelle sue parole, nei suoi ricordi. Per averla abbandonata, per aver abbandonato la sua famiglia. Per aver sposato senza incertezze le idee dell’Olocausto. Ma trova spesso un muro, impenetrabile. È difficile da raccontare, da spiegare. Attimi in cui la madre sembra cedere, sembra voler ammette anche solo una piccola colpa, subito sommersi dalla follia dell’odio. Di ideologie sposate in pieno ma anche dell’andare alla ricerca di scuse, delle solite scuse. “Per me doveva essere giusto ciò che era giusto per il governo e non avevo il diritto a pensieri, opinioni o sentimenti di ordine personale. Avevo invece il dovere di obbedire senza discutere agli ordini superiori”. Parole dette con una lucidità e una violenza da far male. Come tutti i ricordi di quella donna. I ricordi di Ravensbruck, di Auschwitz, di Birkenau. Degli esperimenti sui prigionieri. Delle donne cui venivano strappati i figli, i bambini subito mandati verso le camere a gas. Ricordi da far male, da opprimere il cuore. Da strappare lacrime. Ricordi di una SS. Davanti a tutto questa sta Helga Schneider. Davanti a tutto questo. Al dolore, alle lacrime. Al dolore. Alla rabbia. “Ti guardo madre e provo un dissidio terribile, lacerante, l’istintiva attrazione per il mio stesso sangue e l’irrevocabile rifiuto per ciò che sei stata, per ciò che sei ancora”. Un libro due volte doloroso. Per i ricordi. Per i sentimenti, laceranti, lacerati della Schneider. Che si comporta con una rabbia, con una foga contro la madre che sorprende lei stessa. Fatti odiare, madre. Ha bisogno di odiarla, per spezzare quel legame atavico. Sempre in bilico, sempre sul limite come un’equilibrista tra odio e perdono. “Le avevo forse perdonato? Con mia grande meraviglia la mia risposta fu si. Le avevo perdonato il male che aveva fatto a noi, a suo marito, ai suoi figli…ma quanto alle altre colpe di cui si era macchiata, il diritto alla condanna o al perdono appartenevano esclusivamente alle sue vittime”. Ci dice questo a metà dell’incontro. Ma verso la fine, prima di quello che sarà l’addio o l’arrivederci grida ancora, chiede ancora alla madre di farsi odiare. È un continuo sussultare di sentimenti come onde del mare senza pace e senza tempo.
Fa male questo libro, come tutti quelli della Schneider. Fa male perché ci ricorda, perché racconta la più grossa follia dell’umanità. Che adesso qualcuno vorrebbe anche negare. Ma fa male anche perché più in piccolo va a toccare un rapporto personale, lacerante e lacerato, tra madre e figlia. Non so se vi sia veramente perdono alla fine. Se vi sia un attimo di pace o ancora solo amarezza. Ci sono sentimenti che non possono essere forti, che sono labili, che cambiano anche in un attimo. Voleva forse perdonare sua madre Helga Schneider, ma non sono poi così sicuro che vi riesca davvero del tutto. Promette alla madre di tornare, ma non sappiamo poi cosa decide, cosa faccia. Per una volta si tiene qualcosa per se Helga. “Ora la nostra storia è tutta qui. La storia mancata di una madre e una figlia. No, non la odio. Semplicemente, non la amo”.
“Il sentimento dell’odio mi è sempre stato estraneo”
È strana questa frase, soprattutto se pensiamo che a pronunciarla fu Rudolf Hoss, il comandante del campo di concentramento di Auschwitz Birkenau. E che sotto di lui morirono ben più di un milione di persone indifese. È strano che Helga Schneider l’abbia messa all’inizio del suo libro questa frase. Lei il suo motivo, certo anche doloroso, l’avrà avuto, lasciando poi ad ognuno di noi il pensarci, il riflettere. Il cercare di capire quello che proviamo noi. Sono andato a leggere di Rudolf Hoss, avevo bisogno di capire. Pur senza capire fino in fondo. Ho letto che lui, seppur inflessibile, più che provare odio provava indifferenza e soprattutto voleva eseguire nel modo migliore gli ordini che gli venivano impartiti. Anche se questi ordini erano la morte di un popolo, la morte di più di un milione di persone. Ma a me questo non basta, non può bastare. Non posso e non voglio pensare che Rudolf Hoss non odiasse, che quel sentimento gli fosse per davvero estraneo. Quella frase voglio pensare che la Schneider la scriva pensando a se, e forse a tutte le persone, cercando di dimenticare da chi venne. Cercando di pensare che davvero “il sentimento dell’odio alla fine un giorno possa diventare estraneo al genere umano”.
“Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai”.
La notte. Elie Wiesel.
