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 copertina porta di brandeburgo  

Helga Schneider
Vojnà kaputt!
 
Quando il ragazzo vide il topo rosicchiare il collo di sua madre, l’orrore lo paralizzò.
Nella sua immonda grassezza l’animale stava rannicchiato sulla fragile clavicola della donna e le strappava piccoli brandelli di pelle come se fosse la cosa più normale del mondo, accompagnando lo sforzo con ritmici colpi della coda nuda e miserabile.
Panico. Affanno. Il cuore, per un attimo, si fermò.
Non poteva respirare. Nel petto un  pugno di gelo, la testa un vortice. Infine, un terribile sospetto si fece largo nella sua mente: se quell’animale poteva infierire indisturbato su sua madre, significava una sola cosa. Ma il rifiuto ebbe il sopravvento sulla ragione: non poteva essere. Non doveva essere!
Erich tremava, la schiena un bagno di freddo sudore. Gli sembrò di avere al posto della testa un imbuto rovesciato da cui i pensieri fuggissero come il fumo da una ciminiera. L’ultimo si trattenne in bilico tra senno e negazione: se mi hai fatto questo, voglio morire anch’io. Non posso cavarmela da solo, ho solo tredici anni, Dio!
Ma fu deciso altrimenti.
Forze inattese attraversarono il suo corpo giovane e provato, liberando remote energie. Il suo cuore si contrasse, sussultò, riprese ritmo e vigore. E d’un tratto, uno spaventoso gorgoglio gli uscì dalla bocca. Respirava. Riempiva i polmoni d’aria, respirava e piangeva.
Piangeva, Erich, perché lui viveva mentre sua madre era morta nel sonno.
 
Si era svegliato ignaro. Intirizzito, pervaso dalle angosce consuete, con il solito filo d’ansia che gli toglieva il fiato, ma ignaro.
Come ogni mattina, per prima cosa aveva levato dalle finestrelle senza vetri le assi che servivano a impedire l’accesso agli animali. Due cose gli occorrevano al risveglio per poter affrontare una nuova e difficile giornata di paura, stenti e malinconia: la luce del giorno e la vista della mamma.
Aveva dunque tolto le assi e per un attimo aveva guardato il cortile. Era piccolo, cinto da un muro, inselvatichito, ma Erich lo amava. Palpitava di vita, di selvaggia allegrezza. Gli donava momenti di piccoli sollievi, seppure non duraturi. 
Il sole andava asciugando l’umidità notturna mentre un merlo si esibiva in un pigro dondolio sul ramo di una betulla. Qualche volta nel cortile approdava una coppia di pettirossi, ma erano i passerotti a spadroneggiare.
Un ceppo di caprifoglio rampicante avvinghiava il vecchio pozzo fin quasi a nasconderlo alla vista. Ma Erich sapeva della sua indispensabile esistenza: era da lì che lui e la mamma traevano l’acqua necessaria alla loro sopravvivenza. Era compito di Erich occuparsene e lui ci teneva. Anzi, aveva addirittura strappato quell’incombenza alla madre, perché ciò gli offriva ogni volta l’occasione di trattenersi per un poco nel cortile.
Ci andava al crepuscolo, era più prudente. Ci andava quando la citta si ritirava nelle sue rosse tenebre, dovute agli innumerevoli incendi.
Erich usava sgusciare fuori da uno sportello ribaltabile che un tempo era servito per le libere uscite di un gatto, perché la porta, di ferro pesante, era rimasta bloccata. Probabilmente era successo durante il bombardamento che aveva fatto crollare il palazzo soprastante, lasciando agibile solo le cantine.
 
