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QUANTUM SATIS

Questa narrazione indimenticabile é la denuncia più efficace del nazismo che sia mai uscita dalla penna di un adulto e dai ricordi di un bambino.
Andrea Casalegno (Corriere della Sera)

Il rogo di Berlino di Helga Schneider

Berlino, autunno 1941
Mia madre era una signora bionda che gridava “Sieg Heil!” quando Adolf Hitler si esibiva nei suoi comizi. Talvolta portava anche me, e un giorno mi smarrì tra la folla, ritrovandomi solo quando la piazza si fu svuotata. Mia nonna me lo raccontava molto spesso, caricando le parole di tutto l’odio che nutriva per quella nuora.
Dopo la nascita di mio fratello Peter, mia madre scoprì di aver sbagliato carriera. Ben presto si convinse che servire la causa del Führer fosse più onorevole dell’allevare i propri figli; così ci abbandonò entrambi in un appartamento di Berlin-Niederschönhausen e si arruolò nelle SS. Era l’autunno del 1941 e le forze tedesche se la passavano male sul fronte russo.
Ci accolse zia Margarete, la sorella di mio padre, partito da tempo per il fronte. Lei viveva in una villa a Berlin-Tempelhof e aveva una figlia, Eva. Era sposata con un conte, anch’egli in guerra.
Nella villa di mia zia si ignorava che cosa fossero gli alimenti razionati; sulla tavola c’era sempre una grande abbondanza di tartine al fegato d’oca, salumi assortiti, succo di mela e pane fresco. Spesso mi abbuffavo a più non posso, per poi vomitare subito dopo sotto gli occhi costernati della zia. lo avevo quattro anni, mio fratello Peter diciannove mesi.
Un giorno zia Margarete spedì due cablogrammi: uno a mio padre, con cui lo informava della fuga della moglie, notizia questa che gli causò un’itterizia; l’altro alla nonna paterna che, seduta stante, affidò il proprio già malridotto podere alla sorella maggiore per precipitarsi dalla travagliata Polonia nell’altrettanto travagliata Berlino.
Mia nonna arrivò col suo odore di pollaio e di biscotti ai semi di anice, posò la borsa da viaggio e l’ombrello sul bordo della piscina vuota, gettò uno sguardo sprezzante al maggiordomo in livrea coi baffetti alla Hitler che ossequiava la zia con ridicolo zelo, e si mise a imprecare come uno stalliere. Definì mia madre una Nazihure, una troia nazista, e cominciò a discutere del nostro destino. Aveva le idee chiare.
Zia Margarete era disposta ad allevare me e Peter insieme alla figlia Eva, ma la nonna non voleva. Temeva che la figlia ci avrebbe trasformati in due manichini impettiti e insisté per portarci in Polonia. Discussero aspramente sul bordo della piscina. Ben presto partì un altro cablogramma verso il fronte, ma mio padre dispose di lasciarci a Berlino. Così la nonna si stabilì con me e Peter nell’appartamento di Niederschönhausen in attesa di nuovi sviluppi. Cancellò ogni traccia di mia madre, come se la casa fosse stata infestata dalla peste. Ma trovò il modo di rinnovarne ogni giorno il ricordo parlandone in termini irripetibili, aggiungendo nuovo odio a vecchi rancori. Quella nuora, in realtà, non le era mai piaciuta.
La nonna era affettuosamente severa. Mi puniva senza indugi ogni qualvolta dicevo delle bugie, e io ne dicevo spesso. Mi piaceva raccontare in giro, ad esempio, che mio padre era un famoso generale, mentre in realttà non era che un soldato della contraerea, per di più convinto antimilitarista. La carriera nell’esercito era sempre stata l’ultima delle sue ambizioni: lui era un artista. La sua presenza a Berlino era strettamente legata a quella della sorella Margarete, che con le sue conoscenze avrebbe dovuto aprirgli le porte del successo. La guerra lo aveva coinvolto suo malgrado, a causa dell’annessione dell’Austria alla Germania; lui era nato a Vienna, e dover indossare l’uniforme della Wehrmacht lo irritava, anche se a quei tempi non era cosa da rivelare.
La mia bugia sul padre generale nacque per un bisogno di compensazione. Ero rimasta senza calore materno e, benché volessi molto bene alla nonna, avevo concentrato tutta me stessa su mio padre; lui però era lontano, per cui tanto valeva che mi costruissi un modello su misura! Così creai la leggenda del padre generale, una fantasia che mi consolava molto, soprattutto quando gli altri esprimevano la loro ammirazione per “quell’eroe della patria”! D’altronde, quale personaggio poteva suscitare maggiore considerazione di un valoroso generale che combattesse al fronte per salvare il popolo dal bolscevismo?
A Niederschönhausen c’era un cortile acciottolato che si chiamava Böllerhof. La nonna ci accompagnava là a giocare. Tutti i bambini la adoravano perché era allegra. Possedeva una fervida fantasia e un certo fare fanciullesco. Si inventava sempre nuovi giochi, riuscendo a farci dimenticare la guerra almeno per un po’. Cantava in lingua polacca, e anche se non capivamo nulla continuavamo ad ascoltarla estasiati.
