SEP MUORE DI PACE “PORTA DI BRANDEBURGO”
apr 15th, 2010 di Helga Schneider
Da “PORTA DI BRANDEBURGO”
RIZZOLI 1997
SEP MUORE DI PACE
Era l’autunno del 1944 quando Herr Fink, nauseato dai precari servizi igienici del rifugio – vasi da notte, secchi, tinozze – fuggì nel cortile interno del palazzo per compiere un atto piuttosto rischioso in tempo di guerra: quello di espletare i propri bisogni fisiologici in un luogo dove in qualunque momento avrebbero potuto sparargli addosso.
Lo desiderava da mesi, con quella cocciuta determinazione con la quale inseguiamo i sogni proibiti. Sua moglie gli dava dell’incosciente; ma perché deprecare lo sfizio, oltre tutto modesto, di un uomo al quale la guerra aveva ormai tolto ogni speranza?
Un tempo, quando i nazisti non avevano ancora liquidato con il pugno di ferro i diritti democratici del popolo tedesco, Herr Fink si permetteva ancora qualche innocente trasgressione. Poteva, ad esempio, ignorare la sua decorosa stanza da bagno con il water moderno e sbrigarsi in cortile contro un bell’albero. O anche contro una colonna per le affissioni annaffiando magari la faccia di un tipo che voleva ad ogni costo appropriarsi della Germania: Adolf Hitler.
Ma dopo il 1933 il vizietto di Herr Fink divenne pericoloso. Sconsacrare con l’urina il volto del Führer avrebbe potuto costargli la vita. Il Führer era il Messia e doveva essere adorato, pena la prigione. Altro che urina! Mica si scherzava coi nazisti!
Giunto in cortile, Herr Fink inspirò profondamente malgrado l’aria sapesse di incendio. Quindi si accostò a un vecchio olmo, che aveva visto crescere, per fare ciò che doveva fare. Che piacere realizzare un sogno!
Al termine sospirò gratificato, poi si guardò attorno: non c’era che distruzione. Gran parte dell’isolato era stato colpito dai bombardamenti e due edifici bruciavano ancora con lenta agonia. Ormai, quando un palazzo andava in fiamme, non veniva più nessuno a spegnere l’incendio, la capitale era abbandonata alla furia del nemico.
Herr Fink non riusciva a staccare lo sguardo dalle case che bruciavano e pensò: la mia città va in fumo! E con lei gli alberi nei parchi pubblici e gli ippopotami allo zoo e gli autobus e i tram e i cavalli. Dai cadaveri dei cavalli ancora freschi di morte le donne ritagliavano pezzi di carne da portare ai propri congiunti nelle cantine: bambini o genitori anziani, increduli e spaventati.
Ad un tratto l’uomo sentì un rumore. Un flebile lamento o piagnicolio, non si capiva bene. Aguzzò la vista, non più buona, a dire il vero, a causa dell’età che avanzava. Poi lo vide. Stava sotto un vecchio attrezzo, un tempo usato dal portiere per riassettare il cortile, stava là e frignava. Herr Fink, che in realtà a cani e gatti preferiva i pesci tropicali e i pappagallini ondulati, si impietosì e andò a recuperare quel fagottino tremante.
Era una creatura tutta pelle e ossa, di razza indefinibile. Un guazzabuglio genetico. Aveva qualcosa dello schnauzer, ma anche del epagneul bréton, del pastore tedesco e – santo cielo - anche qualche traccia del pointer! Se ne intendeva, dopo tutti quegli anni trascorsi a gestire il suo negozio di animali, con relativi alimenti e accessori per la toilette. Ricordava ancora l’odore della sua bottega, forte, acre e bestiale. Se lo portava fino a casa e sua moglie diceva che era condannata ad andare a letto con uno che puzzava di stalla e di vecchia foca! Era sempre esagerata, lei, in ogni cosa.
Quando Herr Fink si presentò con il cane in braccio, si levò un coro di proteste.