Aveva sbirciato nel cortile. La vista del sole e del pozzo e il vivace cinguettio degli uccelli gli avevano dato un po’ di coraggio. Poi l’inevitabile domanda: quanto tempo ancora? Per quante settimane o mesi sarebbero dovuti restare nascosti in quello scantinato umido e tetro che era diventato per loro casa e prigione? Il locale in tempo di pace era stato il laboratorio di un panettiere. C’erano ancora i forni, gli scaffali su cui deporre il pane sfornato, alcune pale robuste e un tavolone per l’impastatura.
Quanto ancora? Erich aveva perso il senso del tempo e solo un rudimentale calendario, graffiato sul muro con un chiodo arrugginito, aveva impedito che lui e sua madre scivolassero nel nulla.
Aggiornandolo, il ragazzo aveva realizzato che era il 22 aprile 1945: fra due giorni avrebbe compiuto gli anni.  Nato tedesco, i nazisti non volevano più che fosse tedesco; nato in un mondo civile, un giorno lo avevano cacciato dalla scuola; nato ebreo, lo avevano fatto sentire diverso, sporco, indesiderato e colpevole di qualcosa che non riusciva a capire. Colpevole al punto da volerlo rinchiudere, insieme alla mamma, in un campo di concentramento. Non sapeva più chi fosse, né chi gli altri volevano che fosse. Era senza identità e perfino privo di un volto, perché da mesi non si era più guardato in uno specchio. Qualche volta aveva tentato di riflettersi nel viso di sua madre, perché lei sosteneva che lui le somigliava. Ma quello specchio virtuale si era guastato da quando la donna era caduta malata. I suoi lineamenti erano stravolti, i begli occhi nocciola infossati e le guance svuotate come due sacche grinze. La mamma era diventata irriconoscibile.  
Si, la guerra c’era ancora. Durante la notte Erich aveva sentito il rombo degli aerei e i colpi, duri e minacciosi, dell’artiglieria. Si era svegliato di soprassalto, al buio, stupendosi di non udire la voce della madre, sempre sollecita a rincuorarlo. Poi aveva pensato che stesse dormendo, che fosse finalmente riuscita a prendere sonno, dopo che la recente malattia glielo aveva così ostinatamente negato.
Ma adesso era giunto il momento di fronteggiare la realtà: doveva di nuovo rivolgere lo sguardo verso il giaciglio della mamma, e con attenzione. Lentamente girò il capo, ma il topo era sempre là!
 
Erich rimase senza fiato. Nella sua laida arroganza il topo lo stava fissando, negli occhietti a spillo un lampo di scherno. Era palese che lo schifoso roditore sapesse il fatto suo. Che, insomma, il ragazzo fosse shockato e quindi non potesse essergli di pericolo. Gli animali sentono queste cose, fiutano i cedimenti psicologici degli avversari, le loro debolezze.
Occhi negli occhi, il ragazzo e il topo continuavano a fissarsi. L’insolente bestiola era riuscita a catturare l’attenzione di Erich più di quanto non potesse il cadavere della madre. Ma a un tratto, ribellandosi a quel sordido incanto, un impeto d’ira attraversò il ragazzo da parte a parte. Con un tempismo quasi perfetto si levò una scarpa e la scagliò contro il topo che con uno strido acuto si lanciò nel vuoto e finì a  lamentarsi senza ritegno in qualche oscuro angolo.
Battendo i denti dal dolore, il ragazzo si accostò al corpo della madre. Per un lungo e lacerante momento contemplò quel volto cinereo dagli occhi socchiusi. Era morta. Si, adesso lo sapeva. Ogni sofferenza passata era scivolata via dai lineamenti. Sembrava in pace e per un attimo fugace, una terribile felicità colmò il cuore di Erich: non deve più soffrire, ora sta bene! Amata madre. E intanto sfiorava la fronte di marmo per il bacio d’addio. Ma già mentre si scostava si scoprì a fare l’inventario delle provviste: due scatole di carne, quattro rape avvizzite, un barattolo di latte in polvere e una pagnotta di pane di segale, quello a lunga conservazione e ormai indurito.
Fino a qualche tempo prima una fedele amica di sua madre, Petra, veniva di tanto in tanto a rifornirli di viveri, ma ormai mancava da quindici giorni. E se le fosse accaduto qualcosa e non sarebbe più potuta tornare?

