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Il rogo copertina 

Berlino, autunno 1941
 

 

 

Mia madre era una signora bionda che gridava “Sieg Heil!” quando Adolf Hitler si esibiva nei suoi comizi. Talvolta portava anche me, e un giorno mi smarrì tra la folla, ritrovandomi solo quando la piazza si fu svuotata. Mia nonna me lo raccontava molto spesso, caricando le parole di tutto l’odio che nutriva per quella nuora.

Dopo la nascita di mio fratello Peter, mia madre scoprì di aver sbagliato carriera. Ben presto si convinse che servire la causa del Führer fosse più onorevole dell’allevare i propri figli; così ci abbandonò entrambi in un appartamento di Berlin-Niederschönhausen e si arruolò nelle SS. Era l’autunno del 1941 e le forze tedesche se la passavano male sul fronte russo.

Ci accolse zia Margarete, la sorella di mio padre, partito da tempo per il fronte. Lei viveva in una villa a Berlin-Tempelhof e aveva una figlia, Eva. Era sposata con un conte, anch’egli in guerra.

Nella villa di mia zia si ignorava che cosa fossero gli alimenti razionati; sulla tavola c’era sempre una grande abbondanza di tartine al fegato d’oca, salumi assortiti, succo di mela e pane fresco. Spesso mi abbuffavo a più non posso, per poi vomitare subito dopo sotto gli occhi costernati della zia. lo avevo quattro anni, mio fratello Peter diciannove mesi.

Un giorno zia Margarete spedì due cablogrammi: uno a mio padre, con cui lo informava della fuga della moglie, notizia questa che gli causò un’itterizia; l’altro alla nonna paterna che, seduta stante, affidò il proprio già malridotto podere alla sorella maggiore per precipitarsi dalla travagliata Polonia nell’altrettanto travagliata Berlino.

Mia nonna arrivò col suo odore di pollaio e di biscotti ai semi di anice, posò la borsa da viaggio e l’ombrello sul bordo della piscina vuota, gettò uno sguardo sprezzante al maggiordomo in livrea coi baffetti alla Hitler che ossequiava la zia con ridicolo zelo, e si mise a imprecare come uno stalliere. Definì mia madre una Nazihure, una troia nazista, e cominciò a discutere del nostro destino. Aveva le idee chiare.

Zia Margarete era disposta ad allevare me e Peter insieme alla figlia Eva, ma la nonna non voleva. Temeva che la figlia ci avrebbe trasformati in due manichini impettiti e insisté per portarci in Polonia. Discussero aspramente sul bordo della piscina. Ben presto partì un altro cablogramma verso il fronte, ma mio padre dispose di lasciarci a Berlino. Così la nonna si stabilì con me e Peter nell’appartamento di Niederschönhausen in attesa di nuovi sviluppi. Cancellò ogni traccia di mia madre, come se la casa fosse stata infestata dalla peste. Ma trovò il modo di rinnovarne ogni giorno il ricordo parlandone in termini irripetibili, aggiungendo nuovo odio a vecchi rancori. Quella nuora, in realtà, non le era mai piaciuta.

La nonna era affettuosamente severa. Mi puniva senza indugi ogni qualvolta dicevo delle bugie, e io ne dicevo spesso. Mi piaceva raccontare in giro, ad esempio, che mio padre era un famoso generale, mentre in realtà non era che un soldato della contraerea, per di più convinto antimilitarista. La carriera nell’esercito era sempre stata l’ultima delle sue ambizioni: lui era un artista. La sua presenza a Berlino era strettamente legata a quella della sorella Margarete, che con le sue conoscenze avrebbe dovuto aprirgli le porte del successo. La guerra lo aveva coinvolto suo malgrado, a causa dell’annessione dell’Austria alla Germania; lui era nato a Vienna, e dover indossare l’uniforme della Wehrmacht lo irritava, anche se a quei tempi non era cosa da rivelare.

La mia bugia sul padre generale nacque per un bisogno di compensazione. Ero rimasta senza calore materno e, benché volessi molto bene alla nonna, avevo concentrato tutta me stessa su mio padre; lui però era lontano, per cui tanto valeva che mi costruissi un modello su misura! Così creai la leggenda del padre generale, una fantasia che mi consolava molto, soprattutto quando gli altri esprimevano la loro ammirazione per “quell’eroe della patria”! D’altronde, quale personaggio poteva suscitare maggiore considerazione di un valoroso generale che combattesse al fronte per salvare il popolo dal Bolscevismo?

A Niederschönhausen c’era un cortile acciottolato che si chiamava Böllerhof. La nonna ci accompagnava là a giocare. Tutti i bambini la adoravano perché era allegra. Possedeva una fervida fantasia e un certo fare fanciullesco. Si inventava sempre nuovi giochi, riuscendo a farci dimenticare la guerra almeno per un po’. Cantava in lingua polacca, e anche se non capivamo nulla continuavamo ad ascoltarla estasiati. In quel cortile spoglio cantava e ballava muovendosi con garbo, con una spontaneità innocente e popolana; tutti le volevano bene e io talvolta ne ero gelosa. Ma spesso, nel bel mezzo della sua esibizione, urlavano le sirene ed eravamo costretti a correre in cantina; così l’incantesimo si spezzava di colpo.