In quel cortile spoglio cantava e ballava muovendosi con garbo, con una spontaneità innocente da popolana; tutti le volevano bene e io talvolta ne ero gelosa. Ma spesso, nel bel mezzo della sua esibizione, urlavano le sirene ed eravamo costretti a correre in cantina; così l’incantesimo si spezzava di colpo.
La nonna era grassa, poetica e dotata di una lucida intelligenza. Ascoltava di nascosto le trasmissioni della BBC e ci informava sull’andamento della guerra, anche se Peter e io non ne capivamo nulla. Sapevamo solo che guerra significava fame, allarme, paura e bombe. Per farci addormentare la nonna ci raccontava le fiabe della Foresta Nera in un misto di tedesco e polacco. La sua voce ci rasserenava.
All’inizio dell’estate del 1942 mio padre venne a Berlino in licenza e zia Margarete diede un piccolo ricevimento in suo onore. Fra gli invitati c’era anche una giovane donna di nome Ursula. Al ricevimento Peter e io facemmo una scorpacciata di tartine. Peter vomitò due volte; a me venne solo il singhiozzo. Mia cugina Eva ci guardava come se fossimo due Cenerentole di cui doversi vergognare.
La spocchia infantile di Eva mi faceva sentire inferiore, ed ero ben contenta che non ci toccasse di crescere insieme a lei.
Quella sera, fra un boccone e l’altro, mi accorsi che mio padre stava sempre vicino a quella Ursula. Lei lo guardava con certi occhi e lui rispondeva con certi sguardi! Mi sentivo imbarazzata e al tempo stesso incuriosita. Che cosa stava succedendo? Ursula era giovane e bella e mio padre faceva il galante.
L’unico motivo per il quale fui contenta che il ricevimento finisse era la speranza che mio padre si congedasse da Ursula per non rivederla mai più.
Nei giorni che seguirono riuscii a stare un poco in sua compagnia; ma c’era qualcosa che non andava. Lo sentivo chiuso, lontano, e mi metteva soggezione. La licenza durò solo tre giorni e alla fine lui ripartì per il fronte.
Ero confusa.
Mio padre, bello, slanciato, fronte alta e capelli ondulati, lo sguardo profondo di un artista che si imbeve di colori, suoni, emozioni; mio padre, con i suoi gesti misurati, con la voce bassa e seducente, non aveva proprio nulla dell’eroico generale della mia fantasia, per cui faticai parecchio a tornare al mio modello ideale.
Nel frattempo la guerra si era fatta più dura; man mano che aumentavano le incursioni aeree diminuivano i generi alimentari. Molto spesso la nonna tornava a mani vuote dallo spaccio, e allora per pranzo non c’era che un bicchiere d’acqua. Per farci dimenticare la fame ci raccontava delle favole o ci cantava le canzoni dei contadini polacchi.
Una mattina si mise a imprecare con forza, rompendo di proposito una bella caffettiera dal bordo dorato. La scaraventò sul pavimento della cucina gridando diverse volte: “Che stupido! Che somaro!”. Mio padre le aveva scritto che si era fidanzato con Ursula. Dopo il loro incontro nella villa di zia Margarete erano rimasti in contatto epistolare e ora avevano deciso di sposarsi. Mia nonna era fuori di sé. “Ma come!” gridava, “solo un anno fa vostro padre sembrava annientato per l’abbandono di quella poco di buono di vostra madre e ora è già pronto a risposarsi?! Che stupido! Che somaro!”.
Non riusciva a rassegnarsi. Diceva che Ursula era troppo giovane per assumersi la responsabilità di due figli non suoi, e se in passato aveva definito mia madre con i termini più orribili, ora criticava mio padre per essersi così rapidamente consolato. Tutta la sua indignazione non servì a nulla, perché i due colombi in realtà avevano già fissato la data del matrimonio. Quando la nonna capì che non c’era più niente da fare, riempì la borsa da viaggio, impugnò l’ombrello del nonno come una baionetta e ripartì per la Polonia, non senza aver giurato che non avrebbe mai più voluto rivedere il figlio e tanto meno la nuova nuora. Povera nonna, aveva tanto sperato di poter essere lei ad allevarci. E forse le sarebbe riuscito meglio di quanto riuscì poi alla nostra matrigna!
Partita la nonna, mi sentii perduta. Lei ci aveva dato amore e allegria e, nonostante la guerra, perfino un certo senso di sicurezza; ora se n’era andata. Ero inconsolabile e detestavo zia Margarete che aveva favorito l’incontro fra mio padre e Ursula. Venimmo nuovamente parcheggiati nella villa di Tempelhof per permettere ai due sposini di trascorrere una breve licenza di matrimonio nell’appartamento che Ursula aveva allestito a Berlin-Steglitz, nella Friedrichsruher Strasse.
Tentai di arginare il dolore per la separazione dalla nonna rimpinzandomi di cibo. Mangiavo e vomitavo, mentre Eva continuava a guardarmi con disgusto.
Helga Schneider, Il rogo di Berlino (Adelphi)

