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 (COPERTINA NON DEFINITIVA)

copertina samaritani.JPG

Un uomo di nome Stefania 

Primo libro per questo scrittore in erba Renzo Samaritani che si è cimentato nella sua vita, come lui stesso ci racconta, in esperienze radiofoniche e televisive. Ha gestito radio e una micro televisione, nonché condotto programmi affiancato anche dalla sua famosa madre, la scrittrice Helga Schneider.
Un libro ‘quasi’ autobiografico dove miscela sapientemente la realtà con la fantasia.
Di prossima uscita con i tipi di Boopen Editore ho avuto una copia in anteprima, e già dal titolo del romanzo ‘Un uomo chiamato Stefania’ si evince il suo contenuto e fin dalla prime pagine si saltella da un auto apostrofarsi al femminile e al maschile, passando con naturalezza da un ‘mi sono sentita strana’ a un ‘e perché io ero piccolo’, accorgimento geniale per farci capire lo stato d’animo del protagonista. 
La storia si evolve quietamente e si prova un certo coinvolgimento mentre la si legge. Una storia di ‘diversità’ che testimonia la vita di una donna nata in un corpo di uomo ma che non ha subito grandi disagi nel realizzare la sua vera condizione psicologica rispetto a quella corporea.
Una storia di amore anche, quell’amore che tutti noi, in ultima analisi, ricerchiamo piu o meno distrattamente.
Faccio i miei auguri a Renzo Samaritani per il suo primo libro sperando ne seguano altri.
 
Elisabetta Anna Maria Scotto

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Intervista a mia madre
di Renzo Samaritani

(Dicono che sono io a cinque anni a Vienna!
Sarà…)

renzo a vienna
   
  
Ciao Renzo. Ho letto le bozze di stampa del tuo libro “Un uomo di nome Stefania”. Nomini spesso S. Lazzaro dove non sei nato, ma dove sei cresciuto…
 
- Ho molti ricordi di S. Lazzaro: Diana la cagnolona che mi seguiva come se fossi suo padroncino, Claudia che all’epoca era una ragazzina e aveva scelto come unico amico del cortile me… Ora anche lei é madre. E’ passato tanto tempo… Tu invece cosa ricordi di S. Lazzaro?
 
Ad esempio che lavoravo part-time come corrispondente di lingue in un’azienda che costruiva serbatoi di stoccaggio per petrolio ed altri materiali, gli stabilimenti si trovavano ad Ozzano dell’Emilia. Raggiungere ogni giorno il posto di lavoro presentava qualche difficoltà, perché la distanza era notevole, ma dovevo farcela, visto che il mio mezzo stipendio serviva anche alla nostra piccola economia domestica.
 
- Vedo anche da questo ricordo che la vita per te non é mai stata facile…
 
No, non lo è stata. Avevamo lo sfratto ed eravamo piuttosto preoccupati. Ora non ricordo bene in quali enti od uffici presentammo la domanda per ottenere un alloggio in locazione, ne avevamo il diritto in quanto sottoposti a provvedimento esecutivo di sfratto, ed entrammo in una lunga lista d’attesa. Un giorno accadde il miracolo e ci comunicarono che ci avrebbero assegnato un appartamento a Bologna. Increduli e euforici andammo a vederlo. Firmammo il contratto e traslocammo.
 
- Eravamo molto felici per questa svolta della nostra vita…
 
E’ vero. Ti iscrissi all’Istituto Professionale Fioravanti e la vita riprese un corso normale. Da Bologna potevo servirmi del pullman per Ozzano e tutto si era semplificato.
 
- E la scrittura?
 
Il fatto che ho sempre scritto, in qualunque luogo e in qualsiasi situazione, mi sembra così scontato che ho tralasciato di farne menzione. Avevo anche offerto due romanzi a diversi editori, ma furono rifiutati.
 
- Ma hai sempre continuato…
 
Io scrivo fin dall’adolescenza, prima in lingua tedesca e poi in lingua italiana, ma per decenni con il più solenne insuccesso.
 