“Non penserà che divideremo con quel bastardino il tozzo di pane che fatichiamo a mettere insieme fra mattina e sera?”, gracchiò, acida, Frau Pezkovic.
“E poi sporca”, grugnì un’altra vecchia facendo sbattere la dentiera.
La moglie di Herr Fink aggiunse, cattiva: “Sei sempre il solito sentimentale, Segimund!”
Ma i bambini esultarono: ”Si, si, lo vogliamo! Com’é carino!” Erano tre maschietti e una bambina di nome Lotte.
“Se é per il cibo”, esordì Herr Fink, “posso rimediare io. Nel magazzino del mio negozio ci sono ancora scorte di alimenti per cani e gatti. Si sono salvate dai ladri perché non commestibili per l’uomo.”
Nacque una grande discussione. C’era chi voleva il cagnolino e chi non lo voleva. Soprattutto i ragazzi desideravano tenerlo. Alcuni grandi, egoisti come sono spesso i vecchi, non volevano saperne per non avere una preoccupazione in più. Il cucciolo doveva pur essere portato nel cortile per fargli fare i suoi bisogni!
Alla fine si procedette alla votazione. Vinse il cagnolino.
Herr Fink era contento. “E come lo chiamiamo?”, domandò.
“Io non lo voglio”, mugolò Frau Pezkovic ad oltranza. Ma nessuno le diede più ascolto.
“La prima volta che lo vedo sporcare lo accoppo”, dichiarò un vecchietto dalla faccia somigliante a una grattugia.
“Io avrei un’idea”, fece Lotte. Tutti la guardavano.
“Perché non lo chiamiamo September? Non siamo forse nel mese di settembre?”
“Ottima idea”, approvò Herr Fink. “Ma é un nome troppo lungo. Propongo semplicemente… Sep.”
E sep rimase.
Lo stesso giorno del ritrovamento, Herr Fink fece un salto al suo negozio, che era chiuso con la saracinesca tristemente abbassata. Strada facendo fu sorpreso da un’incursione aerea e dovette rifugiarsi nello scantinato di una rovina. Quando finalmente riuscì a raggiungere la meta, fece un’abbondante scorta di cibo per cani in scatola. Ritornò nella cantina esausto e tremante. Frau Pezkovic osservò, maligna: “Talvolta qualche sciocco si adopera più per gli uomini che per i cristiani.”
Fin dal primo momento Sep si insediò nella cantina con grande spirito di adattamento. D’ora in poi quella sarebbe stata la sua casa, la sua cuccia, perfino il suo divertimento. Le scatolette di Herr Fink lo fecero crescere in fretta.
Passò poco tempo e Sep diventò la gioia di tutti. Era intelligente e molto sensibile. Poiché era l’unico a beneficiare di pasti regolari, sembrava si sentisse in dovere di contribuire al buon umore dei suoi compagni, che invece pativano la fame.
Cercava di distrarli facendo il buffone. Girava vorticosamente su se stesso quasi fosse ubriaco e scodinzolava usando la coda a mò di elica. Atteggiava il muso a smorfia sorridente, apriva e chiudeva le labbra fingendo di acchiappare mosche, o si buttava supino zampettando in aria come fanno gli scarabei. Talvolta chiocciava come una gallina e grugniva come un maialino, o si dimenava in modo buffissimo sbattendo la mascella e saltellando come una capra. Al contrario, quando consumava i suoi pasti, diventava serio e discreto quasi si vergognasse che gli altri non fossero fortunati come lui, che non aveva il problemia del cibo. Si divertiva anche a prendere la rincorsa per sfrecciare di sghembo nel corridoio, dove finiva regolarmente per sbattere la testa contro il muretto divisorio che sorgeva in fondo. Una volta ci sbatté il muso con tale forza che tornò tutto sanguinante, la coda tra le zampe e gli occhi lucidi di lacime. Piangeva davvero, tanto che Frau Wellern, di solito un tipo duro, si impietosì, salì in casa e si presentò con uno scoiattolo di peluche, che era appartenuto a suo figlio. Appena Sep lo vide impazzì di gioia, lo annusò e gli morse un orecchio, poi con i denti aguzzi gli staccò un occhio di vetro e da quel momento non volle più dormire senza lo scoiattolo sistemato sotto la sua pancia.