Erano cresciute insieme, Petra, l’ariana, e Sarah, l’ebrea. E questa rara amicizia si era rivelata più forte dell’antisemitismo che l’avvento del nazismo aveva reso legale e sfrontato. Sempre più segretamente, perché ostentarla sarebbe stato stupido, oltre che inutile, l’amicizia tra le due donne era andata sempre più rafforzandosi, e dopo l’introduzione delle leggi di Norimberga del 1935, che privarono gli ebrei di ogni possibilità di lavoro in Germania, Petra fu di grande conforto e concreto aiuto a Sarah, che non sapeva più come tirare avanti, essendo oltre tutto vedova fin dal 1934. Era stata Petra a sostenere Sarah economicamente dopo che, nel 1938, le SS avevano distrutto il suo piccolo negozio di moda, privandoli del loro unico sostentamento, ed era stata ancora lei a confortare madre e figlio, quel triste giorno in cui il ragazzo venne espulso dalla scuola, colpevole solo di appartenere al popolo ebraico.
Tra mille sofferenze, umiliazioni e difficoltà, Erich e la madre erano giunti al 1941, quando, con l’intercessione di Petra, Sarah trovò lavoro in una fabbrica di armi. Ma in seguito a un decreto del 1943, che sanciva la deportazione di tutti gli ebrei impiegati nell’industria bellica tedesca, madre e figlio furono registrati per la deportazione in un campo di concentramento in Polonia. Petra, approfittando di certe aderenze “in alto”, riuscì a far rinviare l’arresto, ma quando ciò non fu più possibile, decise di nascondere Sarah e Erich nello scantinato di proprietà di suo zio il quale, in tempo di pace, faceva il pane per il quartiere.

2.
Dopo due giorni il corpo della madre cominciò a emanare un odore tremendo. In un primo momento Erich cercò di resistere, ma era davvero penetrante. Così, una mattina, avvolse il cadavere strettamente in una coperta e l’odore si attenuò, ma non a lungo. Alla fine divenne così insopportabile che gli causava la nausea.
Il ragazzo era disperato. Considerò per un momento di trascinare il cadavere nel cortile, ma il pensiero che sarebbe stato preda dei topi o, peggio, di schifosi ratti di fogna, gli fece cambiare proposito. Fu allora che gli venne l’idea del forno.
Erano quattro capienti forni muniti di robuste chiusure. Inserendo in uno di essi il corpo, il puzzo sarebbe rimasto isolato dall’esterno.
Erich rimase a lungo a riflettere, seduto su uno sgabello traballante, le magre spalle incassate nel torace. Da fuori le cupe successioni degli spari giungevano come onde sonore di frequenza irregolare. Non la finivano dunque più di sparare? Di lanciare bombe su Berlino?
Si alzò, aveva deciso. Trascinò il cadavere fino al forno più vicino. Malgrado il corpo della mamma fosse molto smagrito per la malattia, Erich faticò terribilmente nel compiere l’operazione. Dovette più volte fermarsi a riprendere fiato. Sudava e piangeva per un dolore indescrivibile, ma nello stesso tempo serrava i denti e continuava, perché era indispensabile isolare il cadavere dal resto dell’ambiente. Adesso il fetore era così potente che il ragazzo temeva di perdere i sensi.
Il corpo era ora per tre quarti nel forno. Ma quando non rimaneva che dare l’ultima spinta alle spalle, la coperta scivolò dal capo liberando il volto della donna. Erich emise un grido. Gli sembrò che la madre gli sorridesse incoraggiandolo di terminare l’opera.
Indugiò, tremando dall’orrore, le mani sugli occhi. Finalmente raccolse le ultime forze e completò il lavoro. Azionò la chiusura, che ubbidì docilmente alla pressione della sua mano come se fosse stata oliata da poco, e riprese fiato.
Era esausto e si abbandonò al suo giaciglio. Si sentì così solo che cominciò a piangere. Cosa sarebbe stato di lui? E se Petra non fosse tornata più?
Alla fine, spossato, si addormentò.