- Tuttavia hai dimostrato una costanza ammirevole…
 
Si, ma anche in altre cose. A Bologna ad esempio tu ed io cominciammo a trasmettere nelle radio libere, ero affascinata da questo nuovo mezzo di comunicazione. Tu ti occupavi della regia tecnica e io intrattenevo gli ascoltatori. Era divertentissimo. Facevamo “la notte” e a volte cominciavamo alle nove di sera e terminavamo alle sette del mattino. Ci telefonavano tutti gli insonni di Bologna, i non vedenti, le persone sole, nonne e nonnini,  taxisti e infermieri, insomma, i nottambuli. Maurizio “dai capelli ribelli” stava al centralino che era sempre intasato. Ci intervistò anche il Carlino, ne fummo molto fieri.
 
- Suona idilliaco… Erano bei tempi!
 
Si, ma poi venne il brutto. Una sera vidi tuo padre tornare dal lavoro con la faccia e il collo gonfi. Mi spaventai, la cosa non mi piacque per niente. Il giorno dopo andammo dal nostro medico di famiglia. Lui tranquillizzò tuo padre e ordinò gli esami di rito. Ma risultò quasi subito un cattivissimo cancro ai polmoni.
 
- Si, lo ricordo con angoscia…
 
Cominciò così il suo calvario: radioterapia e diversi cicli di chemio con i soliti, brutali, terrificanti effetti di tossicità: nausea, astenia, perdita dei capelli, valori del sangue sconvolti. Graduale decadimento morale e fisico. Crescente dolore. Qualità di vita disumana. Mio marito aveva 47 anni. Praticava regolarmente lo sport, aveva un fisico forte e allenato. Nove mesi di malattia lo avevano ridotto a una larva d’uomo. Dopo l’intervento della biopsia mi aveva detto: “Se scoprono qualcosa di brutto – non dirmelo mai.” Non glielo dissi e finsi per tutto il tempo della malattia. Gli ripetevo che aveva una forte anemia, ma che le cure lo avrebbero lentamente guarito. Lo accompagnai, mentre entrava e usciva  da tutti gli ospedali di Bologna, alla morte. Ne avevo la possibilità, perché dopo un anno di soggiorno nella nuova casa, l’azienda per la quale lavoravo era fallita.
 
- Vedere papà con i capelli caduti a causa della chemio mi impressionò moltissimo.
 
Lui trascorse il periodo finale della malattia all’ospedale Maggiore. Devo dire che c’erano medici meravigliosi, non permisero che mio marito fosse anche distrutto dal dolore. Trascorsi al suo capezzale molte notti. “Fare la notte” all’ospedale è faticoso, sfiancante. Si sta seduti su una sedia e il tempo sembra fermo. Un giorno tornai a casa per fare la doccia e preparare il solito cambio di biancheria per lui – quando suonò il telefono: se ne era andato. E lo sai cosa fu la prima cosa che pensai sentendo la notizia? “Dio, ti ringrazio.” Il resto fu il normale seguito di un decesso: burocrazia, funerale, burocrazia e produzione di documenti e certificati…
 
- Dopo che successe? Beh, lo so, ma racconta…
 
Mi trovai senza lavoro, senza soldi, con l’affitto da pagare e un figlio da mantenere. Allora andai a stirare camicie in un lavasecco.
 
- Devo ammettere che non ti stavo molto vicino… forse perché ero ancora molto giovane.
 
Tu aspettavi la chiamata per il servizio militare, anzi, il servizio civile. Durante i nove mesi, mentre seguivo tuo padre nei vari ricoveri, tu avevi  conosciuto il movimento degli Hare Krishna e avevi cominciato a frequentare il loro tempio a Castelmaggiore. Un giorno ti proposero di occuparti della loro radio, RKC Bologna, e poiché eri appassionato di radio libere, accettasti. Purtroppo accettasti anche di trasferirti nel loro tempio. Successe dopo il funerale di tuo padre. Mi ribellai, mi informai in questura se mio figlio potesse vivere in un tempio, ma mi dissero che un maggiorenne aveva ogni diritto di scegliere il proprio domicilio e la religione che più lo convinceva. Ero impotente. Tu restavi là per due anni finché una mattina molto presto ti ripresentasti a casa, molto dimagrito e indossando strani vestiti. Eri cambiato, non ti riconoscevo. Facevi ragionamenti che non riuscivo a condividere e sostenevi concetti che trovavo estranei, incomprensibili, proiettati in un mondo arcaico che non aveva nulla a che vedere con quello in cui stavamo vivendo. Cominciarono discussioni, malumori, un abisso sempre più grande, alla fine un’incompatibilità insuperabile. Te ne andasti di nuovo, rancoroso e inconciliabile. Per vent’anni evitasti ogni contatto con me e fra noi si creò un divario che ad un certo punto sembrava incolmabile. Ne soffrivo molto, ma ancora una volta mi sentivo impotente.
 