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Porta di Brandeburgo – Storie berlinesi 1945-1947
Helga Schneider
Rizzoli
Le storie di questa raccolta presentano figure di donne, uomini, bambini, la cui psicologia è del tutto dominata dalla drammatica situazione che la guerra ha creato. I sentimenti sono stravolti, non c’è odio o amore o pietà che non scaturiscano da situazioni estreme. Il senso della morte domina anche laddove sembra che si debba festeggiare una sopravvivenza, o una vittoria.
“L’infanzia rubata e la negazione dei più elementari diritti umani”: questo era stata quella guerra, e Berlino era il vero emblema di questa tragedia. È per questo che la ragazzina, protagonista dell’ultimo racconto della raccolta, “L’orsacchiotto può volare”, non vuole andarsene, e quando cinquant’anni dopo tornerà in quella città così cambiata, ancor prima di arrivarvi ha “un tuffo al cuore”.
La guerra invece avrà il sapore del rimorso per un’altra ragazzina, Hanni, che senza rendersene conto condanna a morte sicura un vecchio amico, Herr Bollmann. Dopo tante conversazioni, dopo la nascita di un rapporto di amicizia tra l’uomo e la bambina, improvvisamente interrotto da lui perché cosciente che confidarsi con lei poteva rappresentare un pericolo, Hanni vuole vendicarsi e così rivela al padre (ottenendone in cambio una bicicletta) l’antinazismo di Herr Bollmann e la sua origine ebraica. Solo la visione della Gestapo che trascina con violenza via da casa il vecchio amico e le parole gridate a Hanni: ”Apri gli occhi, ragazzina, prima che sia troppo tardi”, la turbano in modo profondo e resteranno fisse nella sua mente quando, molto tempo dopo, verrà a sapere che Herr Bollmann dopo il carcere era stato deportato in un campo di concentramento.
Il racconto che dà il nome alla raccolta è uno dei più drammatici e rivelatori dello scempio che la guerra ha compiuto nel cuore degli uomini. Un povero soldato russo, Pavel, ignorante e sfruttato da un padre ubriacone, si ritrova, quasi senza capire il perché, ad odiare un nemico, a entrare a Berlino come un conquistatore e a violentare una donna tedesca. Ma il triste sorriso della sua vittima gli resterà impresso, non potrà più liberarsene e così cercherà di rivederla, le offrirà del cibo, quasi a ricompensa della violenza che le aveva imposto. Ci sarà un ultimo definitivo incontro con la donna. Ma un altro soldato sovietico sta per violentarla dopo averla legata al letto e Pavel non riesce a tollerare quella scena, estrae la pistola, spara e uccide il compagno. Uccide un commilitone, uno che, come lui, era stato addestrato ad odiare tutti i tedeschi, a considerarli delle bestie. Sconvolto dal suo gesto Pavel rivolge l’arma contro se stesso e muore.