Quando si svegliò aveva fame, ma se ne vergognò. Come poteva avere voglia di mangiare dopo essersi liberato in quel modo del cadavere di sua madre? Ma nello stesso tempo constatò con sollievo che il fetore si era del tutto disperso. Allora abbandonò gli scrupoli e mangiò mezza rapa e una piccola quantità di carne in scatola, doveva risparmiare!
Un breve ma intenso bombardamento fece tremare i muri dello scantinato, alcuni mattoni si staccarono dalla volta centrale abbattendo polvere e calcinacci. Una decina di topi sbucarono dalla penombra sfrecciando con acuti stridii verso l’altro lato della cantina.
“Maledetti!”, gridò Erich, disgustato.
Ritornata la calma, il ragazzo sentì l’esigenza di rinfrancarsi l’anima al verde luccicante del cortile. Scivolò attraverso la ribaltina e si mise a strisciare, proprio come un gatto, attraverso la fitta gramigna buttandosi poi supino su un tappeto di pratoline dal profumo acre e fresco.
Stava appena godendosi la pace di quel luogo quando un potente rombo di aerei lo fece trasalire. Non aveva sentito il preallarme, ma ormai era abituato anche a questo. Gli aerei nemici arrivavano, sganciavano le bombe e se ne andavano. Tornavano quando volevano, dopo un’ora o tre minuti, come entrare e uscire da casa propria.
L’ultima volta che Petra era venuta aveva portato la notizia che la città era circondata dagli Alleati, e lei e la mamma avevano sperato che la guerra stesse finendo. Ma quella volta Petra era diversa, più pallida, più magra e agitata, tanto che anche lei sembrava malata. Aveva portato una certa provvista di viveri, perfino dei fiocchi di avena, che avevano mangiato crudi perché non era prudente accendere il fuoco. Il fumo avrebbe potuto tradirli.  
Erich si guardò attorno. Il cortile era ormai la sua unica consolazione, ma cosa sarebbe stato di lui una volta terminati i viveri? Il posto offriva tutto agli animali, ma non avrebbe potuto sfamare lui! Allungò la mano e sfiorò la corolla di un botton d’oro. Poco più in là si stendeva una macchia di margheritine dai petali venati di rosa e, timide e nascoste, scoprì alcune pianticelle di viole profumate. La bellezza sfrenata e vitale in mezzo a una città agonizzante!

Le giornate si susseguivano lunghe e inattive e se non avesse avuto il cortile sarebbe morto di angoscia e tristezza. Era solo, in compagnia di una tribù di topi, e con la prospettiva di morire di fame, sempre che prima non lo avessero trovato le SS, che continuavano a setecciare la città alla ricerca di ebrei nascosti. Così aveva detto Petra. Ma lei non era tornata. Probabilmente le era successo qualcosa, altrimenti non li avrebbe abbandonati.
Qualche volta Erich si abbandonava al lusso di immaginarsi la sua liberazione. Qualcuno sarebbe sceso nello scantinato per ricondurlo alla vita normale: il nemico diventato amico, o semplicemente padrone, o forse gli americani. Ma poi accadde l’inevitabile: terminò le provviste. Per alcuni giorni tentò di nutrirsi di certe radici del cortile, ma gli causarono un gran mal di pancia.
Cominciò ad avere capogiri e qualche volta delirava. Diceva cose sconnesse, senza senso. Dormiva sul tavolaccio rialzato ma sapeva che, se fosse morto, i topi si sarebbero arrampicati fino a lui per nutrirsi della sua carne, come avevano fatto con sua madre. Almeno avesse potuto riposare, ma era tutto un succedersi di assopimenti e bruschi risvegli con lo stomaco che reclamava il cibo. A volte vomitava bile. Bile, fame e disperazione.  
Era sempre più debole, i muscoli molli, ma ciò nonostante ogni tanto si trascinava nel cortile per rifornirsi di acqua dal pozzo. Era potabile, la sua unica fortuna.