La nonna era grassa, poetica e dotata di una lucida intelligenza. Ascoltava di nascosto le trasmissioni della BBC e ci informava sull’andamento della guerra, anche se Peter e io non ne capivamo nulla. Capivamo solo che guerra significava fame, allarme, paura e bombe. Per farci addormentare ci raccontava le fiabe della Foresta Nera in un misto di tedesco e polacco. La sua voce ci rasserenava.

All’inizio dell’estate del 1942 mio padre venne a Berlino in licenza e zia Margarete diede un piccolo ricevimento in suo onore. Fra gli invitati c’era anche una giovane donna di nome Ursula. Al ricevimento Peter e io facemmo una scorpacciata di tartine. Peter vomitò due volte; a me venne solo il singhiozzo. Mia cugina Eva ci guardava come se fossimo due Cenerentole di cui doversi vergognare. La spocchia infantile di Eva mi faceva sentire inferiore, ed ero ben contenta che non ci toccasse di crescere insieme a lei.

Quella sera, fra un boccone e l’altro, mi accorsi che mio padre stava sempre vicino a quella Ursula. Lei lo guardava con certi occhi e lui rispondeva con certi sguardi! Mi sentivo imbarazzata e al tempo stesso incuriosita. Che cosa stava succedendo? Ursula era giovane e bella e mio padre faceva il galante.

L’unico motivo per il quale fui contenta che il ricevimento finisse era la speranza che mio padre si congedasse da Ursula per non rivederla mai più.

Nei giorni che seguirono riuscii a stare un poco in sua compagnia; ma c’era qualcosa che non andava. Lo sentivo chiuso, lontano, e mi metteva soggezione. La licenza durò solo tre giorni e alla fine lui ripartì per il fronte.

Ero confusa.

Mio padre, bello, slanciato, fronte alta e capelli ondulati, lo sguardo profondo di un artista che si imbeve di colori, suoni, emozioni; mio padre, con i suoi gesti misurati, con la voce bassa e seducente, non aveva proprio nulla dell’eroico generale della mia fantasia, per cui faticai parecchio a tornare al mio modello ideale.

Nel frattempo la guerra si era fatta più dura; man mano che alimentavano le incursioni aeree diminuivano i generi alimentari. Molto spesso la nonna tornava a mani vuote dallo spaccio, e allora per pranzo non c’era che un bicchiere d’acqua. Per farci dimenticare la fame ci raccontava delle favole o ci cantava le canzoni dei contadini polacchi.

Una mattina si mise a imprecare con forza, rompendo di proposito una bella caffettiera dal bordo dorato. La scaraventò sul pavimento della cucina gridando diverse volte: “Che stupido! Che somaro!”. Mio padre le aveva scritto che si era fidanzato con Ursula. Dopo il loro incontro nella villa di zia Margarete erano rimasti in contatto epistolare e ora avevano deciso di sposarsi. Mia nonna era fuori di sé. “Ma come!” gridava “solo un anno fa vostro padre sembrava annientato per l’abbandono di quella poco di buono di vostra madre e ora è già pronto a risposarsi?! Che stupido! Che somaro!”.

Non riusciva a rassegnarsi. Diceva che Ursula era troppo giovane per assumersi la responsabilità di due figli non suoi, e se in passato aveva definito mia madre con i termini più orribili, ora criticava mio padre per essersi così rapidamente consolato. Tutta la sua indignazione non servì a nulla, perché i due colombi in realtà avevano già fissato la data del matrimonio.

Quando la nonna capì che non c’era più niente da fare, riempì la borsa da viaggio, impugnò l’ombrello del nonno come una baionetta e ripartì per la Polonia, non senza aver giurato che non avrebbe mai più voluto rivedere il figlio e tanto meno la nuova nuora. Povera nonna, aveva tanto sperato di poter essere lei ad allevarci. E forse le sarebbe riuscito meglio di quanto riuscì poi alla nostra matrigna!

Partita la nonna, mi sentii perduta. Lei ci aveva dato amore e allegria e, nonostante la guerra, perfino un certo senso di sicurezza; ora se n’era andata. Ero inconsolabile e detestavo zia Margarete che aveva favorito l’incontro fra mio padre e Ursula. Venimmo nuovamente parcheggiati nella villa di Tempelhof per permettere ai due sposini di trascorrere una breve licenza di matrimonio nell’appartamento che Ursula aveva allestito a Berlin-Steglitz, nella Friedrichsruher Strasse. Tentai di arginare il dolore per la separazione dalla nonna rimpinzandomi di cibo. Mangiavo e vomitavo, mentre Eva continuava a guardarmi con disgusto.

[Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995, pp.11-16]

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Vegetiamo in una città fantasma, senza luce elettrica né gas e con i rubinetti a secco, costretti a considerare l’igiene personale un lusso e un pasto caldo un concetto astratto. Viviamo come spettri in un immenso campo di rovine, dove sparuti mezzi di trasporto si trascinano con circospezione come bestie rassegnate a ricevere il colpo di grazia, dove le scuole sono senza alunni, i negozi senza merci, i teatri senza attori e le chiese senza fedeli, perché il nazismo detesta i preti ma anche perché le ampie navate vengono utilizzate come obitori, e dove, nei pochi ospedali rimasti in piedi, mancano l’acqua, l’elettricità, i medicinali e i medici. Una città in cui non funziona più nulla, tranne i telefoni che talvolta squillano, lugubri e invano, sotto un cumulo di macerie.

In casa il gabinetto è intasato e si deve usare il secchio che poi deve essere vuotato in cortile, col rischio di morire mentre si sotterrano gli escrementi.

La cucina è un posto dove, in luogo del profumo di cibo, impera il puzzo d’incendio mischiato a quello, dolciastro e nauseabondo, dei cadaveri che si decompongono nelle strade senza che nessuno li seppellisca.

Mio fratello Peter mi sconcerta non manifesta alcun interesse per il gioco, ma è spasmodicamente attratto da tutto ciò che riguarda il Führer. Conosce il nome dei suoi più stretti collaboratori, del suo medico personale, dei suoi cibi preferiti e dei suoi quartieri generali, che elenca con quella sua buffa “s” Sibilante: la Wolfschanze, l’Adlerhorst, il Berghof, il Felsennest-Eifel, naturalmente la Cancelleria del Reich e così via… Sono informazioni di prima mano, fornitegli da Hilde.

Un pomeriggio piovoso, appena tornati dal rifugio dopo un attacco aereo pesantissimo, Peter mi trascina nella gelida sala da pranzo per farmi una comunicazione importante: “Lo sai che andremo nel bunker della Cancelleria? “. Sta lì, gambe divaricate, pugni sui fianchi e sguardo elettrizzato, in attesa della mia reazione.

” Chi è che andrebbe nel bunker? ” domando con scarso interesse.

“Tu e io! “.

” E perché dovremmo andarci? ” dico, non prendendolo troppo sul serio; ogni tanto si diverte a inventarsi delle fandonie solo per provocare una qualche reazione.

“Per mangiare le salsicce di fegato e vedere il Führer! ” esclama, agitato, calzoncini alla tirolese con bretelle, ciuffo ribelle sul naso insolente, pallore da tempo di guerra, sguardo deluso per le mie mancate grida di giubilo.

 [Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995, pp.58-59]

  

Berlino, autunno 1944

2 Risposte a “IL ROGO DI BERLINO”

  1. chiara serio scrive:

    Carissima sign.ra Schneider,
    sono Chiara, mi laureo in linguistica italiana presso la facoltà di lettere dell’università del salento la prossima settimana e desideravo tanto farle sapere che nella mia tesi ho voluto fare un’analisi di alcuni dei sui testi, prima di tutto perchè sono stata colpita dalla sua storia e in particolar modo dalla sua infanzia e poi perchè molti dei suoi romanzi sono stati scritti con un linguaggio adatto alla lettura da parte dei ragazzi. Dopo aver letto tutti i suoi romanzi, veramente tutti molto belli e interessanti, mi sono soffermata sull’analisi di tre di essi, quelli i cui protagonisti sono bambini: Il rogo di Berlino, Stella di cannella e Heike, riprende a respirare. Di questi ho effettuato un’analisi linguistica degli aggettivi di colore da lei utilizzati ecco perchè ho intitolato la mia tesi: “olocausto a colori: i bambini guardano”.
    Mi sembra di conoscerla da tempo, visto che è da un anno che i suoi libri sono ovunque nella mia casa. La ringrazio di avermi dato l’opportunità di conoscere come voi bambini avete vissuto quel terribile periodo storico.
    La saluto cordialmente, chiara.

  2. Helga Schneider scrive:

    Carissima Chiara,
    lo sai, sono ormai molte studentesse che hanno preparato la tesi di laurea sui miei libri, e a volte anche su di me, e ne sono stata ogni volta molto fiera. E sono di nuovo fiera dopo ciò che mi hai scritto nel tuo messaggio. Che, insomma, nella tua tesi hai approfondito i miei libri scritti per ragazzi e gli aggettivi di colore da me utilizzati.
    Molto calorosa inoltre la tua frase che ti sembra di conoscermi da tempo, visto che da un anno i miei libri si trovano ovunque a casa tua!
    Colgo l’occasione per anticiparti che fra ottobre e novembre uscirà il mio nuovo libro per ragazzi, ma non posso ancora dirti online il titolo.
    Il libro tratta argomenti spinosi, ma con un linguaggio adatto ai giovanissimi:
    La morbosa attrazione di uomini maturi per le ragazzine.
    La manipolazione delle menti.
    La solitudine dei piccoli privati della protezione parentale.
    I conflitti nelle famiglie allargate.
    La violenza in famiglia e sulle donne.
    Il malessere sociale, così come si manifestava nella Germania della dittatura hitleriana.
    Ti mando un saluto affettuoso.
    Helga Schneider

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