Le prime righe del racconto che apre la raccolta:

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Vojnà kaputt

Quando il ragazzo vide il topo rosicchiare il collo di sua madre, l’orrore lo paralizzò.
Nella sua immonda grassezza l’animale stava rannicchiato sulla fragile clavicola della donna e le strappava piccoli brandelli di pelle come se fosse la cosa più lecita del mondo, accompagnando lo sforzo con ritmici colpi della coda nuda e miserabile.
Panico. Affanno. Il cuore, per un attimo, si fermò.
Non poteva respirare. Nel petto un pugno gelato, la testa un vortice. Infine, un atroce sospetto si fece largo nella sua mente: se quell’animale poteva infierire indisturbato su sua madre, voleva dire una sola cosa. Ma il rifiuto dell’evidenza ebbe il sopravvento: non poteva essere. Non doveva essere.
Erich tremava, la schiena un bagno di freddo sudore.
Gli sembrò di avere al posto della testa un imbuto rovesciato da cui i pensieri fuggissero come il fumo da una ciminiera. L’ultimo si trattenne in bilico tra senno e negazione dell’evidenza: se mi hai fatto questo, voglio morire anch’io, non posso cavarmela, ho solo tredici anni, Dio!
Ma fu deciso altrimenti.
Forze inattese attraversarono il suo corpo giovane e provato liberando remote energie. Il cuore si contrasse, sussultò, riprese ritmo e vigore.
E d’un tratto, uno spaventoso gorgoglio gli uscì dalla bocca. Respirava. Riempiva i polmoni d’aria, respirava e piangeva. Piangeva, Erich, perché lui viveva mentre sua madre era morta nel sonno.

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L’albero di Goethe
Helga Schneider
Salani editore