Ma una mattina si accorse di non sentire più la fame. Ora nelle sue viscere regnava la quiete simile a una persona che, avendo rinunciato alla speranza, non avesse più esigenze né desideri.  
E’ finita, pensò. Hanno vinto gli altri: le SS, la Gestapo, i nazisti che mandano gli ebrei nei Lager. Non gli rimaneva che dire addio alla mamma. Raccolse le ultime forze e si trascinò fino al forno. Appoggiò le mani sullo sportello e intonò un canto sacro ebraico.
E cantava, Erich, con toni incerti e tremolanti, come quelli di un cucciolo ferito. Non era la sua solita voce e se ne dispiaceva. I canti non venivano bene se non erano sostenuti da una voce sicura e serena, ma non era colpa sua se sentiva i polmoni duri e dolenti. Era una voce querula, la stessa con la quale una volta aveva raccontato alla mamma: “Una bambina mi ha chiamato subumano.” Untermensch.
Ma a un tratto ad Erich sembrò di sentire la voce della madre: “Figliolo, non c’é più tempo, devi uscire dallo scantinato. E’ un ordine, tesoro mio, che Dio ti accompagni!”
Il ragazzo si pizzicò le braccia perché temeva di essere in preda al delirio. Ma già una forza irresistibile lo trascinava via e qualche momento dopo si trovò nel cortile e davanti al muro che lo cingeva, e quasi fosse una piuma si sentì scivolare attraverso una breccia ritrovandosi dall’altra parte, su un marciapiede cosparso di calcinacci e mattoni rotti.
Riprese fiato: sto sognando, si disse. Ma i cadaveri attorno erano veri, giacevano là alla rinfusa, donne, bambini, soldati… 
Erich spalancò gli occhi e vide attorno palazzi come scheletri e monconi di case e un tratto di sopraelevata interrotto e un cavallo morto in mezzo alla strada. Un carro armato ancora fumante attirò il suo sguardo. Da uno dei portelli pendeva un corpo carbonizzato mentre grasse esalazioni nere, oleose, uscivano da quella bara spaventosa.
Poi vide un gruppo di uomini in divisa svoltare l’angolo e dirigersi nella sua direzione. Sentì il secco battere dei tacchi e il diffuso tintinnare dei fucili.
E’ la Gestapo, realizzò, atterrito. Sudava freddo. Ora mi prenderanno. Fece per fuggire, ma le gambe cedettero come fossero di argilla. Cadde, battendo la faccia sulle schegge di vetro di cui era disseminato il marciapiede.
Improvvisamente sentì due braccia sollevarlo per le spalle e una mano ruvida alzargli il mento.
L’uomo indossava un’uniforme dotata di controspalline e nastri colorati di decorazione. Aveva pelle e occhi molto chiari e la sua faccia era incorniciata da una barba rossiccia e incolta.
“Tuo… nome?”, chiese.
“E…rich…” 
“Solo? Ehm… Roditeli? Genitori?”
Il ragazzo scosse il capo.
Per un attimo si guardarono negli occhi, il fanciullo ebreo e il militare sovietico. E l’uomo vide negli occhi incolpevoli del ragazzo tutto il male e la sofferenza che gli erano stati imposti da un’umanità impazzita.
Erich cominciò a balbettare: “Gestapo no… bitte… Gestapo no…”
Sul volto del russo affiorò un sorriso di pietà: “Njet Gestapo…”, disse con ruvida bonarietà, “vojnà kaputt, verstehen? Tu calmo… no paura.” La guerra era finita. E serrò il ragazzo nelle sue braccia.
Il sovietico sapeva di polvere, sudore, incendio, guerra, e Erich pensò per un istante: é un nemico, di quelli che ci hanno bombardato. Solo crescendo avrebbe capito il motivo per il quale in quel momento amava quel soldato: perché aveva saputo ascoltare il proprio cuore dinnanzi a una creatura indifesa e innocente.
Era il 2 maggio 1945.

FINE

12 Risposte a ““PORTA DI BRANDEBURGO” SCHNEIDER RACCONTI”

  1. lydia scrive:

    Non ho parole, mi viene solo da piangere … perchè tutto questo ??? Perchè l’uomo non riesce a rispettare il prossimo …??? Perchè uno deve prevalere sull’altro ??? Perchè le guerre continuano a ripetersi …???

    • Helga Schneider scrive:

      Carissima Lydia,
      mi commuovi, ma non devi piangere. “Porta di Brandeburgo” é un libro che ho pubblicato nel 1997 con Rizzoli e non é più in catalogo. Ma io amo questi racconti e li pubblicherò, uno dopo l’altro, sul mio blog. Inoltre, il contenuto si riferisce sempre all’epoca nazista, perciò a tanti anni fa. Leggendo i drammi di questi racconti non si deve tanto piangere, quanto sperare che tutto questo non succederà mai più. Ed é ciò che le nuove generazioni devono comprendere ad ogni costo!
      Ti mando un saluto affettuoso.
      Helga Schneider

  2. Marco Vaccari scrive:

    Rimango senza parole. E senza fiato. Per il terribile argomento e per la bellezza letteraria del brano. Grazie per avere messo il tuo racconto a disposizione on line. Cara Helga, spero che il tuo messaggio possa arrivare ai giovani. Un mondo che si sperava dimenticato è sempre in agguato dentro le società malate.