- Si, é una storia triste fra un figlio e una madre. Nel frattempo tu cosa facevi?
 
Stiravo camicie, collaboravo con una radio libera e scrivevo. Mi rifiutarono due o tre romanzi. Finché un allora ancora piccolo editore, Pendragon di Bologna, mi pubblicò “La bambola decapitata”, un libro di pura fiction. Mi intervistò un giornalista della Stampa, Gabriele Romagnoli, con l’intenzione di dedicare alcune frasi al libro, ma quando mi chiese da dove venivo, gli raccontai di essere cresciuta a Berlino durante il nazismo, che mia madre mi aveva abbandonata a 4 anni per fare la guardiana nei campi di sterminio, che avevo visto Hitler nel suo bunker sotto la Nuova cancelleria – allora lui disse: “Se ciò che mi hai raccontato é vero – d’ora in poi scrivi di questo!” Al mattino trasmettevo dalla radio, intervistando i politici bolognesi, nel pomeriggio stiravo camicie al lavasecco e alla sera scrivevo “Il rogo di Berlino”. Quando lo terminai come sempre ne feci stampare delle copie e le spedii ai vari editori, ma curiosamente anche ad un agente di Milano, Bernabò. Che mi chiamò proponendo di gestire il testo. E accadde un altro miracolo: lo accettò niente di meno che l’editore Adelphi. E la mia vita cambiò.
 
- Complimenti, é la favola di Cenerentola…
Da qui in poi la tua storia é di dominio pubblico. “Il rogo di Berlino” fu un caso letterario, arrivarono le interviste per i giornali, le apparizioni televisive, le edizioni per le scuole, gli innumerevoli inviti di incontrare gli studenti, conferenze e convegni, viaggi in Italia e all’estero, e  altri due libri pubblicati dalla stessa Adelphi, ma anche da Rizzoli, Einaudi e Salani. Le traduzioni dei tuoi libri in quindici lingue estere, e il music drama “Lasciami andare madre” scritto insieme a Lina Wertmüller e messo in scena con gli attori Roberto Herlitzka e Milena Vukotic con grande consenso di critica e strepitoso successo di pubblico. E’ davvero notevole quanto hai ottenuto in soli 15 anni di carriera letteraria. Sai, quando un giorno lessi sul Corriere che tu avevi scritto un libro che era considerato un ‘caso letterario’: “Il rogo di Berlino”, mi venne un colpo. Ci incontrammo e ti rimproverai di aver raccontato la verità su tua madre, membro della Waffen SS e guardiana ad Auschwitz Birkenau, a tutta l’Italia, tranne che a me! Il fatto che tutti sapessero di questa mia nonna “mostro” mi metteva a disagio. Ce l’aveva di nuovo con te.

Nel frattempo avrai capito che io sono “altro” da mia madre?
 
- Per me é ancra un problema… Comunque, grazie di questa chiacchierata.
 
Beh, permetti che a questo punto anch’io ti ponga alcune domande. Fra poco uscirà il tuo primo libro dal titolo ”Un uomo di nome Stefania”. Cosa ti aspetti da questo esordio?

- Non saprei. Ad esempio, non ho idea di che spazio possa trovare il mio titolo in libreria…  E, se ci saranno recensioni, non é che faranno subito il confronto con te? 

Un recensore di professione saprà giudicare il tuo libro per quello che offre e vale,  lui dovrebbe scindere il mio nome dal tuo libro. Ma vorrei chiederti un’altra cosa: ho letto nella bozza la descrizione della madre del protagonista nella quale non mi riconosco… 

- Infatti non sei assolutamente tu! Come specificato nella descrizione, il libro é autobiografico solo in parte. 

Secondo me dovevi fare la scelta netta di autobiografia e fiction, altrimenti si crea una certa confusione. Comunque, sei perdonato. Per il resto - auguri per il tuo libro!  Hai imboccato una strada difficile, io ne so qualcosa. Una strada che costa fatica, che richiede forza, costanza e il coraggio di incassare anche qualche smacco.
Allora “toi toi toi”, come si dice in tedesco, per “Un uomo di nome Stefania”!

- Ti ringrazio davvero.

 

 

 

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