 Monaco di Baviera, marzo 1944
Primo capitolo
 
Willi aveva il naso viola. Faceva molto freddo: sembrava ancora inverno. Si calò il berretto sulle orecchie e avanzò contro il vento che gli tagliava le guance. Aveva quasi finito. Era rimasto un volantino solo.
Lo aveva fatto per Dieter.
Subito la mamma non era stata contenta. Non per la cosa in sé: anzi. Secondo lei era ora di farla finita con Hitler, e da un pezzo. Ma per un ragazzo fare quelle cose era pericoloso. Anche un ragazzo grande come Dieter, che andava all’università, un uomo, ormai. L’uomo di casa, da quando il papà era morto nel secondo anno di guerra.
La mamma non era contenta, ma Dieter non aveva cambiato idea. Alla fine aveva dovuto cedere lei.
Willi si strinse nel cappotto, troppo leggero, troppo corto. Sfiorò con le dita il volantino ripiegato in quattrodentro la tasca. Era toccato a lui. Dieter era ammalato, aveva la febbre alta. Gli occhi lucidi e la voce roca per il mal di gola, lo aveva guardato uscire, quella mattina, inseguendolo con lo sguardo: “Dovevo finire la distribuzione. Ieri. siamo in ritardo. In ritardo.”
Non aveva chiesto niente, Dieter. Ma Willi aveva capito.
I volantini erano in cantina. Arrivavano due voltela settimana, sempre di notte. Il ragazzo della tipografia aveva le chiavi, gliele aveva date Dieter. Scivolava silenzioso dentro il portone, poi giù per le scale, furtivo. Depositava il pacco in cantina e spariva come un’ombra. Il suo nome in codice era Scoiattolo.
Se Dieter non poteva agire, Willi sì. Quella mattina aveva solo fatto finta di andare a scuola. Invece, nell’atrio aveva pescato la chiave della cantina dal cassetto dello stipo, coprendo il gesto col proprio corpo e il rumore del cassetto che si apriva con la voce alzata in un saluto: “Ci vediamo, mamma.” Scese le scale, non si era fermato nell’ingresso. Aveva dovuto fare solo una rampa in più.
La cartella era rimasta giù in cantina. E sotto il suocappotto era finito un fascio di volantini, la carta grigia, povera, le lettere grandi, un po’ sbavate, che urlavano il loro messaggio: Tedeschi! Perché continuate a tollerare un regime tirannico che vi priva palesemente di ogni diritto dopo l’altro?
Era uscito per la strada, stringendosi nel cappotto, come se avesse freddo. Ma c’era freddo davvero.
Ne era rimasto solo uno. L’ultimo volantino. Poi di corsa a casa, si disse Willi, soddisfatto di sé. Era stato rapido, attento. Già immaginava la faccia di Dieter. Forse mi sgriderà, pensò. Ma poi sarà contento anche lui.
Ecco, l’uomo si avvicinava alla fermata dell’omnibus, il passo deciso ma non frettoloso. Sembrava un tranquillo padre di famiglia. Sì, era la persona giusta. L’omnibus si avvicinava già, sferragliando.
L’uomo aveva il cappello grigio con la tesa un po’ larga calata sugli occhi. Sembrava distratto, assorto nei suoi pensieri. Non fece caso nemmeno allo strillone del “Volkischer Beobachter” che gli passò vicino gridando i titoli.
Willi gli andò incontro: ecco, era davanti a lui. Per un attimo i loro sguardi s’incrociarono. Nello stesso istante Willi gli tese il volantino, pronto a sparire nella folla. Ma una mano gli serrò il braccio.
“Fermo, giovanotto!”
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Berlino brucia – 1943
berlino brucia 1943
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo capitolo de
IL ROGO DI BERLINO
Helga Schneider
Edizioni Adelphi
 
L’aereo comincia a percorrere la pista fiammeggiante di sole per alzarsi, rombante, in volo. La torre di controllo
si allontana, rimpicciolisce, diventa una macchia confusa.
Addio, Berlino!
Un nodo mi cresce in gola, diventa montagna, sbarramento,
non posso respirare. Sto sudando freddo, sono in preda al
panico. Sto per lasciare Berlino. Sto abbandonando un
passato che conosco per un futuro ignoto.
Addio, Berlino!
Sventrata, piegata, annientata, punita. Addio, ricordi di
incubi, di incredule attese, di notti insonni. Fame, sete,
sporcizia, buio, terrore, puzzo, cimici, solitudine che
colmava solo lui, Opa.
Addio, nonno!
Il riverbero degli incendi, l’odore di bruciato. Il fetore dei
cadaveri.
Cenere sulla pelle, JUDE sulle saracinesche. Il bimbo
seppellito sotto il lillà. La macchia di sangue a forma di
mela sul materasso. Lo sguardo sbarrato di Gudrun, la
zuppiera di Erika. Tu urri? Spasiba.
E bombe e fuoco. Fuoco e annientamento. Annientamento
di cose, corpi, leggi, tradizioni, conquiste civili.
Azzeramento. Distruzione fino all’ultimo mattone, fino
all’ultima cellula, fino all’ultimo granello di speranza.
Ma laggiù c’è qualcosa che chiama.
Perché là sotto, fra i tetri resti dell’immenso rogo ormai
spento, fra le crepe dell’asfalto scoppiato e le pieghe
gentili del cappotto sgualcito di Opa – là sotto rimangono
le mie radici. Stupide, testarde radici aggrappate là dove
hanno sentito battere con maggiore disperazione il mio cuore.
Addio, Berlino!
Getto un ultimo sguardo dall’oblò: non ho nulla alle spalle
e davanti solo l’gnoto.
 

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