    • Helga Schneider scrive:

      Carissimo Marco,
      lasciare al giorno d’oggi qualcuno senza parole, in una società frettolosa e spesso superficiale, é già una grande conquista per uno scrittore. D’altronde, io ormai mi sto ripetendo da anni, e a qualcuno potrà sembrare stucchevole. Ma testi come quelli che scrivo io hanno l’unico scopo di conservare la memoria di quanto é successo durante gli anni ‘30-’40 nella “civile e civilizzata” Europa. Talmente atroce e incomprensibile era il Male che non deve essere dimenticato. Deve continuare a rappresentare un monito per le nuove generazioni affinché non succeda mai più.
      Un affettuoso saluto e un grazie sincero della tua attenzione.
      Helga Schneider

  3. patrizia scrive:

    un pomeriggio di novembre ero dal parrucchiere e leggevo una delle riviste che si trovano di solito in un salone di bellezza,ma nelle ultime pagine ci sono sempre i libri con le recensioni,e ho trovato il suo ultimo libro “la baracca dei tristi desideri” mi e’ talmente piaciuta la presentazione che appena uscita dal parrucchiere mi sono fermata in libreria e l’ho aquistato.
    L’ho letto tutto in una nottata, il giorno dopo sono tornata in libreria e ho comprato tutti i suoi libri.
    “il rogo di berlino” e’straziante,come puo’ una bambina subire impassibile tutto questo e,poi il libro dove ho pianto di piu’ e’ stato “l’usignolo dei linke”.non ho parole per ringraziarla,della sua testimonianza.

    una domanda
    dove posso cercare “porta di brandeburgo” ?l’ho cercato anche in lingua straniera ma non si trova.
    ho letto “porta di brandeburgo racconti”
    straziante .
    la ringrazio in anticipo
    patrizia
    07/04/1968

    • Helga Schneider scrive:

      Cara amica Patrizia,
      bellissima questa cosa, che lei ha letto dalla parrucchiera la recensione della mia “Baracca…”, é andata a comprarlo e in seguito ha comprato tutti gli altri miei libri.
      Immagino che ne “L’usignolo dei Linke” si é commossa quando il ragazzino Kurt, finalmente sulla nave dopo tanta sofferenza e sacrifici, ha scoperto che il fratellino era morto. Io stessa, mentre all’epoca descrivevo quella scena, ho avvertito un gran magone. Per quanto riguarda il lago Atter, tuttora rimpiango quei pochi anni vissuti con i nonni su quel lago, perché resta il periodo più felice di tutta la mia vita.
      Relativamente a “Porta di Brandeburgo”: il libro é stato pubblicato nel 1997 dalla Rizzoli e da qualche anno é fuori catalogo. Credo che non ci sia alcuna probabilità che venga ristampato.
      Carissima Patrizia, grazie del suo messaggio, l’ho ricevuto e letto con gioia!
      Un saluto affettuoso
      Helga Schneider

  4. elena scrive:

    abbiamo appena terminato, mio marito ed io, di leggere”la baracca dei..” complimenti sinceri, un bellissimo libro, non riusciamo a definirlo romanzo a causa di queste purtroppo orribili realtà. Abbiamo letto quasi tutti i suoi libri, ma questo è veramente particolare. essendo stati, finalmente, a berlino lo scorso anno, quando scrive della berlino di oggi è stato come ritornarci. berlino non innamora a prima vista come parigi, ma è un innamoramento lento, duraturo e più passano i mesi più ti viene voglia di ritornare. Il libro andrebbe fatto leggere nelle scuole. complimenti ancora e aspettiamo il prossimo.