Herr Bamberg aveva messo a disposizione i volumi di un’enciclopedia per farne palle di carta per Sep. Se fosse morto sotto un bombardamento, diceva, l’enciclopedia non gli sarebbe più servita e, se fosse sopravvissuto alla guerra, avrebbe avuto ben altro da fare che cacciare il vecchio naso in quelle pagine stantie. Così i bambini facevano le palle per Sep, le lanciavano lungo il corridoio e lui la inseguiva guaiendo di gioia. Galoppava leggermente storto con la lingua penzoloni e la zampa posteriore destra sempre un po’ piegata in dentro. Correva contento dietro alla palla, e poi la prendeva delicatamente in bocca e la portava al bambino che gliel’aveva gettata. Tornava ciondoloni e gliela buttava davanti ai piedi, naturalmente ridotta in poltiglia. Allora i bambini dovevano prepararne un’altra se volevano continuare il gioco.
Si, era davvero un bel tipo, quel Sep. Quando fischiavano le katjuscie alzava il muso verso il soffitto della cantina ed emetteva guaiti di euforico godimento, come se stesse ascoltanto una sinfonia di Bach. Era buffo e nello stesso tempo patetico, perché per lui il fragore e lo schianto delle bombe erano la normalità, mentre il silenzio che seguiva lo impensieriva come se fosse un segnale di pericolo.
Infine la Germania capitolò. La gente usciva dalle cantine ed era stordita e felice. Nelle strade dissestate gli altoparlanti dei veicoli militari annunciavano la fine della guerra. Il nazismo non esisteva più e Adolf Hitler era morto.
E Sep?
Povero cane. Lui in quell’atmosfea di esultanza e sollievo soffriva. Non ci si raccapezzava. Nemmeno uno schianto di bomba, un sibilo di Stalinorgel! Che cosa stava succedendo? Il mondo era forse impazzito?
Herr e Frau Fink insieme a Sep tornarono nel loro appartamento, ma il povero animale era disperato. Si nascose prima sotto il tavolo in cucina, in seguito guadagnò il ripostiglio e non voleva più uscire da lì, ad eccezione di quando doveva fare i suoi bisogni. Allora si faceva capire e Herr Fink lo accompagnava giù.
In cortile c’era aria serena. I bambini, gli stessi che aveva conosciuto in cantina, giocavano con una palla vera e non badavano a lui. Lo ignoravano. Che delusione per Sep, che dolore!
Inoltre gli dava noia la luce. Allora abbaiava al sole e qualcuno si voltava e diceva: “Che cane scemo!”
Herr Fink era preoccupato: che cosa avrà preso al povero Sep? Su nell’abitazione voleva solo stare nel ripostiglio dove trascorreva ore e ore, sdraiato immobile, il muso sul pavimento.
Poi cominciò a rifiutare il cibo. Lo imboccavano, ma lui vomitava.
Così Herr Fink andò alla ricerca di un veterinario. Ne trovò uno piuttosto in là con gli anni che a causa della sua età non era stato chiamato al fronte. Questi visitò Sep e scosse solo la testa.
Una mattina lo trovarono agonizzante. Stremato dal digiuno e da una malattia dell’anima, Sep guardò i suoi padroni con quei suoi occhi buoni e devoti chiedendo perdono. Ma in quel mondo impazzito lui non voleva più starci.
Sep se ne andò il 21 maggio 1945.
Gli misero una lapide, proprio nel punto esatto dove Herr Fink lo aveva trovato in settembre. Avevano fatto incidere la scritta: “In memoria di Sep, morì di pace.”