  5. Helga Schneider scrive:

    Cara Elena (+ marito!),
    grazie delle belle parole. Ho letto moltissimi commenti sulla “Baracca…”, ma naturalmente leggere che qualcuno lo trova bellissimo mi fa particolarmente piacere. Lo scrittore poi vive di queste cose… sentire che ciò che ha scritto con impegno, amore e passione viene apprezzato.
    Berlino sarà sempre nel mio cuore come se nel 1948 avessi lasciato un ferito grave, ritrovandolo dopo decenni guarito, restaurato, di nuovo vivace e – secondo me – in splendida forma. Quando ho portato una persona molto vicino a me in Germania per farle conoscere “la mia Berlino”, e sentirla poi scrivere sul web che “Berlino fa schifo”, mi sono sentita ferita. Sarà sciocco, ma tant’é. Intanto a Berlino tornerò fra poche settimane, e pregusto già il mio arrivo in quella che ritengo una capitale splendida.
    Mando ad entrambi un saluto affettuoso.
    Helga Schneider

  6. capellini sandro scrive:

    ho appena finito di leggere il suo libro madre lasciami andare che trovo stupendo e vorrei porle due domande come è possibile che una propaganda riesca a cancellare la coscienza di una donna fino a farle abbandonare i suoi figli e poi sono rimasto un pò sorpreso quando dice che suo figlio dai nonni paterni era visto come un nipote di serie b. La ringrazio infinitamente dei libri che ha scritto che sono importanti documenti storici per non dimenticare. Un cordiale saluto.

  7. Helga Schneider scrive:

    Caro Sandro,
    le rispondo volentieri.
    “Lasciami andare, madre” é un libro doloroso, é costato dolore a me e ha causato il magone a tanti lettori sparsi in tutto il mondo. Ma mi fa sempre molto piacere quando qualcuno mi scrive che lo apprezza.
    Per quanto riguarda mio figlio, non é stato considerato dai nonni paterni di serie B, benché non del tutto italiano, diciamo mezzo straniero. Questo giudizio é stato avvertito da mio figlio come un rifiuto, l’impressione che l’Italia, dove é nato, non sia in realtà considerata la sua patria.
    Relativamente al fatto che la propaganda possa cancellare la coscienza di una madre fino a farle abbandonare i figli ancora piccoli, purtroppo il fanatismo politico é un grande male e ha colpito molte altre madri nella Germania nazista.
    Ovviamente dico questo non per giustificare mia madre, io non la giustifico in alcun modo. Ma il fanatismo politico é un male che attraversa i decenni e le civiltà ed é arrivato – quasi indenne – al 2010. Producendo ogni giorno danni spesso disumani e terrificanti, la cronaca ne é satura.
    Il fanatismo produce solo odio e guasti, ma sembra che non sia possibile deballarlo.
    Un caro saluto!
    Helga Schneider

  8. Cara Helga

    sono commossa e ammirata per il coraggio morale con cui da narratrice evochi periodi così dolorosi della nostra storia che non sono solo fatti relegati nel passato. Anche ai giorni nostri è possibile vedere i danni che crea il fanatismo e l’odio. Da certe lezioni si dovrebbe imparare per non ripercorrere gli stessi errori e specie i giovani hanno bisogno di esempi da seguire. Ti scrivo perchè ci piacerebbe intervistarti per il nostro blog letterario. se fossi disponibile ti lascio il nostro indirizzo email : liberidiscrivere@gmail.com. Spero davvero che accetterai questa nostra piccola chiacchierata e ancora complimenti per il tuo lavoro,
    Giulia

  9. Helga Schneider scrive:

    Cara Giulia,
    buon sabato!
    Hai ragione, il fanatismo e l’odio fanno paura, sono quasi incontrollabili e producono sempre profondi guasti. A quanto imparare da certe lezioni – beh, sappiamo che continua a essere un’illusione, ma guai smettere di sperare. Credo comunque nella necessità di tramandare alle nuove generazioni la memoria di ciò che é stato. Vado da 15 anni nelle scuole, e i ragazzi sono sempre molto interessati alla mia testimonianza, alla memoria di una feroce dittatura e di una guerra devstante.
    Scriverò volentieri al vostro indirizzo email per un’intervista.
    Con un saluto affettuoso
    Helga Schneider

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